Seconda intervista a Vanni Curcio

Dopo la prima clamorosa intervista a Vanni Curcio, ecco un’appassionante Seconda intervista a Vanni Curcio.

Perché non avremmo dovuto farla, del resto?

Blog: E stavolta che fai?

Vanni: Ci vediamo sempre mentre siamo in vacanza.

B. Parlami della situazione globale.

V. Non credo sia cambiata molto dall’ultima volta che ci siamo sentiti. Forse qualche nuova riforma in più.

B. Riforme? Hanno fatto riforme?

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Padroni che sbagliano – di Alessandro Robecchi

Pubblico, con l’autorizzazione dell’autore, l’articolo Padroni che sbagliano di Alessandro Robecchi, pubblicato sul manifesto del 2 gennaio 2011.

Voi siete qui – Padroni che sbagliano

di Alessandro Robecchi

Vorrei sapere esattamente, possibilmente con dovizia di particolari, articoli, commi, disposizioni transitorie e norme certe, cosa si rischia a schierarsi con gli operai metalmeccanici della Fiom e non con don Marchionne Santo Subito.

Confesso che battersi contro un pensiero unico che va da D’Alema a Sacconi, da Fassino a Bonanni, da Chiamparino alla destra confindustriale, passando magari per Feltri e Belpietro, Angeletti, il Corriere della Sera, Pietro Ichino e altri plaudenti mette un po’ i brividi. Al fronte per la beatificazione di Marchionne mancano solo Landrù e la buonanima di Cossiga, in compenso qualcuno ha scongelato Giampaolo Pansa che alla Fiom dedica pensierini degni degli anni di piombo.

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I Teletubbies e il vilipendio al Capo dello Stato

Ieri sera, siccome mia figlia è piccola, il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica è stato sostituito da un dvd dei Teletubbies. In compenso l’ho letto sul sito del Quirinale. Non vorrei incorrere nel reato di vilipendio al Capo dello Stato dicendo che in fondo mia figlia ha fatto bene a scegliere i Teletubbies.

Questo non perché nel discorso di Napolitano non vi sia del buono. Semplicemente perché si tratta di cose già sentite, sempiterni inviti alla coesione, a fare il proprio dovere, a «sentire» l’Italia. Cose che in fondo è completamente inutile ricordare a quelli che già le mettono in pratica, e forse ancor più inutile a quelli che preferiscono pensare ai fatti loro.

C’è naturalmente qualche momento interessante, ad esempio quando il Presidente si permette (così ho inteso io) alcune critiche specifiche, ancorché velate, all’azione del peggior governo degli ultimi 150 anni. Ma ci sono anche aberrazioni, vere e proprie bestemmie antidemocratiche che però in questo «oggi» da basso impero sono diventate verità assolute nel linguaggio e certo nel pensiero di tanti sinceri democratici (e finanche Garanti della Costituzione).

Si parte da una captatio benevolentiae nei confronti dei giovani, senza entrare però nel merito della riforma dell’università appena firmata da Napolitano (e, più in generale, della riforma del lavoro e dello Stato sociale). Li si elogia, li si considera parte attiva della vita politica del Paese, ma non si spende una parola contro quelle parti sociali e istituzionali che hanno deciso che la sorte delle nuove generazioni dovrà essere precaria, attaccando duramente diritti acquisiti e condizioni di vita, a scuola come in fabbrica o al call centre.

Peggio: il Presidente insiste sul luogo comune per cui i giovani «sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato», non «a prezzo del trascinarsi o dell’aggravarsi di un abnorme debito pubblico» un peso che non possiamo lasciare «sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale» e bla bla bla.

«Trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente» diventa allora prioritario, anche per regalare un bel sorriso a Tremonti, che da piccolo voleva fare il sarto e da allora non ha mai smesso di utilizzare le forbici.

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Aggiornamenti dalla Striscia di Gaza

Sono iscritto al gruppo Google di Vittorio Arrigoni, attivista italiano per i diritti umani attualmente a Gaza in aiuto della popolazione della Striscia, vittima di un embargo illegale ma non per questo meno duro e di infiniti raid dell’esercito israeliano.

Copio e incollo l’e-mail ricevuta ieri sera (28 dicembre) con gli aggiornamenti sull’escalation delle aggressioni dell’esercito israeliano a Gaza.

A due anni dall’inizio della criminale operazione «Piombo Fuso», che vide la morte di 1400 palestinesi aggrediti dalle Forze di “Difesa” israeliane, molti osservatori sostengono che una nuova guerra contro Gaza sia solo questione di tempo.

Per il momento, fornisco queste informazioni e invito tutte e tutti a iscriversi al gruppo gestito da Vittorio.

28 dicembre 2010. Ore 22:23 locali.

Quasi a voler sfruttare il periodo delle feste di fine anno e il letargo dell’attenzione dei media verso questo lembo di terra martoriato, continua l’escalation di attacchi israeliani ai civili di Gaza.

Ieri notte navi da guerra israeliane hanno assaltato un peschereccio palestinese, mentre questo si trovava a navigare in acque legalmente riconosciute essere di Gaza. Rapito l’equipaggio di 6 pescatori, dei quali fino a ora non si ha nessuna notizia.

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27 dicembre

Il 27 dicembre 2008 lo Stato di Israele iniziava l’operazione militare «Piombo Fuso» contro la Striscia di Gaza, costata 1400 morti (la maggior parte civile, oltre la metà minorenni) e immense distruzioni. Da allora a oggi continua l’embargo, illegale, deciso unilateralmente da Israele, e continuano i raid e gli «omicidi mirati».

Sto leggendo il libro «Bocche scucite», di Nandino Capovilla e Betta Tusset, sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi in Cisgiordania attraverso le colonie e il muro dell’apartheid.

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Missili di fine d’anno

Come missili che cadono in terra, producendo sfacelo.

Il deserto che creano ha il nome di pace.

Lunedì 27 saranno due anni dall’esplosione del «Piombo Fuso» su Gaza. Più di 1400 morti, metà dei quali minorenni. Da allora a oggi continua l’embargo unilaterale israeliano, illegale e mortifero. Gaza è una grande prigione, periodicamente sconquassata dai raid. L’ultima volta (che io sappia) l’altro ieri, martedì 21, nel silenzio e nell’ignoranza del mondo.

Ma Israele èsi autodefinisce – «l’unica democrazia del Medioriente»; veniamo dunque all’Europa, all’Italia, alle democrazie “vere”, quelle che con la “democrazia” sionista spartiscono affari e trattati di cooperazione militare (recentemente aerei da guerra israeliani si sono esercitati con la nostra aviazione militare in Sardegna).

Veniamo all’Europa, all’Italia, dunque. A quel ministro della Repubblica che oggi può festeggiare l’approvazione di una riforma dell’università scellerata, che mette la formazione/diffusione del sapere nelle mani del business e impedisce ogni speranza di promozione sociale attraverso lo studio; un ministro che considera «storica» la giornata di oggi perché archivia finalmente il ’68.

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Della violenza parli Minosse. Noi costruiamo il futuro.

Ho provato a spiegare, in un post forse non molto riuscito scritto a ridosso del 14 dicembre, che cosa penso delle violenze che hanno fatto seguito alla fiducia parlamentare ottenuta dal peggior governo degli ultimi 150 anni, a partire dal fatto che la violenza vera è quella di un sistema economico-politico che condanna tutte e tutti alla precarietà, all’obbedienza, alla necessità di cucirsi addosso futuri molto stretti e già preconfezionati da qualcun altro.

Sulla violenza in sé (quella dei tumulti, intendo) mi pare stupido soffermarsi a elucubrare: nessuno di noi è san Pietro e non abbiamo ricevuto in custodia le chiavi del paradiso; e neppure siamo Minosse, che nell’Inferno di Dante assegna i dannati al proprio girone attorcigliando la coda. Dobbiamo renderci conto che i continui, stucchevoli, richiami degli ultimi giorni all’assoluta inaccettabilità della violenza rischiano in realtà di sortire l’effetto contrario (ammesso e non concesso che si propongano davvero d’invitare alla calma).

Voglio dire, semplicemente, che alla violenza ricorre chi non ha altre strade. E se reagire alla violenza significa negare la legittimità delle cause che l’hanno generata, la risposta violenta non potrà che ripetersi, amplificata, da parte di chi non vede prospettive per sé, ma, nel frattempo, ha ben chiaro chi deve ringraziare per la propria situazione di precarietà. Vale a dire i violenti veri, quelli che siedono in Parlamento e nei consigli di amministrazione delle borse e delle società.

Se la risposta dello Stato ai “violenti” (quelli della strada) sarà una stretta autoritaria, magari gli «arresti preventivi» di fascista memoria proposti da Gasparri, il sentimento di assoluta impotenza di chi non è d’accordo col regime si tradurrà forzatamente in nuovi scoppi di violenza.

Riporto dunque con piacere il testo di un discorso tenuto dall’amico Alessandro Pascale alla manifestazione studentesca del 22 dicembre 2010 ad Aosta, che condivido e sottoscrivo in pieno (dato il contesto, anche nelle parolacce).

Le violenze giovanili e l’ipocrisia di Stato e benpensanti
di Alessandro Pascale

Abbiamo visto tutti quanti cosa è successo il 14 dicembre: un folto numero di ragazzi ha messo a ferro e fuoco le strade di Roma. Lo ha fatto in maniera violenta, trovando la fiera opposizione altrettanto violenta e spesso gratuita delle forze dell’ordine. Subito l’ipocrisia si è scatenata su giornali e televisioni: il ministro La Russa ha zittito, aggredito e minacciato nel corso di una trasmissione televisiva uno studente colpevole di criticare la riforma Gelmini. La Russa ha dato del violento e del terrorista ad un ragazzo che cercava di far riflettere sulle cause per cui i giovani di oggi si rivoltano.

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