Parliamo di società, parliamo di integrazione

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Riflessioni in libertà.

Premetto che non c’è nulla che mi faccia schifo come un attentato terroristico. Premetto anzi che per me il succo della questione è proprio questo: uccidere è sbagliato, e la sola idea di poterlo fare va respinta in tutti i modi, perché la vita umana è sacra.

Ma un occidente che da sempre sfrutta le risorse del sud del mondo, scatena guerre per i propri fini, arma gruppi di guerriglieri che poi gli si ritorcono contro, impedisce alle vittime delle sue stesse guerre di mettersi in salvo dove la guerra non c’è non solo non è credibile quando parla di pace o di diritti; esso costituisce innanzitutto un pessimo esempio da seguire.

Voglio dire che per un mediorientale o un africano non c’è ragione al mondo di non provare fastidio, irritazione e odio per l’occidente e, di conseguenza, per i suoi abitanti.

E voglio dire che il fare continuamente esperienza della morte, violenta o per fame, o per malattie che non sono curabili unicamente per mancanza di soldi, porta ad avere una concezione diversa della vita e del suo valore, o al desiderio di cercare in qualche modo una rivalsa.

Il terrorismo, l’ho detto, mi fa schifo. Contro il terrorismo, ovviamente, vanno utilizzate l’intelligence, le forze dell’ordine, i controlli. Tutte cose sacrosante, ma assolutamente insufficienti se il terrore si parcellizza sul territorio e i guerriglieri addestrati nei campi vengono sostituiti da “cani sciolti”, personaggi che agiscono più o meno da soli, sognando il paradiso dei martiri o l’umanissima vendetta per il trattamento che hanno subito, o che ritengono di aver subito, all’interno della società.

Da un lato c’è l’esempio, dunque: la violenza che nella “politica” estera, come in quella interna, è diventata troppo spesso protagonista. La violenza e insieme l’ipocrisia di chi usa due pesi e due misure quando a morire sono nove tedeschi in un centro commerciale o ottanta afgani nel centro di Kabul. E ancora l’indifferenza di fronte all’ennesima strage di umani nel Mediterraneo. Dall’altro lato, la completa sottomissione delle istituzioni alla logica dell’economia liberista, che impone tagli imponenti alla spesa pubblica, fingendo di dimenticare che soltanto attraverso la costruzione di uno Stato sociale è possibile investire sulla dignità e il benessere, anche morale, dei cittadini.

La notizia, infatti, a ben vedere è che in Europa esistono cittadini, che qui sono nati e cresciuti, disposti a farsi ammazzare pur di compiere una strage. Il terrorismo c’è sempre stato e, al di là delle finalità che si proponeva, è sempre stato cattivo. L’elemento nuovo è la disponibilità a farsi uccidere pur di ammazzare, per seguire la presunta volontà divina, ma anche per vendicare – su qualcuno che non c’entra niente – le ingiustizie subite. Ora, come dice un’amica, non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte alle ingiustizie, e quindi i terroristi sono «merde» punto e basta. Ma credo sia utile notare come, in Europa, esistano persone disposte a sacrificare la loro stessa esistenza pur di esprimere il loro desiderio di rivalsa, o uscire di scena in maniera eclatante.

L’attentatore di Monaco, a quanto dicono, era stato vittima di bullismo. Che questa sia o meno la chiave di lettura della vicenda, trovo inimmaginabile, in una società sana, che di fronte a trattamenti lesivi della propria dignità una persona decida di imbracciare il fucile. La rifessione dovrebbe essere su quanti disadattati esistono in Europa, ma anche e soprattutto sulle ragioni del disagio, e non per buonismo, ma perché potrebbe essere l’unica strada percorribile per restituire alle persone – tutte, non solo quelle potenzialmente violente – l’idea della dignità della persona umana, dell’importanza della vita.

Se non si interverrà per dare un posto agli ultimi arrivati, una legittimazione sociale a persone che portano cognomi insoliti e hanno la pelle di un colore un po’ più scuro, se non si metterà a tacere – confutando i suoi “ragionamenti” – chi da anni prospera politicamente sulla propaganda contro «lo straniero», se non si forniranno alla popolazione tutta – senza contrapposizione tra un «noi» e un «loro» – i servizi necessari per un’esistenza dignitosa, deviando le risorse economiche dalla guerra permanente allo stato sociale, se non si farà tutto questo, inevitabilmente aumenterà il numero dei disadattati, convinti che se a nessuno frega niente della vita umana, la vita umana, in fondo, non può essere così importante.

Il discorso è più lungo e complesso. Non riuscivo a stare zitto, e per ora ho detto questo. Ma bisognerà ritornarci. Si sollecitano riflessioni, critiche, commenti.

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14 agosto, 13a Marcia Granparadiso estate

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Tredicesimo appuntamento con la Marcia Granparadiso estate, anche quest’anno in edizione agostana, con partenza dai prati di Sant’Orso, a Cogne (Aosta), in prossimità del parco giochi, domenica 14 agosto alle ore 9.00 (ritrovo alle 8.30 per la registrazione e la consegna dell’itinerario).

Di che cosa si tratta

Perché considerare necessario, quando si organizza un evento, procurarsi uno sponsor, un’assicurazione o pagare l’iscrizione, quando sarebbe più logico trovarsi insieme e partire? Itinerario alla mano, con l’obbligo morale di rispettare il regolamento e il compito di cronometrarsi da soli, i concorrenti della Marcia, da tredici anni a questa parte, camminano nello splendido scenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso, dimostrando nei fatti che per compiere un’impresa sportiva non c’è bisogno di alcun apparato.

Il percorso è circolare ed è lungo all’incirca 35 chilometriQuesto non deve spaventare: la distanza massima da un centro abitato è di un’ora, ragion per cui si può decidere di completare l’itinerario o di farne solo un pezzetto, a seconda dei propri gusti e delle proprie energie, anche perché non si paga nulla per partecipare.

La garaperché di gara si tratta – è ovviamente non competitiva: correre è vietato e l’unico a sborsare qualcosa è il vincitore, che ha l’obbligo di comprarsi da solo la coppa, pena la squalifica.

Guarda l’itinerario illustrato della Marcia.

Regolamento

1 – Sono ammessi tutti i concorrenti desiderosi di partecipare. È prevista un’unica categoria: non si fanno distinzioni in base al sesso o all’età dei partecipanti.

2 – L’organizzazione è dei partecipanti. Non sono previsti mezzi di soccorso, perciò si declina qualsiasi responsabilità in caso d’incidente. Non è prevista alcuna assicurazione per i concorrenti.

Il percorso è articolato su un numero elevato di chilometri (35, all’incirca) e prevede un dislivello complessivo di un migliaio di metri. Conseguentemente, i partecipanti avranno cura di valutare la propria forma fisica e lo stato di salute prima di partecipare alla Marcia.

3 – Per essere considerati in gara è sufficiente presentarsi alla partenza nell’orario stabilito. Non saranno assegnati numeri o pettorali, ma ogni partecipante riceverà l’itinerario e il regolamento della Marcia.

4 – La Marcia prevede che i concorrenti camminino lungo tutto il percorso. È vietata la corsa. È consentito, al più, trotterellare leggermente quando si affronta una discesa ripida.

5 – Il rispetto dell’itinerario e il cronometraggio dei tempi è affidato alla sportività e all’iniziativa dei singoli partecipanti. Chi imbrogliasse, incorrerebbe, a priori, nel biasimo degli organizzatori, come di tutte le persone oneste e degli amanti dello sport.

In ogni caso, al fine di evitare “inserimenti” irregolari durante la Marcia, al momento della partenza ogni partecipante annoterà il proprio nome su un registro sul quale dovrà indicare, dopo l’arrivo, il proprio tempo e, in caso di mancato completamento del giro, la porzione d’itinerario realmente percorsa.

L’arrivo è situato presso il parco giochi di Cogne, in coincidenza col punto di partenza. Il registro sul quale ufficializzare il tempo e l’ordine d’arrivo, in assenza di un referente al traguardo, sarà disponibile presso lo studio fotografico Fotographerey, a Cogne, in via Cavagnet 33/A (dietro l’hotel Miramonti) o in altro luogo indicato alla partenza.

6 – È prevista una coppa per premiare il primo classificato, la cui scelta e il pagamento sono di competenza esclusiva del vincitore, che dovrà obbligatoriamente far incidere il testo: “13a Marcia Granparadiso estate – 1° classificato – Cogne, 14 agosto 2016” alla base del trofeo. È consentito aggiungere il nome del vincitore.

Il mancato acquisto della coppa comporta la squalifica automatica e la vittoria del secondo arrivato, che a sua volta dovrà provvedere all’acquisto della coppa.

Il vincitore ha dodici mesi di tempo per soddisfare le richieste del presente articolo. Entro tale periodo dovrà dimostrare di aver provveduto all’acquisto, se possibile presentandosi a Cogne, presso il sopra citato studio fotografico, per essere immortalato con il suo trofeo.

In alternativa, potrà inviare una foto digitale che lo raffiguri insieme alla coppa all’indirizzo granparadisoestate[at]gmail.com.

7 – Non sono previste altre forme di spesa e tuttavia, poiché il comitato organizzatore non prevede l’allestimento di punti di ristoro, è consigliabile che ogni atleta provveda a soddisfare le proprie necessità alimentari come meglio ritiene.

8 – Ogni anno il vincitore avrà l’obbligo di scrivere un breve testo, che sarà pubblicato online all’indirizzo http://mariobadino.noblogs.org/.

È gradita la produzione di testi anche da parte degli altri concorrenti, le cui impressioni saranno pubblicate sul blog.

9 – Non sono previsti limiti temporali: se per finire la Marcia vuoi metterci una settimana va benissimo. Rimane l’obbligo di registrare il proprio tempo, come previsto dall’articolo 5 del presente regolamento.

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Io, italiano, mi dissocio

Io, italiano, mi dissocio. Perché quando un terrorista uccide nel nome di una religione si chiede sempre ai suoi correligionari di dissociarsi, anche se non c’entrano niente, stavano da un’altra parte e non hanno mai pensato di farsi saltare in aria per uccidere cristiani.

Io e gli assassini di Fermo, che hanno ucciso un uomo senza alcuna ragione, condividiamo la nazionalità italiana, quindi mi dissocio. Mi dissocio e aggiungo che, per quanto mi riguarda, soggetti simili non appartengono alla mia comunità nazionale – quella che dovrebbe riconoscersi nei valori espressi dalla Costituzione, primo fra tutti il rispetto dei diritti umani.

E aggiungo ancora che qualche cosa non deve aver funzionato, se dalla stessa società, dagli stessi programmi scolastici, dagli stessi inviti a essere cittadini solidali che in qualche modo mi hanno formato come persona capace di rispettare la vita umana, sono venute fuori persone pronte a giudicare un uomo dal colore della pelle, inclini a cercare lo scontro, disposte a uccidere un essere umano; insieme naturalmente a quelle altre disposte  sempre a giustificare l’accaduto, secondo la litania egoista e fasulla dell’invasione in corso.

Emmanuel aveva 36 anniè stato aggredito da due uomini in pieno giorno, a Fermo, mentre passeggiava con la moglie, e in seguito al pestaggio è morto. I due assassini hanno prima insultato la donna, perché nera, l’hanno strattonata e quando lui ha reagito lo hanno colpito in testa con un palo.

Emmanuel, che successivamente è morto in ospedale, era sfuggito ai terroristi di Boko Haram, aveva compiuto una difficile traversata nel deserto, aveva subito violenze in Libia. Ottenuto lo status di rifugiato, ha perso quella vita che aveva lottato per conservare. Quella vita che chiunque di noi vorrebbe mettere in salvo dal terrore o dalle guerre, insieme a quella dei propri cari.

Su chi si arroga il diritto di decidere della vita degli altri, in base a personalissime convinzioni e antipatie, una volta ho scritto questi versi.

Il posto vuoto

E poi se uccidi qualcuno, che fai?
Lo chiamerai nemico
e ti racconterai che così è meglio.
Cercherai di credere
di aver salvato il mondo col tuo gesto.
Com’è pulito, adesso:
splende come la lama del coltello.

E se qualcuno ti uccide, che fai?
Lo chiamerai nemico
e ti racconterai che ti ha mancato.
Cercherai di credere
che in fondo è stato solo fortunato.
Comunque sarai morto,
e il morto parte e lascia il posto vuoto.

E se il nemico sono io, che fai?
Mi chiamerai nemico
e ti racconterai che faccio schifo.
Cercherai di credere
che il bimbo che son stato s’è guastato:
non son più umano, adesso,
ma carne per la lama del coltello.

Eppure, ogni mattina guardo il mondo
sperando che sia meglio.

[Mario Badino, «Cianfrusaglia», Edizioni END, pp. 97-98]

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Le scuole l’estate, l’estate, le scuole

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Lo dico subito, così ci chiariamo: in termini assoluti, l’idea di tenere aperte le scuole in estate è positiva. È positiva così come sarebbe positivo avere tutta l’estate biblioteche aperte, cinema pomeridiani di quartiere, centri di aggregazione giovanile. E siccome so bene che le biblioteche fanno quello che possono con i pochi fondi a disposizione, che i cinema di quartiere non esistono più o in ogni caso non fanno programmazione di livello alto dedicata a bambini e adolescenti, che spesso i centri di aggregazione si riducono a strutture confessionali (parrocchie, oratori) o centri estivi a pagamento, allora l’apertura estiva delle scuole è in qualche modo del tutto logica, in uno Stato che voglia fare il suo dovere e fornire strumenti culturali e occasioni di crescita ai cittadini più giovani.

In termini assoluti, l’apertura estiva delle scuole andrebbe in questa direzione. In termini pratici bisogna vedere che significa. Ma andiamo con ordine.

Con la fine dell’anno scolastico partirà il piano nazionale «La Scuola al Centro», finalizzato a prevenire la dispersione scolastica nelle aree a rischio di quattro città metropolitane: Roma, Milano, Napoli e Palermo. Allo scopo sono stati stanziati, con il decreto ministeriale n. 273 del 27.04.2016, dieci milioni di euro, destinati alla realizzazione «di un programma sperimentale di didattica integrativa e innovativa» in orario extra-curricolare nelle istituzioni scolastiche statali di ogni ordine e grado che ne abbiano fatta richiesta, presentando l’apposito progetto. Per ogni istituzione che ne abbia diritto è previsto un finanziamento statale fino a 15mila euro.

Una buona notizia? Sembrerebbe di sì, per quanto il mio naso non riesca a non storcersi di fronte a espressioni come «programma sperimentale di didattica integrativa e innovativa». Che cosa si intende di preciso? Quale didattica si vorrebbe seguire, l’estate, per combattere la dispersione scolastica? A sentire il ministro, non si tratterebbe di studiare, ma di fare «sport, musica, teatro, laboratori artistici. Tutto quello che potrebbe interessare i ragazzi, farli divertire e toglierli dalla strada» (citazione tratta dal «Corriere della Sera»). Sono queste direttive ministeriali? O è il semplice buon senso, che suggerisce che con l’analisi grammaticale la lotta contro la dispersione scolastica sarebbe persa in partenza? E cosa organizzeranno realmente le scuole? Potrebbero sembrare domande poco utili, volte a polemizzare a ogni costo, e allora voglio per una volta apprezzare e promuovere l’iniziativa del governo, provando a fidarmi delle «Scuole al Centro», malgrado sappia che le scuole, a causa della penuria di fondi, sono a volte fin troppo pronte a buttarsi su qualsiasi finanziamento, indipendentemente dalla bontà del progetto, proprio o di enti incaricati di mettere in atto la «didattica integrativa e innovativa». Meglio sarebbe garantire alle scuole i fondi ordinari necessari e non mettere le istituzioni nella condizione di disputarsi i 15mila euro “estivi”, ma questo – in parte – è un altro discorso.

«La Scuola al Centro» è un progetto preciso, con finalità circoscritte e dichiarate. «La Scuola al Centro» può avere un senso, come ritengo avrebbe un senso tenere aperti i locali scolastici l’estate per attività organizzate e gestite direttamente da alunni o ex alunni, sia che si tratti di studiare insieme, sia che si voglia supplire, grazie alla disponibilità dell’aula video, all’assenza del cinema di quartiere cui si faceva riferimento in apertura di articolo, sia che si voglia utilizzare anche in estate la biblioteca scolastica. Certo, bisognerebbe avere un’aula video degna di questo nome, o una biblioteca non solo fornita, ma addirittura dotata di un bibliotecario, e servirebbe personale tecnico e docenti volontari (ma non per questo non retribuiti) per garantire la tutela dei minori e delle strutture. E certo, sarebbero necessari edifici a prova di afa, perché da giugno a settembre in molte aree del Paese frequentare i normali locali scolastici significherebbe entrare in una sauna. L’apertura estiva delle scuole richiederebbe, insomma, investimenti ingenti (auspicabili, necessari anche per il resto dell’anno, ma allo stato delle cose piuttosto inverosimili), da spalmare su tutte le istituzioni scolastiche, in tutto il territorio nazionale.

Quanto detto finora si è concentrato sull’ipotesi di utilizzare i locali scolastici in estate per fornire un’offerta in più a quei ragazzi che, durante le vacanze, rimangono in città o che si trovano inseriti in contesti svantaggiati. Quanto detto finora si è concentrato su ipotesi di attività totalmente volontarie, senza prendere in considerazione l’idea di estendere a tutti, obbligatoriamente, la durata dell’anno scolastico. L’aver sentito più volte ministri della Repubblica affermare che tre mesi di vacanza (su 12!) «sono troppi», mi porta tuttavia a precisare che l’apertura dei locali a giugno e luglio non può e non deve diventare il pretesto per rubare ai nostri ragazzi i giorni consacrati all’ozio e al far niente. Il discorso è lungo, mi preme, e intendo ritornarci sopra. Chiunque sia abituato a stare in una classe sa bene in quale stato alunni e insegnanti giungano verso la fine di aprile. Chiunque viva la scuola, anno dopo anno, sa perfettamente che le ultime settimane di lezione lavorare è difficile, che gli alunni si concentrano con più difficoltà. Chiunque abbia esperienza della vita in generale sa che le esperienze rilevanti non sono solo quelle che derivano da situazioni organizzate, e che nell’ottica della formazione di adulti responsabili e competenti è bene permettere ai ragazzi di costruire da soli i propri percorsi e le proprie esperienze, magari nelle giornate lunghe dell’estate, quando si può stare fuori, stare in giro, non necessariamente per frequentare “cattive compagnie”, non necessariamente per “perdere tempo”, perché davvero non è tutto tempo perso tutto il tempo che non si è messo “a profitto”. Davvero, al di là di qualche singolo progetto, le parole di certi ministri mi fanno pensare che si voglia organizzare e monetizzare il tempo dei più giovani, come se fosse un bene, come se fosse un diritto, come se non lo facessimo già abbastanza.

Come ho anticipato, il discorso è lungo, mi preme, e intendo riprenderlo. Per ora mi interrompo.

 

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Per favore, non vi astenete

Per favore, non vi astenete dal votare al referendum del 17 aprile.

Non vi astenete qualunque cosa pensiate del quesito, dell’opportunità o meno di trivellare i fondali marini alla ricerca di gas e petrolio, delle modalità attraverso cui si è svolta la campagna referendaria.

Se il quesito vi convince, votate ; se non vi convince, votate No. In un caso come nell’altro, recatevi alle urne.

Che cosa penso io – che voterò Sì, sperando nel conseguimento del quorum – è riassunto molto bene in questo articolo, al quale rinvio per una buona sintesi delle ragioni di chi non vuole le trivelle.

Ma il punto non è questo.

Il punto principale è l’istituto referendario, che in Italia costituisce una delle pochissime occasioni per esprimere direttamente la propria volontà di cittadini. Uno strumento da tenere ben stretto in un momento in cui diffusa è la vulgata per cui ci vuole un governo decisionista, capace di “fare (fare cosa sembra non importare più di tanto), indipendentemente dagli orientamenti della popolazione, come se il mandato elettorale fosse una delega in bianco.

Alberto Asor Rosa, in un bell’articolo pubblicato sul manifesto dell’8 aprile, incentrato sul ruolo che i prossimi referendum (quello del 17 e quelli che verranno, sulla revisione della Costituzione) giocheranno nelle «sorti del Paese», scrive che chi invita all’astensione «conta sulla stanchezza, la disaffezione, lo scontento» dei cittadini per boicottare la consultazione popolare.

«Non s’è mai visto in questo Paese un governo che inviti la cittadinanza a non andare a votare a una forma di qualsiasi consultazione elettorale», afferma. Magari fosse! Quante sono ormai le consultazioni referendarie alle quali chi riveste ruoli istituzionali ha risposto invitando i cittadini a non votare? Il fatto è che il referendum è uno strumento potente, come dimostrano le consultazioni del 2011, che hanno bloccato per la seconda volta le smanie nucleari dell’Italia, e rallentato fino a oggi il processo di privatizzazione dell’acqua. Anche nel 2011 il governo in carica aveva risposto all’appuntamento democratico invitando i cittadini a disertare le urne e «andare al mare».

Altri due esempi di invito all’astensione riguardano altrettanti referendum a carattere regionale, svoltisi in Valle d’Aosta nel 2007 e nel 2012 due referendum propositivi in questo caso – ai quali il partito che da decenni i valdostani identificano con le istituzioni regionali, l’Union Valdôtaine, rispose con l’invito all’astensione, fino ad affermare pubblicamente che «non votare è una scelta».

In occasione del secondo di questi referendum (contro la costruzione in Valle d’Aosta di un impianto a caldo per l’eliminazione dei rifiuti) avevo scritto una lettera aperta all’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lettera sottoscritta da più di 200 persone nel giro di pochi giorni, nella quale chiedevo quale fosse la posizione del Garante della Costituzione circa l’invito all’astensione.

Uno dei sottoscrittori aveva ricevuto una risposta cartacea da parte del Quirinale, nella quale si insiste sul valore costituzionale del voto, definito «comportamento qualificante», necessario e socialmente rilevante. Senza fare distinzioni tra il referendum e altri tipi di elezioni, la risposta del Quirinale ricorda che il voto «viene considerato un dovere» civico del cittadino (art. 48 Cost. it.), per quanto il suo adempimento sia «affidato più alla coscienza, appunto civica, degli elettori che alla obbligatorietà del relativo comportamento, non assistita da efficaci sanzioni giuridiche».

L’astensione è dunque registrata come possibilità, e tuttavia degradata a comportamento non «qualificante», in opposizione al carattere di «necessità» e «rilevanza sociale» del voto. Può insomma capitare che l’elettore scelga di non recarsi alle urne senza essere colpito da sanzioni giuridiche, ma la sua scelta si contrappone all’obbligatorietà di ciò che si profila come «dovere civico». Un comportamento tollerato, dunque, non un «diritto» dei sistemi democratici, come pretendeva e pretende certa propaganda.

La lettera, purtroppo, non ha risposto alla mia domanda sulla legittimità dell’invito all’astensione da parte delle forze politiche. Forse sarebbe stato sufficiente citare  il Testo unico sulle elezioni, che all’articolo 98, ripreso dalla legge che regola i referendum, vieta ai pubblici ufficiali di interferire con le operazioni di voto. È infatti punito con una pena detentiva da 3 mesi a 6 anni qualunque pubblico potere «si adoperi per indurre gli elettori all’astensione».

Premesso tutto questo, impedire il conseguimento del quorum è senz’altro più facile che far vincere il No. Ma il desiderio di far fallire un referendum ci riporta al grande potere contenuto nell’istituto referendario. Uno strumento da depotenziare, secondo i fautori del decisionismo dall’alto, da tenersi stretto, invece, se si vuole contrastare la deriva autoritaria del Paese. E non c’è modo migliore di neutralizzare i referendum (tutti i referendum) che creare disinteresse per l’appuntamento, soffiando sul fuoco della non partecipazione alla vita pubblica. Che è poi il contrario di ciò che qualsiasi istituzione pubblica dovrebbe ricercare.

E allora andiamoci al seggio il 17 aprile. A votare Sì o No non importa (faccio finta che non mi importi), ma in ogni caso a esprimere la nostra volontà. Aspettando i referendum che verranno, innanzitutto quelli costituzionali (per i quali il quorum non è previsto), e poi quelli che ancora devono essere approvati, come quelli contro gli aspetti più degradanti e iniqui della legge 107, la pessima scuola voluta dal governo, per presentare i quali sta partendo la raccolta delle firme.

***

Infine, anche se mi sono dilungato abbastanza: non è vero che Sì o No fa lo stesso, e io non posso che consigliarvi di nuovo la lettura di questo articolo.

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BIS, tarantelle impopolari

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Info e prenotazioni
al 347 616 9824; lo dico subito perché i posti sono limitati.

Giovedì sera (7 aprile) alle ore 21, presso l’associazione La Manovella, in piazza Criscuolo 18 a Mesagne (Brindisi) Andrea Bitonto e Ivan Dell’Edera presentano il loro spettacolo BIS, tarantelle impopolari.

Sempre più mi convinco – la predica la devo fare comunque – che la via di salvezza, nell’odierna società della plastica e della crisi perenne, sia mettersi in gioco, riscoprire la voglia di fare cultura divertendo e divertendosi, proporre modelli altri rispetto all’intrattenimento televisivo o all’evento da centro commerciale.

È questo il caso di BIS, spettacolo che coniuga la musica popolare della tradizione con l’invenzione poetica, anche estemporanea, in una sorta di “contrario scenico”, presentato a partire dal bis, che mira a confondere il pubblico e a coinvolgerlo in maniera attiva.

La performance si colloca a metà strada tra il concerto e lo spettacolo teatrale, e propone tarantelle e stornelli popolari editi e inediti, un repertorio frutto di investigazioni familiari, ricerche sul campo e dal vivo, ma anche creazioni poetiche e sonore estemporanee e ludiche, letture e inediti poetici, ora cantati, ora recitati, fino a fondere insieme parole, teatro, poesia e musica.

Contributo minimo 3 euro.
Prenotazione obbligatoria al 3476169824 (Giuseppe).
Piazza Criscuolo,18 Mesagne, centro storico.

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troppo troppo poco niente

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Sempre più schifato, sempre meno capace di indagare, riflettere, passo le sere ipnotizzato dalle “notizie” riportate da Facebook, senza neppure la forza di passare a siti più significativi.

Ce ne sono troppe, davvero. Chi sfascia ha solo quello da fare, può dedicarvisi interamente. E ha uffici grandi, stipendi grandi, un gran numero di dipendenti.

Chi si affanna per portare avanti un po’ di resistenza al mondo del mercato dopo un po’ non ha tempo, e basta un attimo di disattenzione che si ritrova consumatore esperto, per quanto infastidito dai supermercati, veri e virtuali, che continua a frequentare.

La violenza dilaga: esiste qualcuno che può davvero stupirsi?

53 uomini e 9 donnesecondo l’ultimo rapporto Oxfamposseggono la metà della ricchezza del pianeta. In 62 hanno quanto 3 miliardi e 600 milioni di persone, vale a dire 1.760 miliardi di dollari, con un bel + 542 dal 2010 a oggi. Possiamo stupirci se la violenza dilaga?

Gli autori di questo saccheggio hanno/avranno un minimo di cura, o di pietà, per le vittime delle guerre da cui traggono profitto?

Per l’ambiente, per le capacità di rigenerazione del pianeta?

Per i mostri che continuamente creano?

Possiamo solo costruire, dal basso, circuiti paralleli a quelli ufficiali. Circuiti di aiuto reciproco, economie ausiliarie, circuiti di istruzione e cultura autogestiti.

Lottare per il singolo territorio e mettere le lotte in rete fra loro.

Praticare l’arte.

Scrivere, denunciare, documentare. Non perdere l’occasione per smascherare meccanismi e obiettivi di chi comanda.

Irridere il potere.

Servirsi delle strade istituzionali, quando è possibile ricavare un vantaggio, ricordando però che nel profondo il sistema è irriformabile.

Votare NO al referendum costituzionale di ottobre.

Scendere in piazza contro la guerra.

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