L’epifania

Uno schizzo praticamente illegibile. Mero pro-memoria.

Oggi che cade di venerdì
– oh caso memorabile! –
non porta via le feste, l’Epifania,
non tutte, almeno:
ci resta il fine settimana,
e i più faranno ponte,
e i ponti fanno ombra,
e dan riparo ai senza-casa;
i senza casa offrono una visione
diversa del mondo;
nel libro «Cecità» di Saramago
il non-vedere è un bianco luminoso
ma non una visione diversa
del mondo, piuttosto una non-visione;
e io non ho mai visto,
sotto i ponti del mondo,
i senza-casa con in mano Saramago,
né «Cecità» né altro.

Così poggiano i ponti sul saldo della riva.

Io non richiedo il saldo del mio conto
corrente, corrente come il fiume,
un passo oltre la sponda
– quant’è vicino il ponte, a ben pensarci! –
e tu ci pensi bene a che comporti
tutta quell’acqua in movimento?
C’è troppo poco fiume
nelle città del sud d’Italia,
come se il monopolio si fosse radicato
nelle contrade su, dove la pioggia
ha la pazienza necessaria
per alimentare sorgenti.

[Mario Badino, 5 gennaio 2017]

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Soltanto noi possiamo

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Soltanto noi
possiamo fermare il terrorismo, il tiro al bersaglio contro i civili. Soltanto noi, gli occidentali, i ricchi, i creatori di questo gioco terribile.

Non c’è giustizia al mondo. È colpa dell’islam o del nostro modello economico? Non c’è pietà per i civili, i bambini, le persone indifese. Andate a dirlo a quelli che le “nostre” bombe intelligenti hanno pescato a casa loro, cadendo dall’alto dei cieli.

Diamo il cattivo esempio, perciò la colpa è nostra.

Lo dico in senso pratico, mica in senso morale: di certo non nego la responsabilità personale, individuale, dell’ennesima strage commessa da cerebrolesi assassini.

Ma dico che abbiamo cominciato noi il gioco, rubando e ammazzando, e dico che stiamo continuando, che anche in questo momento – mentre bombardiamo l’Isis – lo riforniamo di armi.

Se dico che la colpa è nostra, in realtà voglio dire che la causa dipende da noi, da noi che per ciò stesso potremmo – per quanto difficile – disinnescare l’ordigno.

Ma per disinnescare l’odio occorrerebbe rinunciare ai disegni di dominio planetario. Allo sfruttamento. Alla globalizzazione dei mercati. Per questo continuiamo a fare guerre e a dare agli altri l’esempio più osceno.

Soltanto noi possiamo invertire il corso di questa deriva tragica verso uno uno stato di guerra diffusa che si fa mondiale.

Basterebbe volerlo.

>>> La vignetta è di Mauro Biani ed è stata pubblicata su «il manifesto».

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Fatta saltare in vita

Leggo sul sito dell’ansa che in Siria una bambina di 8 anni è stata fatta saltare, in un attentato, con una carica esplosiva in vita.

Mi accorgo, dolorosamente, che «in vita» ha due significati.

Fatta saltare. In vita.

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La preparazione del viaggio

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Non sto andando da nessuna parte, a meno che non stiate pensando alle vacanze di Natale.

Io sto pensando al viaggio che sogno, «fare l’Italia a piedi», come ho scritto da qualche altra parte, anche se poi mi arrendo alla prosa delle solite giornate, e chissà se se ne farà mai qualcosa.

Ma realtà o sogno, sarebbe bellissimo percorrere l’Italia a piedi, nel senso della latitudine, dalla Sicilia alle Alpi, e poi, longitudinalmente, dalla Liguria al Friuli.

Bisognerebbe trovare:

  1. Il tempo e la voglia di documentarsi (i luoghi, gli itinerari);
  2. Il tempo di andare;
  3. Qualche rivista che finanzi il viaggio, in cambio del resoconto da pubblicare a puntate;
  4. Che posto dare alla Sardegna, che sarebbe assurdo escludere dal viaggio.

E poi mi viene in mente Paolo Rumiz, che a piedi ha fatto la via Appia, da Roma a Brindisi, e ha raccontato il viaggio nel bel libro «Appia».

E mi vengono in mente i cani, che spesso mi fanno paura. E le macchine lanciate a sfiorarti, se appena sbagli il percorso.

E diventa facile smarrire la voglia di andare.

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Assurdo che vogliate

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Un mondo simpaticamente fondato sul profitto delle imprese, delle banche, dei fondi di investimento chiede di cambiare la Costituzionele regole del gioco – a un popolo (o a un insieme di individui) sempre più convinto che non ci sia problema nel fatto che lo Stato rinunci alle proprie prerogative nel regolare e nell’organizzare, come se per il cittadino potesse essere positivo affidare i servizi di base, dalla sanità all’istruzione, a mani mercenarie, istituti privati, aziende.

Assurdo che vogliate il nostro benestare
per la finanziarizzazione della vita,
assurdo che vogliate questa vita
fatta di passeggiate in centri commerciali.

La riforma costituzionale, ci dicono, dovrebbe rendere più moderno il Paese, consentendo al governo di decidere più in fretta.

Il problema, a me sembra, è il modello di riferimento, di questo esecutivo, come di qualunque governo dei decenni passati e – temo proprio – di quelli a venire. Di liberismo si muore: morire più in fretta è un vantaggio? Io scelgo di difendere la natura parlamentare della nostra Repubblica, la possibilità di prendersi il tempo necessario a riflettere, il non voler decidere da soli, calando dall’alto del proprio scranno decisioni con cui faranno i conti i cittadini.

Chiedere alle vetrine la stagione, il tempo,
vegliare l’anno al caldo artificiale, al freddo
delle bocche di condizionamento,
tenere fuori il vento, la luce naturale.

Il 4 dicembre voterò NO (#1).

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Mi piacerebbe, ma lo stagno inghiotte

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Perché, direte, questa? Qual è il significato? E perché no, del resto?
Quale significato?

Mi piacerebbe, ma lo stagno inghiotte

«Vorresti accompagnarmi per il bagno?»

Mi piacerebbe, ma lo stagno inghiotte.
Conosco gente morta dentro al fango
per essersi tuffata da incosciente,
come se le avvertenze dei cartelli
non fossero evidenti.

Ma tu che ci vai a fare?
Non temi che lo stagno ti risucchi
e ti costringa a vivere di sotto,
insieme ai rospi, ammesso che quei rospi
che sento gracidare siano sotto?

E forse non c’è vita sotto il fango.

[Mario Badino, 17 novembre 2016]

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Il meno peggio

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Ma come, eleggono Trump e te la prendi con Obama?

potreste dirmi, leggendo la mia poesia Non mi si chieda il pianto greco, nella quale metto in evidenza una cosa: a volte è la mancanza di un’alternativa accettabile a spiegare certe scelte elettorali (sconsiderate, ci mancherebbe!), e a volte chi viene celebrato dai media come affidabile, se non come moderato, è a sua volta responsabile di scelte piene di conseguenze per l’umanità, come le varie guerre promosse dagli Usa negli 8 anni di governo del presidente «premio nobel per la pace», quello che ancora oggi, alla fine del secondo mandato, molti considerano un grande presidente.

È ovvio che Donald Trump non gode della mia stima: il suo disprezzo per il welfare, l’atteggiamento verso gli immigrati, l’idea che bisogna tagliare le tasse ai ricchi, il sessismo a più riprese manifestato (ma è sessismo anche prendersela con sua moglie – lo dico ai tanti che difendono le donne sui social e poi si lasciano andare a commenti di basso tenore sulla futura first lady), l’avere iniziato a riempire la possibile squadra di governo di lobbisti di Wall Street e delle multinazionali – tantissime cose rendono Trump un avversario o, meglio, se l’espressione non dispiace, un nemico di classe.

È anche ovvio (o dovrebbe esserlo) che non c’è grande differenza tra il dire una cosa e poi non farla e il negare il problema dal principio. La presente amministrazione ha dichiarato di voler lottare contro il riscaldamento del pianeta, ma non è andata contro le grandi industrie per farlo; Trump non crede alla gravità della situazione. Qual è la differenza pratica? Obama ha dichiarato che le colonie illegali di Israele nei Territori palestinesi sono un ostacolo per il processo di pace ma poi non ha mosso un dito per costringere Israele a sgombrare i coloni; Trump ha dichiarato che le colonie sono legali e non costituiscono un ostacolo per il processo di pace. Differenze?

Insomma, me la sono presa con il prima, anche se ammetto che ci sono grosse incognite sul dopo, per evidenziare come certe politiche siano già inaccettabili; con Trump cambia il modo di infiocchettare il regalo, ma in tanti casi il contenuto della scatola non cambia.

Ammettendo che Hillary Clinton, segretario di stato con Obama e, nella percezione di molti elettori, vera e propria emanazione di Wall Street, se eletta presidente avrebbe continuato, almeno in parte, l’attuale linea politica degli Stati Uniti, a me sembra chiaro che per molti il problema principale è stata la mancanza di un candidato alternativo credibile. Il che, nel sistema americano, si riduce al fatto che solo i candidati dei due partiti principali sono presi in considerazione dalla maggior parte dell’elettorato, indipendentemente dalle loro posizioni o dalle eventuali capacità di un terzo candidato.

Né si capisce per cosa protestino le migliaia di persone che da giorni scendono in piazza urlando che Trump non è il loro presidente, che se ne deve andare. Pensano forse di ottenere che le elezioni siano invalidate? Qual è l’obiettivo delle manifestazioni? Sarebbe più logico lottare per un sistema elettorale diverso, capace di permettere una scelta vera.

Anche in Italia, dall’introduzione del maggioritario in poi, con l’aggiunta di quote di sbarramento e premi di maggioranza, si è perseguita la linea della “semplificazione”. Si è giunti cioè a due, massimo tre schieramenti che ambiscono a rappresentare l’intero Paese in Parlamento. Non c’è più spazio per le differenze, le sfumature, e i candidati si assomigliano tutti, quantomeno per la loro accettazione delle “regole del gioco” in economia (il mercato, le ricette della Banca Centrale Europea, dell’Ue o del Fondo Monetario Internazionale) e in politica estera (la Nato, l’alleanza-cooperazione con lo Stato di Israele).

Chi criticasse queste idee alla radice dove potrebbe trovare un’alternativa politica? Di certo non nelle forze oggi presenti in Parlamento. Occorrerebbe dunque riorientare la propria azione politica e sociale al di fuori delle vie istituzionali o, quantomeno, senza puntare tutto su accordi pre-elettorali finalizzati a tornare “in qualche modo” in Parlamento. Lo dico alla sinistrase esistesse ancora una sinistra credibile, e forse da qualche parte, nascosta, sopravvive – lo dico a quelli che ancora sono convinti che le persone e i loro diritti vengono prima dei soldi, lo dico agli americani spaventati da Trump dopo averlo eletto.

L’idea che va combattuta è quella che, siccome non c’è alternativa, non ci sia alternativa. Le alternative vanno costruite, ecco tutto.

>>> Nella foto, un candidato mentre riceve l’investitura elettorale.

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