Assurdo che vogliate

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Un mondo simpaticamente fondato sul profitto delle imprese, delle banche, dei fondi di investimento chiede di cambiare la Costituzionele regole del gioco – a un popolo (o a un insieme di individui) sempre più convinto che non ci sia problema nel fatto che lo Stato rinunci alle proprie prerogative nel regolare e nell’organizzare, come se per il cittadino potesse essere positivo affidare i servizi di base, dalla sanità all’istruzione, a mani mercenarie, istituti privati, aziende.

Assurdo che vogliate il nostro benestare
per la finanziarizzazione della vita,
assurdo che vogliate questa vita
fatta di passeggiate in centri commerciali.

La riforma costituzionale, ci dicono, dovrebbe rendere più moderno il Paese, consentendo al governo di decidere più in fretta.

Il problema, a me sembra, è il modello di riferimento, di questo esecutivo, come di qualunque governo dei decenni passati e – temo proprio – di quelli a venire. Di liberismo si muore: morire più in fretta è un vantaggio? Io scelgo di difendere la natura parlamentare della nostra Repubblica, la possibilità di prendersi il tempo necessario a riflettere, il non voler decidere da soli, calando dall’alto del proprio scranno decisioni con cui faranno i conti i cittadini.

Chiedere alle vetrine la stagione, il tempo,
vegliare l’anno al caldo artificiale, al freddo
delle bocche di condizionamento,
tenere fuori il vento, la luce naturale.

Il 4 dicembre voterò NO (#1).

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Mi piacerebbe, ma lo stagno inghiotte

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Perché, direte, questa? Qual è il significato? E perché no, del resto?
Quale significato?

Mi piacerebbe, ma lo stagno inghiotte

«Vorresti accompagnarmi per il bagno?»

Mi piacerebbe, ma lo stagno inghiotte.
Conosco gente morta dentro al fango
per essersi tuffata da incosciente,
come se le avvertenze dei cartelli
non fossero evidenti.

Ma tu che ci vai a fare?
Non temi che lo stagno ti risucchi
e ti costringa a vivere di sotto,
insieme ai rospi, ammesso che quei rospi
che sento gracidare siano sotto?

E forse non c’è vita sotto il fango.

[Mario Badino, 17 novembre 2016]

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Il meno peggio

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Ma come, eleggono Trump e te la prendi con Obama?

potreste dirmi, leggendo la mia poesia Non mi si chieda il pianto greco, nella quale metto in evidenza una cosa: a volte è la mancanza di un’alternativa accettabile a spiegare certe scelte elettorali (sconsiderate, ci mancherebbe!), e a volte chi viene celebrato dai media come affidabile, se non come moderato, è a sua volta responsabile di scelte piene di conseguenze per l’umanità, come le varie guerre promosse dagli Usa negli 8 anni di governo del presidente «premio nobel per la pace», quello che ancora oggi, alla fine del secondo mandato, molti considerano un grande presidente.

È ovvio che Donald Trump non gode della mia stima: il suo disprezzo per il welfare, l’atteggiamento verso gli immigrati, l’idea che bisogna tagliare le tasse ai ricchi, il sessismo a più riprese manifestato (ma è sessismo anche prendersela con sua moglie – lo dico ai tanti che difendono le donne sui social e poi si lasciano andare a commenti di basso tenore sulla futura first lady), l’avere iniziato a riempire la possibile squadra di governo di lobbisti di Wall Street e delle multinazionali – tantissime cose rendono Trump un avversario o, meglio, se l’espressione non dispiace, un nemico di classe.

È anche ovvio (o dovrebbe esserlo) che non c’è grande differenza tra il dire una cosa e poi non farla e il negare il problema dal principio. La presente amministrazione ha dichiarato di voler lottare contro il riscaldamento del pianeta, ma non è andata contro le grandi industrie per farlo; Trump non crede alla gravità della situazione. Qual è la differenza pratica? Obama ha dichiarato che le colonie illegali di Israele nei Territori palestinesi sono un ostacolo per il processo di pace ma poi non ha mosso un dito per costringere Israele a sgombrare i coloni; Trump ha dichiarato che le colonie sono legali e non costituiscono un ostacolo per il processo di pace. Differenze?

Insomma, me la sono presa con il prima, anche se ammetto che ci sono grosse incognite sul dopo, per evidenziare come certe politiche siano già inaccettabili; con Trump cambia il modo di infiocchettare il regalo, ma in tanti casi il contenuto della scatola non cambia.

Ammettendo che Hillary Clinton, segretario di stato con Obama e, nella percezione di molti elettori, vera e propria emanazione di Wall Street, se eletta presidente avrebbe continuato, almeno in parte, l’attuale linea politica degli Stati Uniti, a me sembra chiaro che per molti il problema principale è stata la mancanza di un candidato alternativo credibile. Il che, nel sistema americano, si riduce al fatto che solo i candidati dei due partiti principali sono presi in considerazione dalla maggior parte dell’elettorato, indipendentemente dalle loro posizioni o dalle eventuali capacità di un terzo candidato.

Né si capisce per cosa protestino le migliaia di persone che da giorni scendono in piazza urlando che Trump non è il loro presidente, che se ne deve andare. Pensano forse di ottenere che le elezioni siano invalidate? Qual è l’obiettivo delle manifestazioni? Sarebbe più logico lottare per un sistema elettorale diverso, capace di permettere una scelta vera.

Anche in Italia, dall’introduzione del maggioritario in poi, con l’aggiunta di quote di sbarramento e premi di maggioranza, si è perseguita la linea della “semplificazione”. Si è giunti cioè a due, massimo tre schieramenti che ambiscono a rappresentare l’intero Paese in Parlamento. Non c’è più spazio per le differenze, le sfumature, e i candidati si assomigliano tutti, quantomeno per la loro accettazione delle “regole del gioco” in economia (il mercato, le ricette della Banca Centrale Europea, dell’Ue o del Fondo Monetario Internazionale) e in politica estera (la Nato, l’alleanza-cooperazione con lo Stato di Israele).

Chi criticasse queste idee alla radice dove potrebbe trovare un’alternativa politica? Di certo non nelle forze oggi presenti in Parlamento. Occorrerebbe dunque riorientare la propria azione politica e sociale al di fuori delle vie istituzionali o, quantomeno, senza puntare tutto su accordi pre-elettorali finalizzati a tornare “in qualche modo” in Parlamento. Lo dico alla sinistrase esistesse ancora una sinistra credibile, e forse da qualche parte, nascosta, sopravvive – lo dico a quelli che ancora sono convinti che le persone e i loro diritti vengono prima dei soldi, lo dico agli americani spaventati da Trump dopo averlo eletto.

L’idea che va combattuta è quella che, siccome non c’è alternativa, non ci sia alternativa. Le alternative vanno costruite, ecco tutto.

>>> Nella foto, un candidato mentre riceve l’investitura elettorale.

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Non mi si chieda il pianto greco

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Non mi si chieda il pianto greco:
gli accordi che ricordo sono pochi.
Ora, va bene il La minore,
e scendere e salire sulle corde,
ma non mi va di unirmi al triste coro
che mette mano alla tastiera
ad ogni nuovo presidente eletto;
non era mica santo il vecchio:
teneva le due mani sui bottoni,
e comandava i droni con un dito,
seduto nella stanza dei bottoni.

Aveva più eleganza, certamente,
e un nobel per la pace sul ripiano,
tra la finestra e il caminetto;
fuori la moglie coltivava l’orto
per preparare gli spaghetti al sugo
coi pomodori del suo orto.
Poi, tutti i giorni, si piangeva il morto
morto lontano, nel vicino Oriente,
dove le bombe portano la pace.

Ora è cambiato presidente: pace,
ma avremo sempre bombe da sganciare
e piangeremo ancora le notizie:
per questo Dio ci ha dato le faccine
da mettere nei post come commento.
Con una lacrima, commento
l’Iraq, la Siria, i rifugiati,
l’ennesimo omicidio in Palestina,
dove i coloni non sono un problema
che possa ostacolare i negoziati.

Il nuovo presidente mi fa schifo,
il vecchio presidente pure.

[Mario Badino, notte tra il 10 e l’11 novembre 2016]

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Invasione, invasione!

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Succede di leggere di 239 persone disperse dopo il naufragio di un barcone al largo delle coste libiche (3 novembre) e di faticare a trovare la notizia nei siti di “informazione”.

Succede che l’ordine delle notizie importanti sia dettato da altre considerazioni, tipo l’incidenza di un convegno sulla tenuta del governo o sul voto del 4 dicembre.

Succede che ci stiamo abituando al naufragio, tanto dei «migranti» (immigrati, stranieri, rifugiati… loro, insomma: gli altri da noi) quanto di quei valori che avevano fatto dell’occidente un bel posto in cui vivere.

Per ragioni personali, chi scrive si muove sulla diagonale d’Italia sud-est/nord-ovest, tra la Puglia e la Valle d’Aosta. Questo sabato, 5 novembre, il giornale di notizie online MesagneSera ha pubblicato una breve di tre (tre!) righe nella quale si annuncia il possibile arrivo di migranti a Mesagne (Brindisi).

Secondo il sito, che però usa il condizionale, «ne dovrebbero arrivare 37». Titolo dell’articolo: «Migranti in arrivo, cresce la tensione», quasi che per le vie della città fossero in preparazione le barricate, come a Goro e Gorino. E immediatamente su Facebook, sotto il link all’articolo, spunta un commento in cui proprio le barricate si invocano, «come hanno fatto in diversi paesi in Italia».

In Valle d’Aosta, invece, la mattina di domenica 6 è arrivata una trentina di richiedenti asilo proveniente dall’Iraq. Il sito di informazione AostaSera, in un articolo assolutamente equilibrato, rileva come per la prima volta (la prima per la Valle) il gruppo sia «composto anche da nuclei famigliari, includendo quindi donne e bambini».

Anche in questo caso la notizia viene accolta su Facebook da commenti di tenore opposto, con messaggi di benvenuto, ma anche di insofferenza, egoismo, rifiuto. E anche in questo caso si punta il dito con chi non viene per lavorare, ma per rubare o vivere a spese dello Stato, e si guarda con favore alle barricate della provincia di Ferrara.

Insomma, da un lato il battere ossessivo su loro che non lavorano e restano tutto il giorno senza far niente, a differenza degli italiani che sono emigrati ed emigrano per lavorare, ignorando probabilmente che è la legge italiana a impedire ai richiedenti asilo di svolgere attività lavorative per i primi sei mesi di permanenza, in attesa che la richiesta sia esaminata.

Dall’altro lato, l’assoluta incapacità da parte di persone che si sentono più fragili e impoverite rispetto a qualche anno fa di individuare i veri responsabili della situazione, fino a proporre le barricate per fermare, nel nome della nazionalità, gente ancora più disgraziata e bisognosa di loro. Il tutto senza smettere di credere alle ricette miracolose dei soliti noti, quelli, per intenderci, che hanno causato la crisi economica, tutte le ultime guerre, l’Isis e chi più ne ha più ne metta.

Di fronte a un sistema che non garantisce felicità, pace e benessere agli abitanti del pianeta, né quelli dei Paesi ricchi, né tantomeno quelli dei Paesi poveri, invece di invocare il filo spinato e i muri dovremmo provare a immaginare un nuovo modello economico e sociale. E poi applicarlo, in barba all’economia ufficiale che mette gli esseri umani gli uni contro gli altri, nel nome del profitto.

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Onorare i carnefici (2)

Ho già detto del caso di Milano, dove il comune ha onorato ufficialmente i caduti della Repubblica di Salò con una corona funebre.

La stessa cosa è avvenuta a Nettuno (Roma), dove il 2 novembre il sindaco Angelo Casto, eletto con il Movimento 5 Stelle, ha reso omaggio al cimitero di guerra in cui sono seppelliti i caduti della X Mas.

Sulla gravità di questo atto istituzionale, rimando all’articolo linkato qui sopra: l’Italia si rivela ancora una volta incapace di fare i conti con il proprio passato e di esprimere una condanna non effimera per un regime dittatoriale che si è macchiato di crimini enormi contro l’umanità.

Del resto, la giustificazione addotta dal sindaco – «Il 2 novembre si commemorano tutti i morti» – ha il torto di equiparare chi in buona fede ha lottato per la libertà e chi, magari sempre in buona fede, quella libertà ha lottato per soffocare.

Il tempo rimargina le ferite, ma non cancella colpe e responsabilità, e chi per il proprio operato meritava infamia settant’anni fa non può aver ricevuto, dal tempo, alcuna riabilitazione.

>>> Sul caso di Milano leggi l’articolo Onorare i carnefici.
>>> Nel blog, leggi anche Un Paese che non impara dalla storia.

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Festeggiare la guerra

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Al di là del titolo polemico, mi rendo perfettamente conto che in uno Stato democratico il cui esercito ha – secondo il dettato costituzionale – compiti eminentemente difensivi non c’è alcuna ragione per cui le Forze Armate non debbano avere una loro festa.

La data scelta, il 4 novembre (del 1918) corrisponde alla fine della prima guerra mondiale lungo il fronte italo-austriaco, con la «Vittoria» dell’Italia sull’Impero austro-ungarico.

La festa, in origine, rappresentava proprio la celebrazione di quella «Vittoria», dopo un conflitto che causò un milione e 240mila morti, tra militari e civili, nella sola Italia (il 3,48% della popolazione complessiva italiana dell’epoca) e tra 16 e 17 milioni in tutto il mondo.

Non una gioiosa presa d’atto della fine di una carneficina di proporzioni immani, insomma, ma una giornata di orgogliosa celebrazione della propria bravura da parte di uno Stato e del suo esercito «vittorioso».

Dal 1918 a oggi, l’esercito regio prima e successivamente quello repubblicano si sono distinti per la partecipazione a buona parte delle guerre combattutesi tra Europa, Asia e Africa, dalla conquista fascista dell’Etiopia al secondo conflitto mondiale, alle più recenti «missioni militari» in Iraq (prima e seconda Guerra del Golfo), Serbia, Afghanistan, Libia, eccetera eccetera eccetera.

L’Italia che oggi «ripudia la guerra» (art. 11 Cost. it.) partecipa in realtà a tutte le principali operazioni belliche statunitensi, fornendo supporto logistico (basi sul territorio della Penisola, dalle quali decollano i bombardieri americani) e militare in senso stretto (uomini e mezzi).

L’Italia e il suo esercito partecipano insomma a «missioni» che si svolgono a centinaia o migliaia di chilometri di distanza dai confini nazionali, secondo un’idea di «difesa» del territorio quantomeno elastica.

Questo, non altro, è, e questo fa l’esercito italiano alla data di oggi, 4 novembre 2016. Queste sono le Forze Armate che si preparano a festeggiare e che anche noi cittadini siamo chiamati a festeggiare nelle iniziative organizzate nelle varie città.

Iniziative alle quali parteciperanno molte istituzioni scolastiche, aderendo a festeggiamenti che per l’occasione sono stati presentati come una «commemorazione delle vittime di tutte le guerre».

Alunni di scuola elementare e media si troveranno a sfilare in corteo insieme alle autorità civili, militari e religiose per ricordare le vittime, ma di fatto parteciperanno alla celebrazione di quelle Forze Armate che, a livello simbolico e non solo simbolico, sono responsabili delle citate vittime, perché sono gli eserciti, non altri, a combattere materialmente la guerra.

Io credo che non si dovrebbero mai portare bambini e ragazzi in mezzo alle divise, se non addirittura in mezzo a uomini armati. Ma credo soprattutto che non sia il compito della scuola mostrare l’esercito come una realtà “normale”. Mi rendo conto che lo è, in quanto prevista dal nostro ordinamento. Ma non credo che farei un favore a nessun futuro adulto, suggerendogli – sia pure indirettamente – che il lavoro di chi fa la guerra sia una strada percorribile.

In guerra talvolta si muore, e in ogni caso si contribuisce a uccidere.

>>> Sull’assurdità della guerra, trovo bellissima la poesia «Familiale» di Jacques Prévert, che potete trovare, ad esempio, QUI. (PS: Leggetela tutta in francese o tutta in italiano: il sito sovrappone originale e traduzione, il che risulta un po’ fastidioso)
>>> L’immagine di questo articolo è un fotomontaggio di Paolo Rey su un disegno di Danilo Cavallo.

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