Sinistra, la ricetta Lafontaine «Poche idee, poche alleanze» (dal manifesto)

 
 Premessa.
 Se oggi ci fossero le elezioni, voterei il partito più a sinistra fra quelli presenti nelle liste elettorali. Lo voterei senza crederci ma lo farei, perché votare è un dovere civico, oltre che un diritto, perché a non votare non hai voce in capitolo e soprattutto perché entrare in cabina e mettere una croce su un simbolo non mi costa nulla, appena un paio di minuti. L’importante è che la lotta non finisca presso il seggio ma continui per strada, sul lavoro, nei circoli culturali e nelle manifestazioni, a scuola, nei movimenti di cittadini, spesso trasversali agli schieramenti politici, che lottano per un mondo altro, non assoggettato a un liberismo appena scalfito, oggi, dalla crisi economica.
 Sì, se ci fossero le elezioni voterei. Per non lasciare nulla d’intentato. E voterei a sinistra: dove dovrei votare? Ma voterei schifato, Continua a leggere

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Alexis Grigoropoulos, 15 anni

 Non ho un’immagine per questo articolo. Niente che sia conveniente.
 Alexis Grigoropoulos, un ragazzo di 15 anni, è stato ucciso sabato scorso ad Atene dalla polizia greca, mentre protestava con altri ragazzi contro la riforma dell’università. A ucciderlo a colpi di pistola è stato un poliziotto. «Gli agenti sostengono», leggo sul sito di Repubblica, «che la banda abbia aggredito a sassate la loro auto durante il turno di pattuglia, ma testimoni oculari parlano soltanto di insulti dei manifestanti contro la polizia». [Approfondisci su Indymedia]
 A seguito dell’omicidio, Continua a leggere

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O mio Dio! Sta arrivando il Natale!

 
 Già varie volte ho citato il Movimento per la Decrescita felice, le sue finalità e le parole di Maurizio Pallante sull’impossibilità di affidare il nostro futuro (in quanto specie umana) al paradigma della crescita senza fine del Pil. Si tratta di qualcosa di ormai pacifico per me, ma anche (e purtroppo) di un’idea impossibile da digerire per chi ha il compito di decidere la politica economica dei comuni, delle regioni o delle nazioni. E questo vale per la destra come per molta sinistra. Citare esempi specifici mi sembra estremamente riduttivo, però nessuno può ignorare i cori di giubilo, bipartisan, per l’approvazione dell’ennesima grande opera inutile e impattante, in base al principio – tutto da dimostrare – che maggior cemento e maggiore Pil corrispondano a un maggior livello di benessere per tutti.
 Oggi, a quanto pare, l’economia globale è in crisi. Ma quand’è cominciata questa crisi? Ora che l’impianto liberista dell’economia sembra scricchiolare e i governi si affannano a mettere mano al portafogli dei cittadini per rifondere i creativi della finanza, oppure prima, quando si è investito tutto, ingegno tempo e capitali, in un modello economico capace di mercificare ogni cosa, indifferente alla natura di beni e servizi? Perché, oggi che le aziende hanno iniziato a licenziare, ci troviamo, forse dovremmo dire finalmente, a un bivio: possiamo imboccare il sentiero della decrescita economica e costruire un nuovo paradigma, rispettoso dei bisogni reali dell’essere umano, come anche dell’ambiente, o continuare imperterriti per la strada attuale, rischiando di finire a terra, trascinando i nostri passi in mezzo a campi desertificati, o magari osservando le nostre città costiere sommerse dall’innalzamento dei mari.
 Uscire dal modello della crescita non è una cosa ovvia.
 Servono esempi concreti e l’incombere del Natale – ridotto ormai alla festa consumistica per eccellenza – ci può fornire l’occasione per riflettere sul nostro modo di vivere, pensare, acquistare. L’articolo che pubblico di seguito, che contiene una riflessione molto lucida sulla frenesia per gli acquisti di Natale, è tratto dal sito del Movimento per la Decrescita felice, che mi ha gentilmente permesso di riprodurlo. Lo propongo perché mi sembra interessante, soprattutto per chi intenda intraprendere un percorso nuovo, lontano dalla schiavitù del consumo e dai pomeriggi di "svago" al centro commerciale.

 O mio Dio! Sta arrivando il Natale!
 di Andrea Bertaglio

 Già da un mese ci stiamo sorbendo le pubblicità delle promozioni natalizie, le quali, se ci avete fatto caso, vengono anticipate di anno in anno. Di questo passo, in futuro inizieremo a vedere lucine e babbi natale subito dopo Ferragosto (ovviamente lasciando il dovuto spazio ad un’importante festa d’importazione ed ai suoi gadget: Halloween). Inoltre, con la famigerata crisi economica mondiale, i tentativi di farci comprare qualcosa arriveranno a sfiorare il ridicolo, anche se non sarebbe la prima volta. Continua a leggere

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Vittorio Arrigoni sul manifesto

 
 «Vittorio Arrigoni
è stato bloccato con la forza dai soldati dello stato ebraico in acque
palestinesi, sbattuto in carcere per sei giorni e poi espulso
dall’aeroporto di Tel Aviv. Il tutto per aver manifestato a fianco dei
pescatori palestinesi contro il blocco che sta strangolando la Striscia
e gettando sul lastrico centinaia di famiglie». Così presenta la
vicenda il manifesto del 29 novembre, a introduzione di un articolo dello stesso Vittorio, di cui fornisco qui sotto l’incipit (cliccabile per leggere l’articolo intero). La versione integrale la trovate però sul blog Guerrilla Radio, perché quella cartacea è stata vittima di un paio di "sforbiciate" redazionali, ad esempio dove Vik
afferma: «Arrivati al porto di Ashkelon, io Darlene e Andrew, siamo
stati condotti fuori dalla nave da guerra israeliana, e lì ci è apparsa
dinnanzi una scena da olocausto. Qualcosa che a me a ricordato il film Schindler’s list,
o le prose intrise di orrore di Primo Levi. Tutti e quanti i pescatori
stavano inginocchiati ignudi, incatenati alle caviglie e coi polsi
ammanettati dietro la schiena, bendati. Loro il viaggio, di circa 50
chilometri nautici, se l’erano fatto così, all’aperto in quelle
condizioni». Naturalmente Vik non sta paragonando la politica israeliana a Gaza allo sterminio nazista degli ebrei: le generalizzazioni non servono a nessuno e la Shoah è stata una tragedia unica. Ma  descrivere certe «scene», certe atmosfere,
è importante per
evitare che il passato si ripeta. Fu proprio Primo Levi ad ammonire a
meditare su ciò che è stato. E non possiamo tacere, quando ne vediamo
le tracce altrove.
 Di fronte alla descrizione delle pistole puntate, del salto nel vuoto, delle scosse resto senza parole.
Penso a chi le ha vissute e mi dico che solo l’essere stato a Gaza, a
contatto con l’ingiustizia che uccide il popolo palestinese possa aver
dato a Vik la forza di reagire ai soprusi. Di provocare i soldati
israeliani. Ed è vero quello che dici alla fine: è «una questione
morale che significa libertà per i palestinesi». Ed è l’unica che possa
significare «pace e sicurezza per gli israeliani». Lo scrivo in un
commento al blog di Vittorio, che mi risponde così: «È la forza della
giustizia che ti fa reagire senza quasi timore, amico Mario. La
certezza, senza alcun dubbio, di essere dalla parte del giusto. La
parte che non punta le pistole, nel mio caso, ma che riceve i
proiettili dell’ingiustizia, nel silenzio complice di chi sapeva. stay
human. Vik».
 
 Leggi l’articolo di Vik sul manifesto
 Leggi la versione integrale sul blog Guerrilla Radio:
 Il mare era un coltre liquida impassibile, priva d’increspature, liscio come olio, martedì scorso quando io, Darlene e Andrew, (Continua)
 Disponibile, su Guerrilla Radio, anche l’articolo in traduzione inglese


 L’immagine di questo articolo è tratta dal blog Guerrilla Radio.

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A Natale scegli il regalo perfetto

  Decorazioni natalizie a Mesagne (BR)
 A Natale scegli il regalo perfetto: non abbonarti a Sky.
 E già che ci sei, spegni pure Mediaset. E la Rai.
 A Natale esci di casa e vatti a fare due passi.
 Esci dalla città.
 Racconta una storia ai tuoi figli.
 Corteggia qualcuno. Passate la giornata assieme.
 Oppure (ma è un po’ orginale), scarta i regali in famiglia.
 Non abbonarti a Sky, per favore. E lascia perdere Mediaset. E la Rai.
 
 La contesa tra Rupert Murdoch (proprietario di Sky) e il Governo italiano
è surreale: Berlusconi decide di raddoppiare l’Iva imposta dallo Stato al gigante
della tivù a pagamento. Sky non ci sta e bombarda i propri spettatori
di spot contro il governo: «Mentre gli altri governi europei
varano misure contro la crisi e per aumentare la capacità di spesa
delle famiglie», dice l’emittente, «l’esecutivo italiano va in direzione opposta». Il
«liberista» al governo cerca di mettere i bastoni fra le ruote al
«liberista» straniero, insomma. Silvio, che da proprietario di Telepiù, canale a
pagamento antesignano italiano di Sky, aveva sollecitato e ottenuto dal governo
italiano un trattamento di favore, da capo del governo
pretende invece di ripristinare la parità di trattamento tra l’azienda
del suo rivale Murdoch e tante altre imprese «svantaggiate». Continua a leggere

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Social Card e fine del mondo: Galapagos, Pallante, Mercanti e quel «furbo» di Tremonti

 Barcellona, mercato della Boqueria
 1. Mettere in sicurezza le scuole per sconfiggere la crisi
 
 «Centinaia di miliardi stanno cadendo a pioggia sul sistema finanziario (a difesa dei risparmiatori, è l’alibi) e per cercare di sostenere i consumi. Il tutto in base a un principio semplice che altre volte ha funzionato: se decine di milioni di cittadini spendono un po’ di più, sicuramente la ripresa poi decollerà». Questo, secondo Galapagos (il manifesto del 27 novembre), è il ragionamento del governo. Un po’ scherzando e un poco no, anch’io da adolescente, durante le crisi economiche degli anni ’90, giustificavo le spese e gli sprechi della mia vita quotidiana con la necessità di sconfiggere la crisi. Sostenere i consumi, tuttavia, ha un piccolo inconveniente: quello di riproporre «il solito modello di crescita, che non modifica di una virgola i rapporti sociali e la distribuzione del reddito». Nella sua riflessione, il giornalista del manifesto cerca di andare oltre, citando i dati esposti da Guido Bertolaso alla Camera, secondo i quali la «messa in sicurezza delle scuole» italiane, diventata d’attualità dopo il crollo mortale nella scuola di Rivoli, costerebbe 13 miliardi. «Una cifra enorme», commenta Galapagos. «In gioco però non c’è solo la sicurezza dei ragazzi, ma un modello di sviluppo e di intervento nell’economia diverso. Immaginate che impulso anti-recessivo potrebbe arrivare da 13 miliardi impiegati nell’edilizia scolastica. E quanto lavoro si potrebbe creare con questo “investimento in civiltà”. Ma la civiltà a questo governo non interessa. Le scuole private invece sì». Galapagos invoca una serie d’investimenti sul welfare, per garantire servizi ai cittadini e creare nuovi posti di lavoro. «Il modello di Tremonti», però, «è quello spettacolare e miserabile della social card: 40 euro al mese possono far comodo a chi vive nella miseria, ma non ne cambiano la condizione miserabile di vita». Lo stesso discorso varrebbe per la sanità: Continua a leggere

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Consegnata la mia lettera a Cossiga

 

 Oggi mi è arrivata la ricevuta di ritorno della raccomandata che ho
inviato al senatore Francesco Cossiga per chiedergli conto delle sue
parole (prima al Quotidiano Nazionale, poi al capo della polizia) sul
movimento studentesco e sulla necessità d’infiltrare provocatori tra le
sue fila, oppure di aspettare l’incidente
per poi procedere alla repressione:
«le forze di polizia si ritirino» (ossia rinuncino a svolgere il
proprio ruolo in difesa della cittadinanza). Un ex Presidente della
Repubblica, ex garante della Costituzione e oggi Presidente «emerito»
non può permettersi certi "consigli", sinceramente destabilizzanti
dell’ordine democratico. In Italia, tuttavia, ciò avviene senza
suscitare particolare scalpore o indignazione, almeno nei media
ufficiali. L’indignazione, per fortuna, c’è altrove, nel Paese e sul
web e c’è anche chi ha proceduto a denunciare il senatore a vita.
 L’importante è evitare che il tempo cancelli la memoria e che le
parole di Cossiga vengano archiviate come le "sparate" di un
personaggio un po’ eccentrico.
 Chi volesse leggere la mia lettera la trova qui.
 Chi volesse denunciare Cossiga, può seguire questo link.


 Clicca sull’immagine di questo articolo se vuoi ingrandirla.

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