
Mi appello alla benevolenza della corte.
Quello che segue è un racconto che pubblico in occasione dell’8 marzo,
per ricordare che mentre si festeggia, commercialmente, la Festa della
Donna, ancora bisogna lottare, quotidianamente, non solo per rendere
effettive quelle pari opportunità di cui tanto si parla, ma addirittura per garantire il rispetto della persona di tante donne, e talvolta bambine, vittime di disparità di trattamento, di violenza e a volte di femminicidio.
Ho fatto appello alla corte.
Perché il racconto che segue l’ho scritto io, che sono un uomo.
Perché il racconto che segue c’entra e non c’entra con l’occasione. Parla anche, più in generale, dei tempi bui in cui viviamo.
Perché non so com’è venuto.
Penso, comunque, di essere in buona fede.
La fiaba di Cappuccetto Rosso
C’era una volta,
tanti anni fa, una ragazzina che viveva con la mamma in una casetta al
limite del bosco. Era un’adolescente come tante, con i suoi problemi e
tanti sogni nel cassetto, ma a differenza di molte altre adolescenti
aveva una giacchetta rossa che portava sempre su di sé, con un
cappuccio rosso. Per questo tutti la chiamavano Cappuccetto Rosso. Un
brutto giorno, però, la borsa di Wall Street scese in picchiata,
condizionata dal crollo repentino del mercato edilizio (il lupo cattivo
soffiava, soffiava e la maggior parte delle case veniva giù, fatta
eccezione per quelle in solida muratura). In breve, poiché da cosa
nasce cosa, la crisi economica cominciò a dilagare e si racconta che
molti re e regine dovessero trasformare in bed and breakfast i
loro castelli per pagare alla banca le rate del mutuo. Mentre la crisi
infuriava, tuttavia, madre e figlia continuavano la loro vita di tutti
i giorni: avevano un orto dal quale ricavavano le rape e un pozzo per
l’acqua. L’energia per scaldarsi, infine, era garantita dai pannelli
solari disposti sopra il tetto. Un mattino la mamma chiamò Cappuccetto
Rosso. Continua a leggere
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