L’Italia è sempre stata multietnica

 
 Forse un po’ di getto, non sufficientemente ragionato.
 
 Quando qualche politico propone l’Apartheid, magari in versione ridotta (un vagone di metropolitana riservato agli autoctoni, ad esempio, o qualche trovata della medesima bassa lega) o garantisce che l’Italia non sarà mai un Paese multietnico, questo qualcuno dimostra di essere il cialtrone ignorante e razzista che è. Cialtrone, perché ogni scusa è buona per compiacere un elettorato sempre più assetato del sangue altrui. Razzista, perché divide l’umanità fra un «noi» e un «loro». Ignorante, perché non conosce (o forse disconosce volontariamente) secoli di storia, la storia di un Paese, e, prima, di un insieme di popoli e città che hanno avuto infinite occasioni d’incontro e di scambio e che da 148 anni percorrono una strada comune, nel bene e naturalmente nel male, attraverso una sorte fatta di benessere recente, ma anche d’immigrazione, guerre mondiali, dittatura e una costante distanza del potere dai cittadini. Un’Italia che ha avuto i propri momenti più alti proprio nell’intrecciarsi delle popolazioni, delle provenienze, dei linguaggi, un Paese che si è formato nei viaggi e nei commerci (al di là della retorica sul «popolo di navigatori»), nella disperazione dell’abbandono della propria terra (vuoi per ragioni economiche, vuoi per ragioni politiche), nella fornitura di manodopera per l’industrializzazione e, prima, nelle migrazioni dal contado verso la città, nel peregrinare di artisti che inseguivano i loro mecenati, nelle invasioni di popoli stranieri: gli ostrogoti, i greci di Bisanzio, i longobardi, i franchi, i saraceni, i normanni e ancora i lanzichenecchi imperiali, i francesi, gli spagnoli, gli austriaci, fino agli americani “salvatori”. Il tutto su una base latina miscuglio di popolazioni e culture locali, attraversate dagli elefanti (ma anche dagli uomini) di Annibale, il «generale nero». «Ecco perché molti italiani hanno la pelle scura», cantavano gli Almamegretta, consapevoli – a differenza di quel tale che sta a Palazzo Chigi – che l’Italia è un Paese multietnico da sempre, come c’è chi è consapevole del fatto che i flussi migratori non si arrestano con le guardie ai confini, neanche con gli accordi con la Libia di Gheddafi (promossa, a quanto pare, al rango di Paese democratico). Ma lo sanno i nostri governanti dove finiranno gli esseri umani spediti in Libia per non permettergli di toccare le sacre sponde dello Stivale? In quale genere di campi di prigionia? Lo sanno in quanti moriranno, senza forse pesare per questo sulla “coscienza” del nostro ministro dell’inferno (il refuso è volontario e assolutamente dovuto)? Abolire il diritto degli esseri umani alla libera circolazione sulla superficie del pianeta è un’idea balorda ma, lo ripeto, è soprattutto un’idea impraticabile. Non saranno le motovedette della guardia costiera a fermare l’esodo: sarà solo un po’ più difficile, bisognerà scegliere altre rotte, meno ovvie, e perciò morirà più gente. Ma i disperati del mondo, rappresentanti di un’umanità che conta sette miliardi d’individui, per la maggioranza abitanti dei Paesi del Sud e decisi a non morire solo perché il fato li ha scaraventati in Africa o in Asia anziché in Europa, sono troppi per poter essere fermati. La militarizzazione delle frontiere e le campagne discriminatorie, volte a escludere chi ormai è giunto, hanno l’unico risultato di fomentare l’odio dei “diversi”, l’intolleranza di chi non è tollerato. E questo dovrebbe spaventare per bene proprio i borghezio dei vari schieramenti: caro leghista, l’integrazione è la sola possibilità di sopravvivenza, non è soltanto una questione di buoni sentimenti. Continua la tua crociata per difendere l’integrità del campanile (quel territorio dissestato, inquinato, che continui a devastare nel nome dello sviluppo e nel contempo ti ostini a definire suolo avito – significa terra degli avi, caro il mio leghista), corri in soccorso della bontà del latte padano arricchito dagli inceneritori, della bellezza della pianura più grande d’Italia, ridotta a susseguirsi di capannoni e asfalto, riserva – se riesci – un posto in metropolitana al cittadino meneghino, ma non dimenticare che il mondo cambia e che i padroncini d’oggi saranno gli straccioni di domani. Innalza reti, barriere, magari continua a pretendere ronde e delazioni: è un ottimo sistema per fare dei nuovi arrivati dei buoni cittadini. Nega loro il voto e domandati perché fanno ghetto. Vieta la scuola ai bambini degli “irregolari” e domandati perché non si integrano. Vieta l’accesso alla sanità e poi stupisciti se sono malati. Brutti, sporchi e cattivi; come i tuoi antenati che percorsero le vie del mondo, quelle d’Europa o magari anche solo di qualche regione più ricca, trattati da italiani, spaghetti e mandolino, pezzenti cenciosi e puzzolenti. Stupisciti se non riesci a comprendere le differenze, tu che le spiani con la solita ruspa, che prepara il terreno alla solita gru per costruire le originalissime new town: tu che nel nome del profitto rinunci al patrimonio di secoli di storia e di arte e fai di un terremoto un’occasione di business, potrai accettare le sollecitazioni offerte da modelli altri? Ma no, perché di fronte alle moschee bisogna improvvisamente salvaguardare le nostre tradizioni, la patria identità, e sembrerà normale che il leghista invochi la difesa di un’italianità che invece disprezzava il dì che Umberto Bossi parlò di pulirsi il culo con il tricolore.
 
 Se non credessi che in fondo gli Stati son solo etichette, mi vergognerei di essere italiano.

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3 Responses to L’Italia è sempre stata multietnica

  1. Eliolibre says:

    Sentita la notizia ho provato lo stesso tuo disgusto. Siamo irrimediabilmente diretti verso il nazismo.

  2. Mario says:

    I cori osannanti ci sono. Proprio come allora.

  3. Eliolibre says:

    Mario, sul mio blog una dedica alla piccola Emma.

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