«Il saccheggio». Ugo Mattei all’Espace populaire

Nonostante le mille cose da fare, pubblico un articolo per festeggiare il quarto compleanno del blog. Lo pubblico in ritardo, naturalmente, perché si tratta di un’iniziativa avvenuta la settimana scorsa: la presentazione del libro «Il saccheggio», da parte di Ugo Mattei (uno dei due autori), tenutasi all’espace populaire di Aosta.

In una settimana può succedere di tutto (si pensi alla Libia e al mondo arabo), ma gli argomenti esposti non hanno ancora perso – purtroppo – nulla della loro attualità. Nel corso della serata si è trattato, per usare le parole di Valter Manazzale, che ha introdotto l’autore, del «diritto come strumento del saccheggio», una cosa che i nostri Stati (e altri poteri più o meno costituiti) praticano ormai da molto tempo.

Il libro, ricorda Mattei, è stato scritto negli Stati uniti nel periodo in cui tutti i mali erano ricondotti alla presidenza di George W. Bush, ignorando quelle «forze strutturali» che operano indipendentemente dalla personalità del presidente in carica e che, infatti, non sono state in alcun modo modificate da Barack Obama.

Il punto di vista è quello di un giurista (Mattei) e di un’antropologa (Laura Nader), che mettono sotto il proprio obiettivo la cosiddetta «rule of law», quel «regime di legalità» che è presentato dagli Stati come uno strumento di emancipazione e che è invece l’arma migliore di chi vuole far legalmente “man bassa” delle risorse di un Paese.

Il libro procede per aneddoti, a partire dal 1492, anno in cui Colombo approdò in America, e racconta i fatti storici «mettendosi nelle scarpe dei vinti», dei «perdenti», per non partecipare alla costruzione retorica dominante, che vede la storia e il diritto raccontati secondo il punto di vista dei vioncitori.

Oggi nel mondo si è giunti all’indipendenza delle colonie e all’abolizione della schiavitù, ma in realtà tali processi non sono terminati. In alcuni Paesi, ad esempio, l’abolizione della schiavitù è solo formale: se guardiamo alle condizioni di lavoro di certi lavoratori delle imprese multinazionali, infatti, troviamo la stessa sostanza economica di un rapporto di schiavitù. L’unica differenza è che adesso firmano un contratto.

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Un presidente ricattabile

Paroni del mondo, gavi' toca' el fondo

Naturalmente certe cose sono già ben note, se appena hai l’abitudine di informarti un poco, guardando, magari, al di là delle veline del «Tg1» (la voce del padrone) e «Pomeriggio 5» (leggermente più attendibile, certo, ma incentrato su notizie decisamente secondarie).

Che il poterei poteri costituiti – non siano “buoni” solo perché legali e tendano invece a fare l’interesse dei vari potentati, innanzitutto economici, è insomma risaputo e dirlo è un po’ scoprire l’acqua calda.

Ciò premesso, il grande pregio di siti come WikiLeaks è quello di mostrare le “prove” di quanto in fondo “si sa”, smascherando la falsità della retorica delle amministrazioni attraverso i loro stessi documenti riservati.

L’effetto, leggendo nero su bianco che cosa comportano concetti stupidamente accettati quali ineluttabili, come la «ragion di Stato» e l’«interesse nazionale» (pretesti, vieppiù, per fare i propri comodi calpestando il diritto o piegandolo al proprio comodo), l’effetto, dicevo, è di grande rabbia e, malgrado tutto, di semi-incredulità.

Non saprei in che altro modo definire l’impressione suscitatami dagli articoli di «Repubblica» del 18 febbraio, che mettono in luce, attraverso la pubblicazione di comunicazioni classificate dell’ambasciata Usa a Roma, l’analisi desolante di un Paese «sfortunatamente» in declino del quale però è possibile approfittare, offrendo al suo premierormai screditato in tutto il mondo – appoggio diplomatico in cambio, ad esempio, di un maggior numero di soldati in Afghanistan o della cessione di porzioni del territorio nazionale per la costruzione di basi militari a stelle e strisce, a cominciare dal Dal Molin di Vicenza.

Il tutto scritto e formulato con estrema semplicità, come se fosse naturale, per il Paese che definisce se stesso «la più grande democrazia del mondo» (il “buono” per antonomasia) sfruttare i guai di un Paese alleato, approfittare della situazione per favorire il proprio interesse nazionale, sperare – in fondo – che l’Italia non si riprenda dal berlusconismo, perché all’America conviene così.

Un presidente continuamente al centro di scandali come Berlusconi, insomma, deve «dire di sì a tutto», a ogni richiesta americana, se vuole continuare a recitare la parte dell’alleato “di peso”.

Al punto che le ingerenze statunitensi nella politica italiana, oltre a rispondere – forse – a un’abitudine che l’attuale inquilino dei palazzi Chigi & Grazioli ha interiorizzato all’epoca dell’amico Bush, oltre a costituire una conseguenza non insolita delle forti pressioni cui Washington sottopone abitualmente i propri alleati, è oggi anche un effetto della ricattabilità di un premier che naviga a vista e non vuole o non può mettere fine alla propria esperienza di governo.

Sono consapevole del fatto che quanto esposto qui sopra equivale, come dicevo, alla scoperta dell’acqua calda. Diciamo che ho voluto fare un breve ragionamento ad alta voce, sull’onda delle sensazioni suscitatemi dalla lettura dell’articolo di Repubblica (a firma di Fabio Bogo), che in ogni caso consiglio. Lo trovate QUI.

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Olio OGM in Puglia: olio di soia e di semi vari Dentamaro

Sommario: Olio OGM commercializzato dalla Dentamaro Srl di Bari. È possibile farsi sentire e chiedere il ritiro del prodotto attraverso questa pagina del sito di Greenpeace Italia.

Ci provano sempre, eccome se ci provano.

Alcuni volontari di Greenpeace Italia hanno individuato in Puglia due tipi di olio prodotti con soia geneticamente modificata, come riportato esplicitamente nell’etichetta, in osservanza ai regolamenti europei sull’etichettatura degli OGM entrati in vigore nel 2004.

Tali prodotti sono commercializzati dalla ditta Dentamaro Srl di Bari.

Si tratta del secondo caso in cui troviamo un prodotto transgenico in vendita dal 2004 a oggi.

«Allora quel prodotto fu ritirato dal mercato dopo soli dieci giorni grazie alle forti proteste dei consumatori», dichiara Federica Ferrario, responsabile della Campagna anti OGM di Greenpeace Italia. «Oggi possiamo fare lo stesso», aggiunge, ricordando che «una volta rilasciati nell’ambiente, gli OGM sono incontrollabili. La loro sicurezza e gli effetti a lungo termine su uomini e animali rimangono ancora sconosciuti».

«La reazione di noi consumatori è», dunque, «fondamentale, se non vogliamo che gli OGM finiscano nei nostri piatti».

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I miei primi 4 anni

Il quarto compleanno del blog!

È ufficiale. Venerdì 25 febbraio il blog compirà 4 anni. 1.460 giorni (1.461: c’è per forza almeno un bisestile!) vissuti in parte pericolosamente e in parte, pure, sonnecchiando .

A tutte le persone che in questo periodo si sono prese la briga (e, spero, il divertimento) di passare per queste pagine, come navigatori, ospiti, commentatori, va il mio grazie di cuore.

Non sempre il tempo consente a queste pagine di essere aggiornate come vorrei e come sarebbe giusto aspettarsi. E forse anche per questo quarto compleanno, come l’anno scorso (e a differenza dei primi due), non ci sarà una vera e propria festa.

Ma gli auguri, quelli sì, li potete fare qua sopra, il blog sarà contento.

Nella parte estesa del post, una foto che ritrae alcuni amici del blog intenti a festeggiarne il quarto compleanno. Un grazie di cuore a Bianca, Emma, Laura e Luca e un piccolo “mea culpa” (la foto era un po’ scura, così ho cercato di schiarirla, ma non vorrei averne rovinato la qualità)…

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Acqua: 12 Giugno, una proposta irricevibile

Copio e incollo dal sito Acqua Bene Comune.

12 Giugno una proposta irricevibile
di Alberto Lucarelli («il manifesto» del 10 Febbraio 2011)

Il ministro Maroni ha dichiarato di voler fissare la data dei referendum domenica 12 giugno, ovvero l’ultima data utile prevista dalla legge. Il Forum dei movimenti per l’acqua, subito dopo le sentenze di ammissibilità della Corte, aveva inoltrato una lettera al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio ed al ministro degli Interni chiedendo che il voto dei referendum si svolgesse in contemporanea con il voto delle amministrative.

Tale richiesta sembrerebbe per il momento essere stata del tutto ignorata e l’idea di fissare le consultazioni referendarie il 12 giugno, in prossimità dell’estate e degli esami di maturità, sembra proprio portare in sé l’obiettivo di scoraggiare i cittadini a recarsi alle urne. Non dimentichiamo che negli ultimi quindici anni i referendum di giugno non hanno mai raggiunto il quorum.

La legittima e opportuna richiesta del Forum si fonda su due argomentazioni, entrambe di notevole rilevanza:

1) la scelta del giorno in cui fissare la consultazione elettorale deve essere esercitata nel rispetto del principio del favor del referendum, e più in generale della partecipazione politica, ovvero nell’obiettivo, in linea con il disposto dell’art. 1 Cost. che attribuisce la sovranità al popolo che lo esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, di adottare soluzioni organizzative e procedurali che non sacrifichino il circuito della democrazia sia diretta, prevista dall’art. 75 della Costituzione, sia rappresentativa, prevista dagli artt. 55-70 della Costituzione. È evidente infatti che la concreta possibilità di tre consultazioni elettorali nell’arco di un mese (amministrative, ballottaggio e referendum) possa costituire un serio rischio alla partecipazione dei cittadini sia per le amministrative che per il referendum;

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Acqua pubblica: un referendum da conquistare (1)

Quelle ritratte nell’immagine sono le cascate di Lillaz, situate vicino a Cogne (Aosta). Diversi anni fa avevo pubblicato in una rivista locale un breve racconto nel quale un oste apriva un chiosco all’altezza del ponte sopra le cascate; il mio “lavoro” aveva suscitato una polemica inattesa, perché il proprietario del ponte si era visto riconosciuto in quelle poche righe, il che assolutamente era estraneo alle mie intenzioni, anche perché avevo sempre ignorato che quel ponte avesse un proprietario.

Fu quell’episodio a farmi riflettere sul fatto che ciò che avevo sempre immaginato di tutti – una montagna, un bosco, un ponte-cioè-un-pezzo-del-sentiero non è per forza pubblico. Del resto, da che mondo è mondo, i prati che offrono spettacolo di sé al camminante e al turista sono poi i pascoli utilizzati dagli allevatori, che non dobbiamo calpestare, «Sennò io cosa mangio?», come dicono le mucche nei cartelli, oppure perché, come recitava un’altra iscrizione più diretta, i prati «son fonte di reddito».

Eppure, che una montagna possa appartenere a qualcuno mi sembrava e continua a sembrarmi strano, tanto che per un pezzo, raccogliendo castagne nei boschi, non ho avuto il minimo sentore di stare “rubando” qualcosa al proprietario di un “fondo”. Dove ancora la natura è selvaggia, mi dicevo e mi dico, come fanno gli alberi a essere “miei” o “tuoi”, quand’è ovvio che sono di tutti, e soprattutto degli scoiattoli, degli insetti, degli uccelli che li abitano, degli animali che vi si nascondono e ne fanno la propria casa?

Insomma, senza voler fare per forza la rivoluzione del proletariato, senza ambire a socializzare ogni cosa e a ridurre sul lastrico tanti “padroni” che in fondo nulla obiettano se passeggio per i “loro” boschi, devo ammettere che mi dà fastidio l’idea che sempre più il concetto di «proprietà privata» sia considerato normale in ogni ambito.

Qua non si parla della casa. Non si parla neppure della propria attività, se una persona decide di c(r)edere alle lusinghe del mercato e trasformarsi in imprenditore. Parlo piuttosto di quella terra della quale siamo tutti ospiti, forse non sempre i migliori ospiti possibili, dell’aria che ci circonda, della strada che porta il viaggiatore dall’orizzonte che ha dietro le spalle a quello che lo attende… all’orizzonte.

Una terrala Terra – nella quale forse non tutto può essere di tutti, ma neppure tutto dev’essere di qualcuno.

Mi sono trovato a riflettere sul concetto di «bene comune» – l’acqua da bere, l’aria, il paesaggio, l’ambiente, ma anche l’accesso al lavoro, i diritti – in un’epoca che tutto va privatizzando (la gestione dell’acqua, la qualità dell’aria, il paesaggio, l’ambiente, e anche l’accesso al lavoro, i diritti), come se l’interesse di pochi dovesse prevalere sulla necessità collettiva. Come se quella fosse la via, l’unica via possibile.

Sul referendum per l’acqua pubblica è stato scritto tutto lo scrivibile, per cui mi sono dilungato nel racconto personal-poetico del mio approccio al tema anziché entrare nel dettaglio ma, sintetizzando per chi si fosse messo solo ora all’ascolto, è possibile dire che oggi in Italia, dopo 15 anni di privatizzazioni, l’acqua pubblica, quella del rubinetto, può essere almeno in parte gestita da privati, con finalità di lucro. Dove questo è accaduto la bolletta dell’acqua è aumentata, non necessariamente è migliorato il servizio.

Il referendum che si terrà, probabilmente, a giugno chiede che sia riconosciuto il valore dell’acqua come bene comune, impedendo che vi si possa lucrare sopra e imponendo, conseguentemente, un ritorno alla gestione pubblica della sua distribuzione. Si tratta di un referendum importante, che non possiamo permetterci il lusso di lasciar fallire, magari per non aver raggiunto, l’ennesima volta, il quorum. Sta a noi adoperarci per la riuscita dell’appuntamento referendario.

Che cosa pensi in proposito il governo lo ha riassunto molto bene Ugo Mattei sul manifesto del 5 febbraio, con un incipit brillante che mi permetto di “rubare” (in cambio invito pubblicamente tutti a leggere «il manifesto», che non ha padroni né – conseguentemente – denari):

«Il ministro degli interni della Repubblica di Bunga Bunga ha comunicato ieri che il referendum contro la privatizzazione dell’acqua si terrà il più tardi possibile, ossia domenica 12 giugno. La motivazione è che quel giorno una gran parte delle laboriose popolazioni della Repubblica si troveranno al mare o imbottigliate in coda nei loro grandi Suv e che quindi non potranno raggiungere le urne, facendo così saltare il quorum. L’annuncio costituisce il solito schiaffo in faccia al Presidente della Repubblica che, non consultato, si troverà a firmare un decreto che costerà ai pochi fra i cittadini che pagano le tasse una cifra vicina ai 10 milioni».

Perché ovviamente la privatizzazione dell’acqua è un business enorme e il governo, si sa, è dalla parte degli affari. Perché ovviamente questo, si sa, non è il primo referendum che si cerca di far fallire “mandando” tutti al mare, che almeno ci pagassero la sdraio.

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9 febbraio: Giornata della Libertà di Scelta sulla propria Vita

Se questa è una donna, alimentata da un sondino nasogastrico, perché da 17 anni è in coma. Se questo è un uomo, tenuto in vita da una macchina della quale è appendice inconsapevole e incosciente. Se questi sono uomini, che impongono per legge l’accanimento terapeutico, l’alimentazione forzata di chi non tornerà fra noi e unicamente “vive” lo stato vegetativo.

E io lo so che Lazzaro era morto e dopo un po’ è risorto, però la fede è cosa relativa – c’è chi ce l’ha e chi no – mentre la volontà dovrebbe essere di ognuno, come di Eluana Englaro, che aveva chiesto, se fosse capitato a lei, di non essere sottoposta ad alcun accanimento terapeutico, sorte che invece le toccò per 17 anni.

Il 9 febbraio è il giorno in cui il cuore di Eluana smise di battere. Un governo moribondo, il nostro, ha deciso di trasformarlo nella Giornata nazionale degli Stati Vegetativi, in chiaro spregio dell’esperienza tragica di Eluana, per colpevolizzare ancora il coraggio e l’ostinazione del padre Beppino e la stessa sentenza emessa dalla magistratura in favore dell’interruzione della nutrizione artificiale.

Contro questa decisione «moralmente mostruosa», la rivista MicroMega ha lanciato un appello per fare del 9 febbraio la Giornata della Libertà di Scelta sulla propria Vita, attraverso iniziative in tutte le città d’Italia.

Si tratta, a mio avviso, di un dovere morale per ribadire il diritto individuale alla scelta – attraverso strumenti semplici e chiari ma pervicacemente rifiutati, come il testamento biologico – e riaffermare il principio della laicità delle Istituzioni contro visioni del mondo relative, siano esse religiose o ideologoche, imposte a tutti come assolute.

Puoi leggere QUI il testo dell’appello di MicroMega.

Puoi ascoltare QUI una lettura del brano L’istituzione-branco, scritto da Wu Ming 1 sulla vicenda Englaro. La voce è mia, il pianoforte è quello di Beppe Barbera.

Pubblico di seguito l’iniziativa che si terrà nella mia città, Aosta, a cura della Consulta valdostana per la Laicità delle Istituzioni, per celebrare la Giornata della Libertà di Scelta sulla propria Vita. La partecipazione naturalmente è libera, ma è possibile aderire all’evento su Facebook.

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