Sono le 20.10, sono sintonizzato su Rai 1, che sta trasmettendo, al posto del telegiornale, un documentario sugli sciacalli in Abruzzo, forse fuggiti dal Parco Nazionale dopo il terribile sisma di questa notte. Sciacalli armati di telecamere e microfoni per mostrare il dolore umano, fabbricatore di audience, per intervistare donne e uomini in lacrime, oppure tuttologi che s’improvvisano sismologi per dire la loro sui fatti. Ma il dolore delle vittime andrebbe rispettato: date la notizia e poi silenzio. Che senso ha mostrare i cadaveri estratti dalle case? Anzi, non silenzio, perché se per una volta le macerie non sono state direttamente prodotte dall’uomo, forse i giornalisti dovrebbero servire ad appurare le responsabilità di chi poteva prevedere e non ha saputo farlo
o, se come dice la prtezione civile il terremoto non era prevedibile, quelle di chi non ha saputo mettere al
sicuro, con consolidati criteri antisismici, gli ospedali, gli alberghi
e – almeno – tutti gli edifici nuovi. «Ma ecco i testimoni di altro
dolore», ha appena detto la Busi. E di nuovo una serie infinita
d’interviste: catarsi collettiva catodica, televisione antidoto al
dolore. Continua a leggere
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