Innse: una vittoria che mina un sistema

  Una fabbrica
 Il 70% degli italiani non avrebbe problemi ad accettare un invito a villa Certosa, rivela un sondaggio di Novella 2000. Può darsi che si tratti di un segnale positivo (il 30% del Paese è ancora sano, prova a consolarsi sulla Stampa Massimo Gramellini), ma a me sembra piuttosto l’indice di una questione irrisolta, tanto semplice e vecchia da apparire noiosa. Cioè che in base al solito conflitto di interessi, il papi-padrone del governo è anche il papi-padrone del servizio televisivo italiano (Murdoch e pochissimo altro a parte); un’arma di distrazione di massa
che – appunto – distrae le masse, fino a rendere credibile il messaggio
che in queste ultime settimane siamo stati spettatori di una semplice vicenda di corna
(iterate, certo, magari spiacevoli, ma corna, da commedia
all’italiana), cui mette fine lo stesso presidente del consiglio,
riconoscendosi colpevole («Non sono un santo») per ribadire,
allo stesso tempo, di non avere nulla di cui rimproverarsi.
 E invece no: i "pettegolezzi" sul (poco) Cavaliere non riguardano una vicenda di corna, ma rendono la cifra dello stato di deterioramento avanzato
di parte del Paese (non m’interessa se il 70% o – come mi auguro –
meno; è comunque una "fetta" rilevante), incapace – o incurante – di
riconoscere i sintomi di una corruzione erta a sistema, che
diventa arte del governo, colpendo a tutti i livelli le istituzioni,
rendendole inefficienti e sprecone, al di là non solo di qualsiasi meritocrazia, ma soprattutto di qualunque legalità. Un potente che fa provvista di escort sfogliando i book
fotografici delle aspiranti veline può scegliere in base a quali favori
dispensare posti in televisione o posti in lista elettorale,
indipendentemente dalle capacità delle persone coinvolte. Il colloquio
di lavoro, il provino televisivo si trasferiscono in camera da letto,
nel «lettone di Putin».
 Ma il deterioramento non è solo morale. L’attuale maggioranza di governo tende da anni (e sarebbe ingeneroso limitare al centro?!-destra italiano tale tendenza) a favorire quelle politiche liberiste che traggono dalla deregolamentazione del lavoro, e più in generale di tanti ambiti del vivere associato, l’alimento per rifocillare gli stomaci delle classi più abbienti – intese oggi come lobby
più o meno legali di potere, cartelli di grandi imprenditori,
ovviamente anche le mafie – contro l’interesse della maggioranza della
popolazione, cui vengono sottratti servizi (lo stato sociale, gratuito e di qualità) e diritti (si pensi alla smania securitaria, oggi peraltro trasversale agli schieramenti).
 Parallelamente
a questo deterioramento (quanto suonerebbe banale la frase di
Shakespeare se Orazio esclamasse: «C’è del marcio in Italia!»), si
assiste a un autoritarsimo di facciata (ma non per questo meno effettivo nei confronti delle categorie contro le quali è esercitato), che vede negli "ultimi" i capri espiatori da dare in pasto ai rancori dei "medi", lasciando i "primi" in pace e trasformando così il naturale conflitto sociale in guerra fra poveri.
 Mentre il governo distrugge i contratti nazionali, non tenta in alcun modo di porre vincoli ai licenziamenti delle imprese che si trovano ad affrontare la crisi economica, parla apertamente di «gabbie salariali»
(razzisticamente legate a un criterio geografico), corteggia Cisl e Uil
per mettere la Cgil, il più grande sindacato d’Italia, da solo
nell’angolo dei "cattivi", un esempio che infonde un poco di fiducia –
e finanche di entusiasmo – viene dalla lotta dei 49 operai dell’Innse,
che sono riusciti a impedire la rottamazione dell’azienda (e quella
propria!), che era stata decisa dall’interesse degli speculatori
immobiliari. 14 mesi di lotta ostinata hanno pagato,
dimostrando che il futuro è nelle mani di chi lotta per i propri
diritti. È una vittoria della solidarietà operaia, che sarà di tutti i
lavoratori, a patto di spezzare gli assunti assolutisti di chi ha
imposto un pensiero unico capace di nascondere il conflitto. Se
la vittoria degli operai dell’Innse anticipa un autunno "caldo" per la
signora Marcegaglia e i suoi associati, c’è ancora la speranza che
qualcosa possa cambiare, facendo breccia nel sistema di consenso
berlusconiano. Magari aggiungendo linfa nuova a quel 30% di italiani
che – già oggi – rifiuta di accettare un invito a villa Certosa e
domani, forse, sarà disposto a salire su una gru.

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