Tre anni di Piombo fuso


Aggiornamento: Gaza sotto attacco da terra, mare e cielo. Un morto e 10 feriti. Numerose bombe sonore per causare il panico nella popolazione [da Convoglio Restiamo Umani su Facebook].

Si è celebrato oggi, 27 dicembre 2011 (si è celebrato?), il terzo anniversario dell’inizio dei feroci bombardamenti israeliani che colpirono la Striscia di Gaza tra il dicembre del 2008 e il 18 gennaio del 2009, durante l’operazione militare «Piombo Fuso», responsabile dell’uccisione di circa 1300 palestinesi.

A tre anni di distanza continuano i raid dell’aviazione militare israeliana (alla quale la “nostra” Finmeccanica si appresta a fornire nuovi velivoli). L’ultimo, che ha causato un morto e tre feriti, è stato oggi.

Nessuna giustizia per i crimini di guerra è stata ottenuta da parte delle vittime, benché la responsabilità israeliana sia stata riconosciuta dalle stesse Nazioni Unite. Continua invece l’embargoillegale – ai danni della popolazione della Striscia di Gaza, imposto dal governo di Tel Aviv e di fatto accettato dal resto del mondo “che conta”.

La testimonianza più viva del «Piombo Fuso» è per me quella di Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani ucciso a Gaza l’11 aprile di quest’anno, autore del libro «Gaza. Restiamo Umani», cronaca quotidiana della tragedia di quei giorni, scritta mentre intorno cadevano le bombe.

Lo avevo raggiunto telefonicamente, sia in privato, sia nel corso di un paio di serate di sensibilizzazione organizzate all’Espace Populaire di Aosta. Una volta ho anche sentito l’eco di una bomba, caduta proprio in quelle ore che – secondo l’esercito di Israele – sarebbero dovute essere di tregua.

Rientrato in Italia, Vittorio aveva accettato di presentare il suo libro all’Espace Populaire. Accanto a me, in questo momento, ne ho una copia dedicata a mia figlia. «Gaza. Restiamo Umani» è tuttora un modo unico per fare memoria di ciò che è stato (e che purtroppo continua a essere). Dovremmo riprendere a organizzare letture pubbliche del libro, come antidoto alla “distrazione” dei media. Acquistarlo, diffonderlo, farlo adottare, a seconda delle possibilità, da scuole e biblioteche. Donarlo, se ancora c’è rimasto qualche regalo in sospeso.

Intanto, una buona notizia riguardo all’informazione sulla Palestina, è che Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni, la madre e la sorella di Vik, hanno deciso di far rivivere il blog di Vittorio, Guerrilla Radio, che proprio oggi ricorda l’inizio di «Piombo Fuso» con una poesia di Dunya Mikhail.

A Roma, l’anniversario è stato celebrato con un’azione di solidarietà verso la Palestina: il presepe di piazza Venezia è stato trasformato in un presepe palestinese per ricordare le vittime dei bombardamenti, dell’embargo, dell’occupazione. Nel video che pubblico di seguito si vede il presepe in questione, fino alla rimozione dei simboli palestinesi da parte di uno “zelante” pizzardone, mezzora dopo la loro collocazione.

>>> «Gaza. Restiamo Umani», il libro di Vittorio Arrigoni, è acquistabile online.

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C’è un’Italia oggettivamente razzista


Non c’è bisogno
di un Gianluca Casseri che impugni senza alcun motivo un’arma contro altri esseri umani per capire che l’egoismo e il razzismo sono diventati una componente significativa nell’Italia di oggi. Vent’anni di sparate della Lega Nord, rimaste tutte impunite ed etichettate dai media come simpatico folklore, la rivoluzione possibile di Mani Pulite affogata in quindici anni di berlusconismoancora l’impunità, eletta questa volta a sistema – e il peggioramento delle condizioni economiche della popolazione (soprattutto, il crollo delle certezze, dei diritti acquisiti – come cittadini e come lavoratori – attraverso decenni di lotte, dallo Stato sociale alla sicurezza del posto di lavoro), tutti questi elementi hanno lavorato con forza per plasmare un Paese nuovo, in accordo con le trasformazioni avvenute negli altri Stati d’Europa e del mondo (sì, la tanto citata globalizzazione, anche; e poi altre cosucce, come il tracollo del blocco comunista, che ha lasciato agli Usa, in politica estera, la tentazione dell’arbitrio assoluto).

Naturalmente, sono stati anche anni di migrazioni e l’Italia è diventata Paese di arrivo (senza peraltro aver smesso di essere Paese di partenza) dei flussi migratori, con tutte le conseguenze sociali del caso, amplificate dalla mancanza di una politica nazionale di accoglienza e integrazione degna di questo nome e da una legge pessima, la Bossi-Fini, che di fatto impedisce a chi giunge di nascosto, o scivola nella cosiddetta «clandestinità», di regolarizzare la propria posizione, per diventare, a tutti gli effetti, un cittadino. In Italia si preferisce impedire ogni possibilità di partecipazione alla vita politica negando il diritto di voto e lasciare al medico la possibilità di denunciare chi, fra i suoi pazienti, non ha i documenti in regola; si rinchiudono migliaia di esseri umani nei Cie, i nuovi campi di concentramento della nostra «Repubblica democratica» e si organizzano sgombri ufficiali e spedizioni punitive nei campi rom (quella di Torino non è certo la prima); e provatevi a dire che ai rom bisognerebbe dare una casa invece di una roulotte e sentite la reazione indignata dell’italiano medio.

In tutto questo, e subito dopo i tragici fatti di Firenze – ma nel frattempo nel capoluogo toscano c’è stato un altro episodio di razzismo – nella mia regione, la Valle d’Aosta, hanno suscitato particolare scalpore (e per fortuna, in molti casi, sdegno) le parole che il campione olimpico aostano di sci di fondo Marco Albarello ha affidato alla sua bacheca di Facebook.

Ha accusatopensate l’originalità – gli «extracomunitari» di prendere «i soldi di sussistenza» quando «ci sono milioni di famiglie italiane che non arrivano a fine mese». «Hanno più diritti degli italiani», ha biascicato, «e questo è un segno che qualcosa non funziona, che l’equità di cui tutti parlano non c’è. Pare che il valdostano, il veneto, il calabrese, insomma qualsiasi italiano in difficoltà non abbia gli stessi diritti degli extracomunitari». Poi, per non farsi mancar nulla e suscitare (almeno in me) il sospetto di un suo prossimo ingresso in politica, ha pensato bene di aggiungere una tirata sulla “crisi dei valori”: «non c’è più rispetto per nulla, né per la Chiesa, né per la scuola o la famiglia», evergreen buoni per tutte le stagioni.

Per quanto gravi, le affermazioni di Albarello non sono certo sconvolgenti per il loro carattere di novità: sono gli stessi discorsi già sentiti, più e più volte, al bar, in strada, nelle parole di tant* brav* padri e madri di famiglia (magari col bimbo vicino: che impari subito l’importanza di una visione razzista della vita!), nelle proposte di qualche consigliere comunale non per forza leghista, nell’atteggiamento dei commessi di negozio che ti strizzano l’occhiolino a indicare che ti hanno riconosciuto, che tu sei come loro, sei italiano, e che quell’altro, cliente come te, quello ha una pronuncia diversa e, perciò stesso, un’altra testa…

«Il signor Albarello», ha commentato la Cgil Valle d’Aosta in un comunicato, «personaggio pubblico, al quale nel 2000 è stato conferito il titolo di Commendatore “Ordine al merito della Repubblica Italiana”, che ha rappresentato il nostro Paese alle Olimpiadi, dovrebbe, a nostro avviso, diffondere anche i migliori sentimenti degli italiani legati alla cultura dell’accoglienza e del rispetto reciproco e non, al contrario, lasciarsi andare a gravi dichiarazioni contro chi vive e lavora onestamente nel nostro Paese, da qualunque luogo esso provenga». Anche perché l’Italia «è ancora ben lontana dal riconoscere agli extracomunitari pari diritti rispetto ai cittadini italiani. Diritti riconosciuti in tutta Europa e ancora ben lontani dall’essere realmente esigibili da noi»; come da anni sostengono non (solo) i centri sociali, ma le Nazioni Unite. In seguito a questo comunicato un lettore ha scritto in una lettera alla Stampa di voler stracciare la tessera della Cgil.

Le accuse di Albarello sono in realtà facilmente smontabili. Il quotidiano online AostaSera.it, in un bell’articolo cui rimando, cita dati dell’Istat, della Banca d’Italia, della Caritas e di vari Ministeri per dimostrare come «in mancanza di diritti di cittadinanza, gli immigrati contribuiscono alla nostra economia maggiormente di quanto non percepiscano dallo Stato». «Sono quasi tutti regolari. Non hanno aumentato, con il loro arrivo, i tassi di criminalità. Pagano le tasse più di noi, facendo lavori che non vogliamo fare nonostante siano due volte più colti. Contribuiscono al Pil al 10%, ma sono il 7,5% per cento della popolazione. Ci pagano le pensioni. Sono svantaggiati rispetto agli italiani nelle graduatorie per la casa». Parole diverse, si converrà, da quelle che è possibile ascoltare tutti i giorni in molti telegiornali, forse un primo passo per vedere in maniera diversa la questione dell’immigrazione.

Sulla vicenda legata alle dichiarazioni di Albarello pubblico, di seguito, il comunicato di Arci Valle d’Aosta:

Marco Albarello è un pericoloso ignorante.

Ignora che i cittadini migranti ricevono sussidi e aiuti – in quantità invero assai modeste – non in quanto immigrati, ma perché poveri, così come avviene per ogni altro cittadino. Anzi, spesso hanno meno diritti dei cittadini italiani o di chi comunque risiede da più tempo nel nostro Paese.

Al di là delle solite premesse di rito – «Non sono razzista, ma…» – il discorso di Albarello è oggettivamente razzista, perché narra una falsa verità – gli immigrati privilegiati che hanno tutto -, interviene in un momento difficile per la democrazia – addirittura all’indomani dell’omicidio di due cittadini senegalesi da parte di un neofascista vicino a Casa Pound Italia – e perché promuove la logica del conflitto orizzontale.

Poveri contro poveri. Milioni di italiani stanno male; questo sicuramente è vero, ma la causa non sono quegli uomini, donne e bambini che cercano un futuro nel nostro Paese, ma semmai un sistema economico fondato sull’eccessiva competitività e sulla speculazione di banche e borse.

Le risorse da destinare a chi non arriva a fine mese vanno tolte ai più ricchi e non ad altri poveri.

Albarello è un dipendente pubblico, la sua missione, per cui viene pagato dallo Stato, dovrebbe essere quella di trasmettere, attraverso lo sport, valori positivi agli altri cittadini.

Dato che invece persiste nella sua posizione, pare opportuno e corretto che il suo datore di lavoro, l’Esercito italiano di una Repubblica antifascista, che promuove l’eguaglianza tra i cittadini, prenda provvedimenti nei suoi confronti.

Non basta aver vinto delle medaglie per essere un buon cittadino.

Contro questa politica dell’odio e dell’ignoranza, l’ARCI VdA invita i cittadini a firmare la proposta di legge per i diritti di cittadinanza ai migranti «L’Italia sono anch’io» e a sostenere le iniziative per la chiusura di Casa Pound Italia.

ARCI VdA – Alexandre Glarey

>>> PS: Sullo sdoganamento di certi “modi di sentire” e, in particolare, sull’opera di legittimazione delle posizioni dell’associazione fascista CasaPound, leggi l’articolo di Femminismo a Sud Chi ha sdoganato CasaPound?. L’articolo ha suscitato un mare di polemiche perché fa nomi e cognomi dei fiancheggiatori del fascismo, vale a dire quei giornalisti che, con i loro toni concilianti e i loro inviti alla “libertà di espressione del pensiero”, contribuiscono a legittimare posizioni come quelle dell’associazione neofascista. In un Paese in cui nessuno si prende la responsabilità di ciò che pensa e dice, le polemiche erano inevitabili. Io ho espresso la mia solidarietà a Femminismo a Sud QUI.

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Chi ha sdoganato CasaPound? Solidarietà a Femminismo a Sud

Adesso basta, non ce la faccio più a sentire il peggio coro della peggio gioventù, i piccoli gerarchi dell’associazione neofascista (lo smentiscano, se credono) CasaPound intervistati con tanto di virgolettato per dire che no, loro non c’entrano con Gianluca Casseri, che l’uomo che scriveva sui loro siti, nel loro “ideodromo”, l’uomo i cui articoli sono stati rimossi in fretta e furia all’indomani degli omicidi di Firenze, non è mai stato un membro di CasaPound, che l’uomo che ha ucciso freddamente Mor Diop e Samb Modou, ferito gravemente Moustapha Dieng, Sougu Mor e Mbenghe Cheike era soltanto un povero squilibrato, mentre è evidente che si trattava di un nazista, alle cui idee è stato dato spazio dall’associazione fino all’altro giorno, finché il personaggio non ha passato la misura, diventando così impresentabile.

Non sto dicendo che tutti i “ragazzi” di CasaPound si apprestano a sparare sugli immigrati, sto dicendo che certe azioni dipendono da un preciso clima “culturale” e ideologico, dall’aver scelto un «noi» da contrapporre a un «loro», dall’avere ereditato – e mai rinnegato – un passato vomitevole, una storia di egoismo, tristezza e tradimenti nascosti dietro parole come «Patria», «Onore», «Obbedienza» al pagliaccio di turno. Un sistema di “pensiero” che rende perfino superfluo qualsiasi riferimento ai fatti di Firenze e alle due vite umane cancellate per il capriccio di un fascista, perché non dovrebbe essere necessario aspettare che si giunga a tanto per condannare e isolare i fascistigli anticorpi a questo punto dovremmo pure averli ereditati.

Ma, certo, come antifascista sono io ad avere pregiudizi, a non accettare il confronto democratico, sono io a essere intollerante! Sono «un professionista dell’odio e della menzogna», come dice, mentendo, qualcuno. Ma, dopotutto, quello che vomitano i fascisti non dovrebbe essere importante, se non fosse che i media – mentre condannano i fatti di Firenze, ovviamentefanno a gara per assolvere CasaPound, dimenticando innanzitutto che cosa sia, che cosa significhi il fascismo. Casseri o non Casseri, che non è (solo) quello il punto.

Così ho voluto esprimere tutto lo schifo che provo per gli amici dei fascisti, le anime belle che si ergono a paladini dell’altrui diritto di pensare ciò si vuole e di esprimere tale pensiero, quelli che «non la penso come te ma morirei per difendere il tuo dirito di dire ciò che pensi», che importa se ti rifai a un’ideologia totalitaria (cor)responsabile della sofferenza e della morte di milioni di persone, del razzismo come legge di Stato, della schiavitù di un paio di generazioni? Nel mio articolo ho citato (e linkato) un articolo del Messaggero, per mettere in evidenza come il linguaggio e il tono utilizzati da alcuni, lo spazio offerto al “contraddittorio”, al diritto di replica – cose di per sé nobilissime, per carità – contribuiscano allo sdoganamento, alla santificazione di CasaPound, a equiparare fascisti e antifascisti secondo il teorema degli “opposti estremismi”, quello – per intenderci – che porta a fare di tutta l’erba… un fascio.

Ha fatto la stessa cosa, in maniera molto più dettagliata e documentata, il blog Femminismo a Sud, in un articolo che linko e che consiglio, dal titolo Chi ha sdoganato CasaPound? Si tratta di un post molto interessante, che riepiloga quanto notato dal blog nel corso degli anni circa l’opera di legittimazione portata avanti da molti – anche a sinistra – nei confronti dell’associazione fascista (smentiscano, se credono). Uno strumento di lavoro per chi – antifascista – voglia comprendere un fenomeno e mettere/restare in guardia da certi tentativi giustificazionisti. Una goccia, senza esagerare, di quell’antidoto di cui c’è sempre più bisogno se non si vuole accettare una visione del mondo oggi funzionale a (e prefabbricata da) un potere autoritario e conservatore, e sempre più imposta come l’unica politica possibile.

L’articolo di Femminismo a Sud ha sollevato innumerevoli crtiche da parte di chi ha ritenuto di dovervi ravvisarvi una specie di lista di proscrizione (quanto potere in un blog!), capace di scaldare gli animi (di chi? perché?), con il rischio che «qualcuno, per eccesso di zelo o per fanatismo» si spinga «oltre», perché «abbiamo visto troppe volte le parole che diventavano pietre o pallottole». Lo dice nel suo blog Marina Terragniil cui nome non sto inserendo in alcuna lista, ma a questo punto dispero di essere creduto – dimenticando la differenza tra liste compilate dai neonazisti e ai neonazisti rivolte (che, incredibilmente, cita a sostegno della sua argomentazione) e il mettere qualcuno di fronte alle proprie responsabilità.

La risposta di Femminismo a Sud a Marina Terragni si può leggere QUI.

In ogni caso, era già stato chiarissimo Wu Ming1, intervenendo proprio in relazione alle critiche suscitate dall’articolo di Femminismo a Sud: «indicare leggerezze, superficialità e responsabilità di chi in questi anni si è lasciato afFASCInare dall’estrema destra “nuovista”, di chi si è impegnato a “sdoganare” i fascisti del terzo millennio, questo equivarrebbe a compilare “liste di proscrizione”. E certo! In un Paese dove nessuno si prende mai la responsabilità di niente e per niente, qualunque tentativo di indicare e argomentare la responsabilità di qualcuno per qualcosa dev’essere demolito in quanto tale».

Parole che, onestamente, dicono tutto.

Aggiungo unicamente la mia, doverosa, solidarietà al collettivo di Femminismo a Sud per la marea di critiche ricevute (vistosamente ingiuste e in gran parte strumentali) ed esprimo a tutt@ loro un profondo ringraziamento per il lavoro che svolgono quotidianamente, magari rosicchiando tempo al lavoro, alle famiglie, alle amicizie, perché – a differenza di quanto accade ad altri – chi dedica se stess@ a certe battaglie non viene poi retribuito per ciò che dice o scrive.

>>> L’immagine di questo post è l’header del blog Femminismo a Sud, tratto dalla foto «Lotta per la casa», opera di Tano D’Amico.

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tre milioni di euro per mostrarsi in tivvù


Che la regione Valle d’Aosta
, all’atto pratico, sia semi-sconosciuta in Italia lo dico da un pezzo. Che cosa accada da noi per il resto del Paese è un mistero.

Non mi aspettavo però che i nostri amministratori regionali mi prendessero sul serio, al punto da accordarsi con la Rai, per la modica cifra di 1.100.000 euro l’anno per tre anni(!), al nobile scopo di promuovere l’immagine e il territorio della regione attraverso alcune trasmissioni televisive.

Popolazione valdostana, gioisci! Quest’anno, la diretta di Capodanno su Rai1, condotta dal bravo Carlo Conti, sarà trasmessa da Courmayeur! A Rimini, a quanto pare, se la sono pure presa.

Ma l’accordosuonate fanfare! – prevede collegamenti dalla Vallée anche durante altri programmi, a cominciare da Domenica In (già dal 1° gennaio), Linea Verde e i Soliti Ignoti (in due puntate è prevista la partecipazione di un personaggio rappresentativo del territorio regionale – chi sarà? suspence!), Sereno variabile e Geo & Geo.

I casi sono due: o sono impazzito io, o sono impazziti loro.

Tre milioni di euro sono sei miliardi delle vecchie lire, una cifra con la quale (volete un po’ di pubblicità seria seria?) è possibile salvare la vita di centinaia di migliaia di esseri umani che soffrono di sete e di fame nel mondo, alleggerire le molte manovre italiane fondate sui tagli selvaggi, migliorare l’offerta turistica regionale… Devo continuare? O devo ricordare come la nuova trovata “ingegnosa” dell’amministrazione regionale si collochi nel solco della tradizione, con soldi pubblici regalati per ospitare quassù fra i monti i concorrenti dell’Isola dei Famosi in ritiro pre-trasmissione, per organizzare i mondiali militari di sport invernali o per pubblicare il logo della regione sulle etichette di una marca di birra?

Tutto questo mentre la crisi morde, affondando i denti sui precari (anche in Valle d’Aosta), sui pensionati, sul welfare (o ciò che ne resta), mentre si straparla di tassare cani e gatti (encomiabile misura in favore del randagismo) e si aumenta l’accise sul tabacco delle sigarette fai-da-te (quelle di chi vuole o deve spendere meno). In questa situazione, come utilizzare responsabilmente il denaro dei cittadini dovrebbe essere il primo cruccio di chi governa; e infatti proprio dalla crisi parte l’ineffabile Augusto Rollandin, presidente della regione, nel presentare l’accordo con la Rai: «è uno sforzo in un momento di crisi» – ha detto all’Ansa – «e di fronte all’azione tambureggiante di altre regioni». Ah bè, se anche gli altri “tambureggiano”…

Ma esco dalla polemica, per un attimo, nella speranza che le mie parole possano raggiungere più facilmente il destinatario. Avete 3 milioni da gettare? Fatelo, visto che non posso far nulla per impedirlo. Ma pensate – e qui sono serio – a quale e quanta più pubblicità potreste procurare, a voi e alla regione, intervenendo con una cifra simile per alleggerire il peso della manovra del governo Monti sulle tasche degli italiani. O anche pensate a che cosa significherebbe devolvere una somma del genere per aiutare chi qualcosa di utile lo fa davvero: vedete voi, c’è solo l’imbarazzo della scelta! Pensate ad esempio al drammatico appello di Gino Strada, che circola proprio in questi giorni: «Il lavoro di EMERGENCY continua ad aumentare, perché sono in crescita costante le vittime della guerra e della povertà, e curarle è insieme il nostro dovere e il nostro ruolo. In questo momento, le nostre risorse economiche non ci consentono più di farvi fronte. Abbiamo bisogno di molti soldi per tenere aperti i nostri ospedali, i centri chirurgici per le vittime di guerra, i centri ostetrici, pediatrici, di primo soccorso, di riabilitazione. E per mantenere in vita anche i poliambulatori specialistici gratuiti che EMERGENCY ha aperto in Italia – in Italia!, ndr – negli ultimi anni».

Pensate a questo e poi vedete se dobbiamo veramente usare 3 milioni di euro per ottenere che Carlo Conti faccia il “trenino” a Courmayeur anziché a Rimini. A meno, naturalmente, che non sia un riferimento al trenino di Cogne.

>>> Nella foto, il motto riportato sul palazzo regionale della Valle d’Aosta: «Vedere chiaro, volere vivere». Mi soffermo sul «vedere chiaro», invito alla lungimiranza troppo spesso inascoltato.

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Io sono un professionista dell’odio e della menzogna


In seguito
ai fatti di Firenze e, più semplicemente, all’apertura di una sede dell’associazione neofascista CasaPound ad Aosta, il Tavolo antifascista valdostanocostituito da Arci, Legambiente, Federazione della Sinistra e Associazione Loris Fortuna e del quale, per quanto vale, sento di far parte anch’io – ha organizzato per oggi, 16 dicembre, al quartiere Cogne un momento d’informazione antifascista, per sensibilizzare gli abitanti circa l’identità politica dei soggetti con cui dovranno convivere, i quali proprio lì hanno inaugurato il loro nuovo circolo «Santa Pirateria». L’iniziativa è poi stata rinviata, manco farlo apposta, a causa della prima nevicata eccezionale dell’anno, ma si svolgerà quanto prima.

Al comunicato stampa del Tavolo antifascista, che esprime «viva preoccupazione per l’apertura ad Aosta di una sede di CasaPound nel quartiere Cogne, dove la presenza di migranti che già ora servono da comodo parafulmine ai malumori e alle difficoltà imposte dalla crisi e dalla pessima politica che la sgoverna rischia di creare situazioni di tensione», risponde per CasaPound l’ineffabile Igor Bosonin, responsabile valdostano dell’associazione, che si premura di etichettare tutti noi come «professionisti dell’odio e della menzogna».

Perché scriviamo che «è dalle viscere del neofascismo, delle varie CasaPound, Milizie, eccetera, che origina la strage dei senegalesi a Firenze». E all’elenco, per buona misura, aggiungiamo la Lega.

Perché condanniamo «il mancato contrasto all’apologia di fascismo che è e resta un reato e alle teorie razziste di partiti come la Lega Nord».

Perché ci ricordiamo di sottolineare «il fatto che l’assassino neofascista Casseri scriveva e diffondeva idee revisioniste e negazioniste, in diverse occasioni ospitate sui siti ufficiali di Casapound».

«Le idee dei neofascisti di Casapound», con buona pace di Bosonin e di quelli che la pensano come lui, sono effettivamente «un virus che, inoculato in propizi terreni di coltura e di incultura, può infettare gravemente e mortalmente la nostra ora fragile democrazia. Una democrazia nata dalla Resistenza e normata dalla Costituzione per la quale un caro prezzo è stato pagato dalle generazioni che ci hanno preceduto».

Quelle generazioni cui proprio CasaPound, con le sue dediche sui muri al «Partigiano infame», manca gravemente di rispetto. Ma Bosonin, che probabilmente non ricorda quelle scritte, rivendica oggi la serietà dei neofascisti, che rifiutano di essere trascinati «nella lotta tra opposti estremismi» e sono impegnati a «promuovere la giustizia sociale».

«Sono i professionisti dell’odio e della menzogna», dice di noi Bosonin. «Vogliono impedirci di promuovere la giustizia sociale. Noi facciamo politica per garantire un futuro all’Italia, loro sono invece gli utili idioti che vogliono trascinarci nella lotta tra opposti estremismi. Contrapposizione deleteria che lasciamo al passato e a chi non ha più nulla da dire o da proporre». E ancora: «il nostro circolo Santa Pirateria diverrà un centro culturale attivissimo, aperto a tutti coloro che vogliono confrontarsi anche nella diversità di opinione». Perché, naturalmente, «la libertà di opinione viene minacciata da gruppi di emarginati sociali precipitati nel dimenticatoio della politica, ovvero quelle sigle che vogliono a ogni costo fermare le attività sociali promosse dalla nostra associazione».

Eppure, noi «professionisti dell’odio» non abbiamo coltelli né spranghe. Noi «professionisti dell’odio» non odiamo nessuno. Con i fascisti non ricerchiamo il dialogo perché, dopo la Resistenza, consideriamo chiusi per sempre i conti con una parte politica che, attraverso i mille orrori perpetrati, è uscita sconfitta dal giudizio della storia. Noi non le riconosciamo la dignità necessaria per confrontarci pubblicamente. Neppure nella diversità di opinioni. Perché sappiamo che cos’è stato il fascismo e non siamo stati noi a recuperarne il nome. Sappiamo anche che non ha senso parlare di storia con chi della storia ha un’idea revisionista: se mancano le premesse non c’è possibilità di confronto.

Io, come «professionista dell’odio e della menzogna», posso dire solo questo: non alzerò mai un dito per aggredirvi fisicamente, ma cercherò in ogni modo di contrastare le vostre bugie: perché Mussolini è stato tutto tranne un brav’uomo. Perché il fascismo non è stato una dittatura all’acqua di rose. E i treni, anche a quel tempo, arrivavano in ritardo.

Ma chiaramente il bugiardo sono io, anzi: sono un bugiardo «professionista».

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Lo schifo che provo per gli amici dei fascisti


Tu sei fascista
e io non so che farci, non posso cambiarti la testa. Non ha neppure senso che parliamo insieme: a che servirebbe? Non lo dico per arroganza: semplicemente so che non abbiamo una base comune, un punto di contatto, mancano le premesse per il dialogo. Tu mitizzi un passato disgustoso, prendi per buona la propaganda di un regime finito quasi 70 anni fa, chiami libertà la schiavitù di un popolo. Quello fascista fu anzitutto un regime ipocritacome tutti i regimi – già a partire dal suo atto costitutivo, la pagliacciata della marcia su Roma, con Mussolini che se ne restò a casa perché era il primo a non credere che la sua “rivoluzione” sarebbe riuscita, salvo poi precipitarsi a Roma e rivendicare il successo del “suo” colpo di Stato, quando il re decise in base a un calcolo errato di lasciar fare; il fascismo fu violento, dalle proprie origini squadriste alle “campagne” di Spagna, di Etiopia, di Libia e Albania, fino alla follia della seconda guerra mondiale, quando il cosiddetto «duce» (la guida, pensa tu) pugnalò alle spalle la Francia perché credeva finita la guerra; il fascismo fu razzista, in potenza già prima delle inumane leggi antiebraiche del 1938 e dell’alleanza con Hitler, perché  sin dall’inizio si crogiolò con ideali di «superiorità» del popolo italiano, un’impostazione nazionalista capace di giustificare lo scontro con gli altri, con il diverso da sé, nel nome del destino che il fato aveva scritto per Roma.

Questo fu il fascismo. Chi nega questo ha visto un altro film: di che potremmo parlare? E se qualcuno riconosce queste cose e le giustifica, sono io che non intendo sprecare il mio tempo a discutere con lui.

Come dicevo all’inizio, tu sei fascista e io non so che farci: non ti posso cambiare la testa.

Il problema, però, è che ci sono tanti, tantissimi che non sono fascisti, ma che non sono neppure antifascisti. Il problema è che sta entrando nell’uso l’abitudine di definire violenti gli antifascisti, quando il nostro sistema immunitario nazionale dovrebbe avere avuto il tempo di immunizzarsi contro le antiche minacce. Il problema è che quasi 70 anni dopo la fine del regime bisogna ancora spiegare alla gente perché il fascismo è stato ed è cattivo e cercare di convincerla che la storia non è quella che piace ai revisionisti di destra.

Il problema è che realtà che si definiscono, più o meno apertamente a seconda della convenienza, «fasciste» trovano agganci e protezioni in certi politici e amministratori di destra, segno che in Italia una vera destra liberale non è mai nata e che da quella parte gli animi sono ancora troppo spesso prigionieri di certe nostalgie.

Pensa piuttosto a ciò che hanno fatto i comunisti!, dirà qualcuno.

Ma in Italia non c’è stato il regime comunista e sono ormai decenni che la sinistra italiana ha preso le distanze tanto da figure come Stalin, quanto dagli aspetti dittatoriali e totalitari delle esperienze concrete di Stato socialista. No, io penso a realtà come CasaPound, ai sedicenti «fascisti del terzo millennio», alle scritte ingiuriose comparse sui muri della mia città, Aosta – «Partigiano infame», ad esempio – e mi sento ribollire il sangue. E penso a quegli assessori comunali, a quei parlamentari, a quei rappresentanti dei cittadini, che non nomino, disposti a concedere spazio e ascolto ai militanti dell’estrema destra, senza alcuna idea di quella pregiudiziale antifascista che dovrebbe essere la normalità democratica di questa nostra Repubblica fondata, nelle intenzioni, sull’antifascismo, oltreché sul dio denaro e sul potere delle banche.

Con i fascisti nessun dialogo è possibile, ma voi non la pensate così, cari amministratori pubblici che vi sgolate per chiamare i boia di Salò «ragazzi» che hanno fatto una scelta coraggiosa; voi che equiparate le foibe allo sterminio nazista, quasi che l’appartenere al campo della destra vi trasformasse in tanti soldatini dalla crapa pelata intenti a gridare «Heil!». Voi che fate tifo da stadio, che avete scelto la destra e destra sia, e non importa fino a che punto, non importa che cosa implichi o significhi.

Non c’è bisogno che uno squilibrato a Firenze uccida e ferisca esseri umani per capire che c’è qualcosa che non va nel clima d’intolleranza per l’«altro», nella contrapposizione tra «noi» e «loro», nello scontro di civiltà, nel rifiuto dell’integrazione, nel dileggio degli immigrati. Gianluca Casseri «non era un militante della nostra associazione», afferma una nota di CasaPound, ma un «simpatizzante» al quale, com’è ovvio, non era stata chiesta «la patente di sanità mentale». Ma CasaPound non dice che questo «simpatizzante» (uno qualunque, «come altre centinaia di persone in Toscana, e altre migliaia in tutta Italia»), scriveva sul sito dell’associazione, anzi, nel cosiddetto «ideodromo»: dopo gli omicidi, i suoi testi sono scomparsi, chissà perché, ma ne è rimasta traccia su archive.org.

Dopo gli omicidi (omicidi, è chiaro di che cosa stiamo parlando?) ci sono stati, come non era illogico aspettarsi, alcuni «momenti di tensione». A Roma il corteo «pacifico» di solidarietà con le vittime, tenuto dalla comunità senegalese, è stato “infiltrato” dai famigerati «black bloc»: i militanti dei «centri sociali» hanno cercato di raggiungere la sede centrale di CasaPound. Lo dice il Messaggero in questo articolo, nel quale a essere presentati come “cattivi” sono tutto sommato soltanto «i giovani di estrema sinistra», che – per fortuna! – «non si sono mai avvicinati realmente all’edificio» e sono stati dispersi dalle forze dell’ordine (niente lacrimogeni: «è bastata un’azione di alleggerimento»). C’è poi giusto lo spazio per una dichiarazione anti centri sociali di Andrea Antonini, vicepresidente di CasaPound Italia, l’unico al quale sia stato dato il diritto di parlare, e l’articolo si conclude con la rinnovata contrapposizione tra il corteo dei senegalesi, assolutamente pacifico, e «i militanti in tenuta da black bloc», finalmente dileguatisi.

Sbaglierò, ma mi viene in mente l’atteggiamento dei giornali durante il biennio rosso, quando le aggressioni fasciste ai danni dei socialisti erano riportate come scontri tra le due formazioni e la vittima era equiparata all’aggressore. Non ho mai apprezzato la giustizia “fai da te”, ma mi sembra che il linguaggio di certi media sia la dimostrazione migliore del tentativo – al momento vincente – di sdoganare come normale la rinascita di movimenti apertamente fascisti. Intanto, naturalmente, CasaPound minaccia azioni legali contro chi cercherà di mettere in relazione l’omicida di Firenze e l’associazione. Perché ce l’abbiamo tutti con loro.

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Appropriazione debita


Tempo non ne ho
, perciò lo dico in fretta in fretta.

Sto pensando di dar vita a un blog parallelo a questo (e meno male che non aveva tempo!), intitolato «Appropriazione debita». Un luogo in cui postare materiale resistente (per lo più artistico: testi, musica, video) autoprodotto, da offrire alla libera fruizione.

Un progetto che potrebbe diventare un serbatoio di musica, parole e immagini.

Un progetto che potrebbe diventare un insieme di gruppi musicali (o, per meglio dire: ogni gruppo potrebbe aderire alla filosofia del progetto e “fregiarsi” del sottotitolo «Appropriazione debita», usufruendo dei pezzi già in repertorio – ovvero sul sito – e mettendo i propri a disposizione degli altri).

Un progetto che potrebbe diventare teatro, cinema e chi più ne ha più ne metta, o magari soltanto un archivio online, da usare come si vuole.

L’importante, al solito, è condividere le finalità dell’iniziativa, partecipare, citare i nomi degli autori, non avere finalità commerciali… La licenza di riferimento potrebbe essere quella Creative Commons 3.0.

Mi sembra che l’iniziativa si spieghi da sola. Aggiungo che, nell’epoca dell’obbligo del pareggio di bilancio, della privatizzazione dei beni, delle banche al governo è opportuno cercare altri canali, non vincolati al concetto della transazione in denaro.

Utopia o meno, un mondo diverso si costruisce dal basso.

Ditemi che cosa pensate del progetto [e-mail: levostremissive(at)autistici.org]. Intanto vi lascio un primo testo, quello di una canzone mia – probabilmente non è finita, nel senso che è ancora un po’ corta – nella quale immagino di essere stato convertito al neoliberismo dalle lacrime di Elsa Fornero. Quando sarà musicata (naturalmente tutt@ possono provarci!), pubblicherò il/i file audio.

Il titolo ancora manca.

Battezzato / nel mio nuovo credo
(ci credo) / dalle lacrime d’Elsa Fornero
mi converto e proclamo che è vero
Io credo

Credo nel Mercato, Padre Onnipotente
Credo nel suo figlio Goldman Sucks
Lo spirito del rating aleggi sulle scelte
Di chi amministra la società

Tu prendi le forbici e taglia:
modella a tuo gusto la Spagna, l’Italia
la Grecia, la Francia e Germania
scalate azionarie e pali-cuccagna

Credo / Credo nella Banca Mondiale
che è al di sopra del bene e del male
alla borsa che scende e che sale
Io credo

>>> Nell’immagine, il Muro di Lennon a Praga.

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