Chi rompe non paga, noi sì

Apprendo che il consiglio dei ministri ha sbloccato i fondi necessari alla bonifica delle aree di Taranto più contaminate a causa della presenza dell’Ilva. Una buona notizia, secondo qualcuno. E tuttavia, a parte che i fondi non saranno sufficienti per riparare i danni già fatti, non mi sembra si siano presi i provvedimenti necessari per evitare quelli futuri. Quali soluzioni sono state pensate per Taranto, al di là di una serie di bonifiche periodiche? Qual è la risposta del governo al finto dilemma tra il bisogno di lavoro e la “necessità” di inquinare? Un dilemma finto, ripeto, perché l’azienda dovrebbe semplicemente rispettare la legge italiana in fatto di emissioni, mentre lo Stato tale legge avrebbe il dovere di far rispettare. Certo, bisogna vedere che cosa dirà la magistratura, ma intanto perché paga lo Stato? O devo credere che, dopo aver sbloccato fondi pubblici a causa dell’urgenza determinata dalla situazione, lo Stato si saprà rivalere sull’Ilva? I padroni inquinano, i padroni guadagnano, ma i danni li paghiamo noi.

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A cena con il segretario


«Bambini ben accetti!»
, si scherza sul sito del circolo Arci espace populaire di Aosta, che sabato 4 agosto alle 19.30 ospiterà a cena il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. Ma se nessuno crede più che i comunisti mangino i bambini, è quantomai viva la diffidenza nei confronti di chi si ostina a proporre una visione diversa dell’economia, della società e della vita, non omologata agli schemi egoisti del liberismo, del tiro a segno sui diritti, dei toni pacati – ma non per questo rassicuranti – alla mariomonti. Un mondo in cui un’alleanza elettorale tra un partito liberista (il Pd) e Nichi Vendola viene presentata dai giornali come la rinascita del PCI, quasi a sottolineare il pericolo («rosso», come ama definirlo Berlusconi) di una minima devianza rispetto a quell’ordine costituito che ha decretato la fine del conflitto sociale, perché chi è “sotto” deve sopportare, nel nome della crisi, o anche perché «padroni e operai sono sulla stessa barca».

Niente di più falso, come dimostrano le cronache quotidiane dal mondo del lavoro (un diritto costituzionale, mi avevano insegnato), l’attacco alle garanzie maturate in decenni di lotta operaia e civile, i fatti recenti di Taranto, dove i lavoratori dell’Ilva temono di perdere il posto perché, se mai dovesse rispettare i limiti per le emissioni inquinanti imposti dalla legge italiana, il padrone potrebbe non trovare conveniente continuare la produzione, dove si immaginano bonifiche da attuare coi soldi dello Stato, anziché a spese di chi ha avvelenato una città, dove non si capisce perché il padreterno di turno non può essere obbligato al rispetto della legge.

Davanti alla sfrontatezza di un pensiero unico fallimentare, imposto con determinazione da Bruxelles, come da Washington o Berlino, e dipinto dai media come l’unico possibile, è necessario trovare un’altra via. Di questo e altro, dopocena, parlerà Ferrero, presentando il suo libro «Pigs – La crisi spiegata a tutti» (edizioni DeriveApprodi, euro 12), «una voce fuori dal coro assordante di chi ossessivamente ci ripete che la crisi è dovuta al fatto che lavoratori, pensionati, piccoli commercianti, precari, in questi anni hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che l’ unico rimedio sono ancora una volta i tagli alle loro condizioni di vita e di lavoro. O la disoccupazione», secondo le parole di Francesco Lucat, segretario regionale di Rifondazione.

Un duplice appuntamento (alle 19.30 la cena, verso le 20.45 la presentazione) per cercare di confrontarsi su vie “altre” e possibili, partendo dal presupposto che, come sempre, il problema di fondo è il sistema economico dominante, nel vero senso della parola. Perché di fatto abbiamo trasferito ai mercati i compiti e le funzioni proprie un tempo dei Parlamenti, rivestendo gli amministratori delegati delle prerogative dei rappresentanti popolari.

Espace Populaire
Via J-C Mochet, 7 – Aosta
Tel. 0165 – 45233
Sabato 4 agosto: Ore 19.30 «Cena in rosso» – ore 20.45 presentazione del libro Pigs, presente l’autore, Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista – a seguire, Indaco Unplugged Live

>>> L’ingresso è gratuito con tessera Arci, Arci Gay, Legambiente o UISP. Il costo di una tessera è di appena 10 euro. Meno di un euro al mese.

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IX Marcia Granparadiso estate

Domenica 19 agosto, con ritrovo alle 8.30 del mattino nei prati di Sant’Orso a Cogne (Aosta), vicino al parco giochi, partirà la nona edizione della Granparadiso estate, la marcia non competitiva per eccellenza, interamente gestita dai partecipanti, che dovranno impegnarsi con se stessi a seguire sportivamente il regolamento e cronometrarsi da soli.

La corsa è vietata e il vincitore ha l’obbligo di comprarsi la coppa, pena la squalifica. L’ultimo arrivato, invece, riceverà la coppa offerta dal circolo Arci Espace Populaire di Aosta. Anche quest’anno, i primi 60 che si presenteranno alla partenza riceveranno una medaglia in legno realizzata, a titolo completamente gratuito, da Ottavio Martinet, amico della Marcia.

Non esistono spese d’iscrizione e per essere registrati come partecipanti è sufficiente trovarsi al momento della partenza sulla linea di via.

Alla partenza saranno distribuiti il regolamento e l’itinerario (e anche il numero di telefono per chiedere ragguagli in caso di dubbi).

Per farsi un’idea dell’iniziativa è possibile consultare sin d’ora il regolamento online e l’itinerario illustrato.

Lo spirito della Marcia

La Granparadiso estate vuole dimostrare che per inventarsi qualcosa e divertirsi insieme camminando nella natura non occorre per forza avere uno sponsor, un’organizzazione, un apparato. A volte basta ritrovarsi in gruppo, prendere e partire, magari scimmiottando i regolamenti delle gare professionali e umanizzandoli un po’.

Difficoltà tecniche (ma non vi preoccupate!)

L’itinerario (che, ripeto, potete consultare QUA) si spiega lungo 35 chilometri, con un dislivello complessivo che supera i 1000 metri. Detta così fa un po’ paura, ma vi prego di tener conto di due cose:

1) Dato lo spirito non competitivo dell’iniziativa, l’importante alla fine è partire, e se non la si conclude non importa. Un passo oltre la linea di via si è già iscritti negli annali della Marcia e il primo bar – dove fare colazione – è 300 metri dopo la partenza.

Il percorso inoltre è circolare (intorno a Cogne e alle sue frazioni) e la distanza massima da un centro abitato è di circa un’ora di cammino, il che rende superflue imbarazzanti telefonate al soccorso alpino in caso di ritiro improvviso.

2) Oltre alla lunghezza e al dislivello non ci sono altre difficoltà tecniche, perché i sentieri sono facili e in gran parte in falso piano.

Come già detto, non occorre assolutamente iscriversi alla Marcia – basta presentarsi alla partenza – ma chi vuole a tutti i costi anticipare la sua adesione può farlo aderendo all’evento su Facebook.

Il vincitore 2011 e l’acquisto della coppa

Il vincitore dell’edizione 2011 è stato Bruno Zanivan che, con il tempo di 6 ore giuste, il miglior tempo di sempre, ha anche stabilito il record del “circuito”. Zanivan ha regolarmente ottemperato a quanto previsto dall’articolo 6 del regolamento, acquistandosi una coppa entro 12 mesi dalla vittoria. La forma scelta è molto singolare, ma perfettamente in linea con l’iniziativa, e la pubblico volentieri qui a fianco (cliccate sull’immagine per ingrandirla).

Di solito è a luglio

La data tradizionale dell’iniziativa è la seconda domenica di luglio. Quest’anno, per motivi personali, ho dovuto aspettare agosto. In futuro, chissà.

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Appello – Furto d’informazione

Sono appena tornato in possesso di una connessione internet, ma cercherò di non commettere il solito errore di pubblicare un articolo-minestrone, pieno di tutto ciò che avrei voluto dire nelle ultime tre settimane.

Certo è che nel frattempo ne ne sono successe di tutti i colori, a partire dalla sentenza della Corte di Cassazione dello scorso 13 luglio, che ha condannato a pene detentive molto lunghe 10 capri espiatori, accusati di «devastazione e saccheggio» per i disordini di Genova 2001.

Che cosa significhino queste condanne, è spiegato nel bell’articolo I diritti fondamentali delle vetrine.

Modello capitalista, crisi economica e repressione del dissenso sono elementi legati molto strettamente. Nei giorni scorsi è stato pubblicato – tra i quotidiani credo dal solo manifesto – l’appello Furto d’informazione, firmato da Alberto Burgio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi e Valentino Parlato.

È, in poche parole, un appello affinché i media la smettano di fornire, sulla crisi e le soluzioni “auspicabili”, sempre e soltanto il punto di vista della teoria economica neoliberale, quello, cioè, di chi ha generato la crisi e ora ne approfitta per dettare le proprie regole come se fossero scelte obbligate o leggi di natura.

È un appello che condivido in toto e cui aderisco con entusiasmo, ripubblicandolo qui sotto.

Appello
Furto d’informazione

La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia.

Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate, non soltanto dalle forze politiche che le condividono (e ciò è comprensibile), ma anche dai maggiori mezzi d’informazione (ivi compreso il servizio pubblico), come comportamenti obbligati (“non-scelte”), immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare. Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori.

Così, una teoria controversa, da molti ritenuta corresponsabile della crisi (perché concausa degli eccessi speculativi e degli squilibri strutturali nella divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione della ricchezza sociale), è assunta e presentata come autoevidente, sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica.

Non possiamo sottacere che, a nostro giudizio, a rendere particolarmente grave tale stato di cose è il fatto che la sottrazione di informazione che riteniamo necessario denunciare coinvolge l’operato delle stesse più alte cariche dello Stato, alle quali la Costituzione attribuisce precise funzioni di garanzia e vincoli d’imparzialità. Tutto ciò costituisce ai nostri occhi un attacco alla democrazia repubblicana di inaudita gravità, che ai pesantissimi effetti materiali della crisi e di una sua gestione politica volta a determinare una redistribuzione del potere e della ricchezza a beneficio della speculazione finanziaria e dei ceti più abbienti assomma un furto di informazione e di conoscenza gravido di devastanti conseguenze per la democrazia.

Alberto Burgio, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Guido Rossi, Valentino Parlato.

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Mi trovo altrove

Troppo lungo da spiegare, ma non è solo per le ferie. Mi trovo “altrove”, sprovvisto di computer e connessione. Naturalmente potete vincere l’astinenza da blog (ri)leggendo qualche post vecchio, naturalmente non escludo qualche articolo saltuario, in ogni caso le pubblicazioni regolari dovrebbero riprendere a inizio agosto.

Portate pazienza e buona estate a tutt*.

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Abbattiamo gli statali con gli F 35 – di Alessandro Robecchi

Ripubblico, con il permesso dell’autore, un articolo di Alessandro Robecchi, comparso sul manifesto di domenica 8 luglio. Contiene alcune grandi verità, naturalmente in forma satirica.

Voi siete qui: Abbattiamo gli statali con gli F 35
di Alessandro Robecchi

Non è vero che il governo Monti non ne azzecca una. Anzi, se ci pensate, chiamare “spending review” dei ferocissimi tagli  è un’idea geniale. Tipo chiamare “delete wedding” un sanguinoso divorzio, oppure “leg reducing” l’amputazione di una gamba. È dunque lecito tirare un sospiro di sollievo nell’apprendere che spariranno 18.000 posti letto negli ospedali, ma che in compenso compariranno 90 cacciabombardieri Strike Fighter F-35 che costano una dozzina di miliardi. Non fate quella faccia e non fatevi prendere dalla demagogia. Amici, sveglia! Quegli aerei ci servono come il pane, e sapete perché? Perché abbiamo speso una fortuna per costruirci una nuova portaerei, la Cavour, che però ha il ponte un po’ corto. Quindi ci servono aerei che decollano in poco spazio, anche se sono cari, e i vecchi catorci a decollo verticale non vanno più di moda. La Cavour in navigazione ci costa 200.000 euro al giorno, e sono soldi buttati se sopra non ci mettiamo aerei adatti. Tecnicamente è come spendere un sacco di soldi per comprare un ferro da stiro e poi scoprire che può stirare solo camicie di cachemire purissimo. O butti il ferro bestemmiando come un carrettiere, o cominci a investire in camicie più di Briatore. Dunque spenderemo 12 miliardi in aerei da bombardamento per non avere il senso di colpa di spendere 200 mila euro al giorno per niente. Avessimo investito di più in psichiatri per generali, ministri e lobby degli armamenti non saremmo a questo punto. Ma ora che la cosa è fatta conviene ottimizzare. Come potremmo usare 90 cacciabombardieri fighissimi e supertecnologici in modo produttivo e addirittura proficuo nell’attuazione della spending review? Magari facendogli bombardare, incenerendolo all’istante, un lavoratore statale su dieci e abbattendo con i razzi intelligenti a ricerca termica un miliardo all’anno del fondo sanitario nazionale. Chissà, forse passando a volo radente sulle spese dei comuni si potranno tagliare servizi ai cittadini per 7,2 miliardi, il che equivale a fare il pieno di carburante alla portaerei Cavour per una decina d’anni. Niente male, no?

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Attrezziamoci per le prossime elezioni, quando saranno

Attrezziamoci per le prossime elezioni, quando saranno.

Chissà quando e con quale legge elettorale si tornerà a votare in Italia.

Chissà se quando si tornerà a votare Mario Monti e i suoi tecnici si faranno da parte o se fingeranno di sacrificarsi, ancora un poco, per la Patria (massì, maiuscola, uniformiamoci al clima che c’è in giro!).

Chissà se quando si tornerà a votare vigeranno ancora gli iniqui sbarramenti elettorali, che impediscono a centinaia di migliaia di persone (milioni?) di avere un rappresentante in Parlamento solo perché il soggetto da loro votato non raggiunge il tetto minimo previsto – dai partiti più grandi – nel nome delle esigenze di governance.

Chissà se quando si tornerà a votare vincerà ancora una volta Berlusconi o se prevarranno i «seri» e i «responsabili» [il Pd, ndr], quelli che credono nello stesso modello liberista, obbediscono ai diktat degli stessi padroni, calpestano e riducono diritti e garanzie del lavoro, ma lo fanno da sinistra (come si diceva una volta, le Clarck’s sono di sinistra, gli anfibi sono di destra, il bagno invece è sempre in fondo a destra, commentava caustico Gaber).

Il Piddì vuole pagare il debito e raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013.

Il Piddèlle dice di voler pagare il debito e (ri)condonare il reato di falso in bilancio nel 2013 (è satira, niente querele!).

Beppe Grillo dice di voler pagare il debito, anche lui, come se non ci fosse niente di più urgente.

I tecnici dicono che sono fieri di essere italiani perché agli Europei c’è una grande Italia e che, per far ripartire l’economia, occorre sforbiciare la sanità.

I malati sanno che già oggi, senza sforbiciare, la sanità non è che funzioni benissimo. Dopo sarebbe peggio.

Capezzone dice che i cittadini italiani vogliono meno spesa pubblica e tasse più basse. Come cittadino italiano, non mi riconosco nelle parole di Capezzone: a che cosa serve pagare qualche centinaio di euro di tasse in meno quando poi ti devi pagare la scuola, l’ospedale, la pensione integrativa? Scemo non sono, trovo insultante che Capezzone lo supponga.

Quanto alle tasse, alte – in effetti – lo sono: abbassarle è possibile. Bisogna farle pagare a chi non le paga, aumentarle ai più ricchi, diminuirle ai “medi”, azzerarle ai poveri. Non di bolscevismo si tratta, si badi, ma di proporzionalità.

E tuttavia, se redistribuire il carico fiscale è necessario, non ha senso farlo solo per pagare il debito: occorre più spesa sociale, più welfare, servono più investimenti dello Stato nella creazione di posti di lavoro, nel settore delle energie pulite, nell’istruzione e nella ricerca, nella salute.

Bisogna uscire, in altre parole, dalla logica del mercato, che chiedendo una cosa apparentemente ovvia – onorare i propri debiti – rovina interi Paesi, condannandone i cittadini alla povertà e talvolta alla morte (si veda la situazione in Grecia, per avere un’idea della gravità degli effetti delle politiche liberiste).

Bisogna uscire dalla logica che vuole la privatizzazione di tutti i servizi, garantendo succosi utili a pochi, il peggioramento delle condizioni di vita a tutti gli altri.

Tagli e privatizzazioni, però, sono la lingua comune di piddièelle, piddì, tecnicume vario, non credo dispiacciano ai grillini e temo che non trovino davvero sulla barricata neppure l’Italia dei Valori (né, conseguentemente, l’alleato Niki).

Qua non si danno suggerimenti di voto. Ma, in vista delle prossime elezioni – siano quando sianoattrezziamoci: scegliamo chi non vuole arrendersi alla logica dominante, senza paura di frazionare il voto, di far tornare Berlusconi, di dividerci sempre, come si fa a sinistra. Cerchiamo di affermare il principio secondo il quale non ci interessa un bipolarismo tra coalizioni della stessa estrazione ideologica, ma vogliamo una vera alternativa di idee e modelli.

Per una volta andiamo tutt* a votare, anche se non serve a niente, e – per quei cinque minuti che saremo in cabina – cerchiamo di mandare a Roma il meno peggio, non il meno peggio tra due. Cerchiamo di limitare il danno. Poi usciamo dal seggio e torniamo alla lotta vera, cercando e proponendo informazione, lavorando nei movimenti e nei comitati, partecipando dal basso alla vita civile e politica del Paese.

Ma in fondo non ha senso lasciare sempre gli altri alle prese con la croce elettorale.

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