1-2!
Questa volta lo spread non è dalla parte della Germania.
Questa volta lo spread non è dalla parte della Germania.
Alemanno – ho letto – vorrebbe intitolare una via a Giorgio Almirante, fascista dichiarato, che durante il Ventennio contribuì a importare in Italia le idee razziste del nazismo, nella Repubblica di Salò si distinse per la feroce repressione antipartigiana, in epoca repubblicana fu accusato di voler ricostituire il partito fascista.
Evidentemente, per il sindaco di Roma, quelli qui esposti sono titoli di merito.
Ma noi, che la pensiamo in modo diverso, per evitare che tra qualche anno qualcun altro proponga di intitolare una via anche ad Alemanno, gliela “dedichiamo” subito.
«Via, Alemanno. Vai via»
PS: La cosa grave è che già una quindicina di città in Italia ha dedicato vie, piazze, parchi o ponti al fascista Giorgio Almirante. È ora di dire basta.
Su Giorgio Almirante, si legga QUI.

Lo schifo che proviamo per lo stato della politica italiana, in particolare per le forze politiche rappresentate in Parlamento, rischia di giocarci un brutto scherzo, a fare le spese del quale sarà, come al solito, la qualità della nostra vita democratica.
Mi spiego meglio.
Sta discutendo, il Parlamento, di ridurre i costi della politica riducendo il numero dei parlamentari.
Certo, se pensiamo ai vari “rappresentanti” del popolo italiano (che poi, in realtà, neanche ci rappresentano, perché la legge elettorale in vigore non ci ha permesso di votarli nominalmente – abbiamo fatto soltanto una croce su un simbolo), se guardiamo le loro facce, ascoltiamo i loro discorsi, se – addirittura – andiamo a vedere come hanno votato le varie proposte di legge, la diminuzione del numero dei deputati e dei senatori non può che apparire come positiva.
Ma la cattiva qualità degli eletti non ha niente a che fare con la necessità di avere un numero di parlamentari sufficiente per far funzionare al meglio la macchina. Non c’è ragione di impegnare la stessa persona in quattro commissioni anziché in due, perché ogni aumento della mole di lavoro non può che rendere più lento e meno efficiente il lavoro fornito. E questo indipendentemente di vizi o dalle virtù personali dei parlamentari.
Ridurre il numero dei parlamentari significa, del resto, andare nella direzione di chi vorrebbe un Parlamento “leggero” e un governo più decisionista. La nostra Costituzione, invece, pone l’accento sul carattere parlamentare della Repubblica. Ciò significa che il Parlamento è il luogo in cui si decide dopo discussione e dibattito, dove – addirittura – lo scontro tra idee e sensibilità diverse può arricchire e rendere più vicino alle varie componenti della società un disegno di legge che, approvato, avrà effetto su tutti.
Ridurre il numero dei parlamentari rischia di ridurne il peso, in un momento in cui si torna a blaterare di (semi)presidenzialismo, un modo come un altro per dare gran parte del potere, pubblico, a una sola persona.
Ridurre il numero dei parlamentari, infine, è perfettamente inutile, perché si potrebbe risparmiare molto di più dimezzando lo stipendio di “onorevoli” e senatori e abolendo i loro privilegi e vitalizi. Anche perché la diminuzione del numero dei rappresentanti dei cittadini non potrebbe essere troppo pronunciata, altrimenti i lavori parlamentari si bloccherebbero e aumenterebbe il potere del singolo deputato, rappresentante di molte più persone.
Perché, allora, e anche da sinistra, abbondano le voci che vorrebbero questo tipo di taglio? Forse perché abbiamo in mente i vari berlusconi, bersani, binetti, calderoli, carfagna, di pietro, fini, gasparri, la russa, maroni, scilipoti, veltroni e chi più ne ha più ne metta, non perché il numero dei deputati e dei senatori italiani è spropositato.
Spropositato è, semmai, quanto spendiamo per loro.
La storia che segue è inventata. Ogni riferimento a cose o persone esistenti è puramente casuale, a parte il nome della trasmissione televisiva, «Ballarò», che uso come semplice teatro per il dialogo tra un conduttore immaginario e un sottosegretario inventato di sana pianta. Purtroppo.
Studio di Ballarò. Un conduttore e i suoi ospiti. Un po’ di pubblico. Qualche migliaio di spettatori a casa; ignoro di preciso quanti. Il conduttore lancia un servizio sugli “esodati”. Si vedono. Esistono. Costituiscono un problema politico per un governo tecnico imbevuto di ideologia liberista.
[Rumore di sottofondo: la Santanchè recita continue litanie di protesta, ma si sente appena perché le hanno spento il microfono]
«Allora, sottosegretario, come pensate di risolvere la situazione?»
«Lo ha detto la ministro Fornero. Apriremo un Tavolo»
«E a che cosa dovrebbe servire questo tavolo?»
«A trovare una soluzione condivisa, insieme ai sindacati e alle aziende»
«Quelle persone si sono allontanate dal lavoro in base a regole certe. Lo Stato non le può abbandonare solo perché ha cambiato le regole. Dove pensate di trovare i soldi?»
«Se il Tavolo mi dirà di trovare i soldi, troverò i soldi, ma i soldi si possono trovare solo in tre modi»
«Vale a dire?»
«Te li fai prestare dal Mercato, ma poi ci devi pagare sopra un interesse, come forse si è capito dagli avvenimenti degli ultimi anni»
«Un po’ si era capito. Il secondo modo?»
«Li chiedi ai cittadini con le tasse»
«Anche questo sistema lo conosciamo. E poi?»
«Poi c’è la Spending Review: tagliare il tagliabile e anche il meno tagliabile, se occorre, e magari dar via per quattro soldi una bella fetta d’Italia»
«E non c’è proprio altro modo?»
«Certo che c’è. Questo Governo non è poi così cinico da non vedere la sofferenza della gente. Glielo dico io che cosa si può fare: si ritirano i soldati dall’Afghanistan e si risparmia l’equivalente di almeno un milione di esodati!»
È il classico colpo di scena. Nello studio si fa silenzio. Persino la Santanchè smette di mugugnare nel microfono spento. Il conduttore appare preoccupato.
«Sottosegretario, ho capito bene? Ritirare le truppe?».
Il sottosegretario sorride. Per la prima volta il suo viso appare umano.
«Certo, ma basterebbe anche meno: tanti piccoli tagli alle cazzate senza senso… Si poteva cominciare con il sopprimere la parata del 2 giugno, ad esempio. Del resto, la Repubblica è fondata sul lavoro, mica sulla potenza militare: è l’articolo primo della Costituzione che lo dice! E poi le Forze Armate hanno già la loro festa: è il 4 novembre»
«Ma, sottosegretario, il Presidente della Repubblica…»
«Ha un suo pensiero, che io rispetto, ma se continuiamo a chiedere sacrifici nel nome della crisi, qualche rinuncia dobbiamo farla pure noi. Ad esempio i cacciabombardieri F 35, che servono a colpire il nemico dall’alto e costano una barca di soldi. Me lo dice lei che ce ne facciamo, se la Costituzione, all’articolo 11, vieta la guerra d’aggressione?»
«Penso che si debbano considerare i possibili sviluppi… della situazione internazionale… Il contesto di un Paese sempre più impegnato nelle missioni umanitarie. Lo stesso Capo dello Stato…»
«…ritiene che basti il paravento di un accordo Onu, estorto in qualche modo, per giustificare azioni di guerra incuranti delle vittime civili? Bombardare la popolazione al nobile scopo di controllare un incrocio nel centro di Kabul: è questa la guerra umanitaria? Una guerra non può essere umanitaria»
«Sottolineo che il sottosegretario esprime il suo pensiero»
«E quale pensiero dovrei esprimere?»
«Dicevo… Torniamo agli esodati. Non credo che il governo abbia in previsione di risolvere la loro difficile situazione venendo meno agli impegni assunti a livello internazionale…»
«Allora si possono trovare i soldi abbandonando qualche grande opera – grande nei costi, s’intende – come la Tav»
Sulla sua poltrona, l’invitato del Partito Democratico si agita scompostamente.
«È l’Europa che ce la chiede, sottosegretario! Sono impegni internazionali anche quelli».
«Ma non è vero! L’Europa ci chiede di ammodernare la linea. L’Alta Velocità è un ghiribizzo di noialtri e un favore che facciamo a chi ci deve guadagnare, mafie comprese. La linea storica è già sottoutilizzata così, figuriamoci se ne aggiungiamo un’altra. E poi, diciamo la verità: quand’anche la Tav fosse l’opera migliore del mondo – e non lo crede nessuno – se non ti puoi permettere una cosa non la fai. Diversamente…»
«Diversamente?»
«Diversamente devi aprire un altro Tavolo e poi trovare i soldi. Ma per trovare i soldi ci sono solo tre modi, come dicevo prima: il Mercato, le tasse, i tagli. Ne vale la pena? Aumentare il debito per sparare viaggiatori e merci a più di 300 chilometri all’ora in un tunnel tra Lione e Torino? E aumentare le tasse? Quand’anche facessimo una patrimoniale vera, non potremmo una volta usare i soldi per qualcosa di utile? Quanto ai tagli, infine, che cosa dovremmo tagliare che manca già tutto? Se uno Stato non spende per i cittadini per cosa spende? Per militarizzare il territorio e sparare gas vietati dalle convenzioni di guerra sui manifestanti, una cosa che paradossalmente ci è consentito fare solo perché siamo in tempo di pace?»
«Ci sono… evidentemente… molti pareri discordanti in proposito. Il Presidente della Repubblica…»
«…lasciamolo dove sta, ché siamo in grado di parlare tra noi anche senza scomodarlo. O magari vuol dare la pubblicità?»
«Ecco, dovrei… Ma prima, gli esodati: che cosa facciamo per loro? Dove prendiamo i soldi?»
«Le va bene una patrimoniale seria?»
«E come riparte l’economia se tassiamo i ricchi?»
«Un problema che a Robin Hood non era venuto in mente. Eppure non conosco nessuno che, guardando il film, tifa per lo sceriffo di Nottingham»
«E chi sarebbe, nella realtà, lo sceriffo di Nottingham?»
«Confindustria, la Banca Centrale Europea, le agenzie di rating. Un altro sceriffo molto potente è il Fondo Monetario internazionale. Poi, naturalmente, c’è la signora Merkel. Ma sono moltissimi, e tutti – in fondo in fondo – coalizzati tra loro»
Il viso del conduttore è un misto di sudore e cerone. I tratti appaiono sconvolti. Da quella che sembra la bocca esce, in un rantolo, la domanda.
«Insomma… Li vogliamo trovare questi soldi per gli esodati?»
«Naturalmente sì e, guardi, non sarà difficile. Basterà chiedere a Marchionne e a chi, come lui, delocalizza e licenzia dopo aver ricevuto milioni e milioni di fondi pubblici di restituire il maltolto. Stiamo parlando di cifre più che sufficienti a diminuire a tutti i cittadini le tasse dell’anno venturo: figuriamoci se non bastano per la copertura degli esodati, fossero anche più dei 400mila di cui ha parlato l’Inps!»
«Vedo che non vuole rispondere, sottosegretario, e ora devo mandare veramente la pubblicità, dopo la quale butterò tutto in cagnara cedendo la parola alla Santanchè e al rappresentante del Partito Democratico. Le do l’ultima possibilità: cosa farete per risolvere la situazione degli esodati?»
«Lo ha detto la ministro Fornero. Apriremo un Tavolo»
«E a cosa dovrebbe servire questo tavolo?»
«A trovare una soluzione condivisa, insieme ai sindacati e alle aziende. Personalmente, immagino un tavolo pieghevole, di quelli da giardino… Lo apriamo, ci mettiamo su una bella tovaglia di carta e poi ognuno porta qualcosa: una bottiglia, due stuzzichini, così da finire – come vuole la tradizione – a tarallucci e vino»
>>> Il testo che avete letto è mio ed è, chiaramente, un’opera satirica. La diffusione è libera secondo quanto previsto dalla licenza Creative Commons 3.0. [Mario Badino]
L’ovest selvaggio della Frontiera americana ha avuto la ventura di incontrare, nel corso della sua storia, orde di scrittori, cineasti, fumettisti, che ne hanno celebrato gli aspetti eroici e quelli quotidiani, buoni e cattivi, e hanno contribuito, tra storia e fantasia, a costruire un immaginario collettivo potente ed evocativo.
Anche il (nord) ovest d’Italia, la sconosciuta Valle d’Aosta, avrebbe bisogno di qualche cantore, o più che altro dell’interessamento dei media, per mettere in luce le ricchezze storiche e naturalistiche del suo territorio e le innumerevoli aggressioni che a questa – peraltro incantevole – regione alpina vengono inflitte giorno dopo giorno.
Secondo la vulgata, la Valle d’Aosta è una terra ricca e serena, dove la vita scorre piacevole in una specie di bolla atemporale che tutto preserva dalle emergenze gridate in televisione, al riparo dalla volgarità della politica nazionale e dagli effetti peggiori della crisi economica.
Ma la Valle d’Aosta è terra di conquista per la ‘ndrangheta, come tutto il resto del nord.
Ma la Valle d’Aosta ha enormi problemi di collegamenti, con una linea ferroviaria farsesca e l’autostrada più cara d’Italia.
Ma la Valle d’Aosta non è capace di fare una buona raccolta differenziata dei rifiuti e progetta un inceneritore per la spazzatura prodotta da una popolazione complessiva di 120mila persone.
Contro la costruzione del “termovalorizzatore” il prossimo novembre si svolgerà un referendum propositivo, strumento quasi assente nel resto del Paese (esiste anche nella provincia di Bolzano). Si svolgerà se saranno ritenuti infondati i ricorsi presentati per impedire ai cittadini di esprimersi.
Nel 2007, quando si è tenuto il primo referendum propositivo della storia d’Italia, il partito di governo (da più di 30 anni), l’Union Valdôtaine, ha invitato i cittadini a non votare, riuscendo nell’intento di impedire il raggiungimento del quorum.
La Valle d’Aosta assomiglia sempre più a una colata di cemento, con le sue espansioni urbane, il suo aeroporto inutilizzato ma prossimo a dotarsi di un uovo terminal, le sue strade poderali per raggiungere il singolo casolare in montagna, la sua creatività di fronte alle valutazioni d’impatto ambientale e ai piani regolatori.
«Vuolsi così colà dove si puote». Ciò che è deciso dall’alto del Palazzo regionale è benedetto dal Cielo, e i cittadini contrari sono etichettati come fastidiosissimi esponenti del “no”.
Se invece un progetto non interessa l’amministrazione, allora è meglio accantonarlo, anche gettando via milioni di soldi pubblici già spesi, come nel caso della ferrovia del Drinc, suggestivo collegamento ferroviario tra il comune di Cogne e la valle centrale, risalente al tempo in cui era in funzione la miniera di magnetite più alta d’Europa e preziosa testimonianza della storia industriale italiana.
Per un’immagine meno artefatta della realtà valdostana, visita i siti: Continua a leggere
Ho appena firmato l’appello.
Invito tutte e tutti a fare altrettanto, perché il 13 luglio è vicino.
Genova 2001 è una delle pagine più vergognose della nostra storia recente, ma è soprattutto una delle palestre di prova della repressione di Stato che sta colpendo, talvolta in maniera più esplicita, talaltra più velata, chi ancora si ostina a proclamare un modello di società diverso da quello del liberismo, delle banche, del debito, di Bruxelles/Berlino, dei finti “moderati”, dei finti “responsabili”, delle “guerre umanitarie”, delle grandi opere, dei tagli allo stato sociale, della cancellazione di conquiste e diritti, dell’omologazione “culturale”, della volgarità, del machismo, della violenza, del suicidio.
Dopo che lo Stato ha assolto se stesso per le violenze che ha commesso, che non siano 10 capri espiatori a essere puniti per (lanciare un messaggio a) tutti gli altri.
La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.
Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito «la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale», il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.
Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.
È inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.
Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.
Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.
Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001
ATTENZIONE: ti verrà mandata una mail con un link di conferma che dovrai cliccare per convalidare la firma.
Il punto più basso della sinistra partitica italiana è stato raggiunto – per come la vedo – durante l’esperienza dell’ultimo governo Prodi, quando una politica economica di destra è stata portata avanti con vigore degno di miglior causa da quello che veniva definito come il “governo amico”.
Amico di Confindustria senz’altro, ma per il resto mi sono sfuggite le ragioni della presunta amicizia che lo avrebbe dovuto legare a me, che capitano d’industria non sono.
Da allora a oggi, a sinistra del Pd qualche cosa è cambiato e accolgo con favore le parole del segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, che legge correttamente la lezione di Syriza in Grecia: un partito capace di raccogliere le speranze di quella parte di cittadinanza che non ci sta a perdere i propri diritti nel nome di una crisi generata da qualcun altro, le stesse persone che ora ci impongono ricette insostenibili nella speranza di non perdere la poltrona.
Un partito che non accetterà un ministero o due in cambio della propria connivenza ma farà ciò di cui l’Europa, oltre alla Grecia, ha bisogno: una seria opposizione alle politiche liberiste e alla dittatura del debito, mostrando come un’alternativa è non solo possibile, ma necessaria.
Un partito che si fa esempio della via da seguire, perché il successo di Syriza dimostra che le buone idee non devono restare per forza fuori del Parlamento, e neppure essere annacquate – eufemismo per annegate – dalle esigenze di una coalizione che mette insieme anime inconciliabili.
Accolgo dunque con entusiasmo le parole di Ferrero che parla della necessità di una sinistra autonoma dal Pd, perché è chiaro che nel grave momento presente un liberismo à la Bersani non è in alcun modo più appetibile di un liberismo à la Alfano o alla mariomonti.
Con buona pace del “Garante della Costituzione”.
La dichiarazione di Paolo Ferrero da Atene, oggi 18 giugno:
In Grecia vincono le forze che stanno distruggendo l’Europa con le politiche di austerità ed antisociali ma la sinistra avanza moltissimo e dice che larga parte del popolo non accetta più queste politiche, le politiche della Merkel e di Monti. Syriza raggiunge il 27% dei voti e complessivamente le forze della sinistra antiliberista raggiungono il 40%. Anche in Grecia verrà fatto un “governo Monti” – che vede insieme centro sinistra e conservatori – ma Monti ha poco da festeggiare perché l’unica strada per salvare l’Europa dal disastro è quella indicata da Syriza e dal Partito della Sinistra Europa di cui Syriza fa parte insieme a Rifondazione Comunista. A Vendola vogliamo dire che da Atene arriva un messaggio chiaro: occorre costruire una sinistra unita e autonoma dal Pd.