Onorare i carnefici

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Onorare i carnefici, si tratti di una scelta politica o del fatto che una corona funebre il giorno di Ognissanti non si nega a nessuno, significa una cosa molto semplice, e cioè, banalmente, onorare i carnefici: non prendere le distanze dai loro atti, insultarne le vittime.

È molto in voga dire che i morti sono tutti uguali. Eppure, che si tratti di una scelta ideologica o di semplice disattenzione (ah ah), la corona deposta martedì a nome del Comune di Milano al campo 10 del Cimitero Maggiore costituisce un atto gravissimo.

Davvero gravissimo è infatti che un’istituzione pubblica pensi a ricordare ufficialmente i defunti di quel campo: 921 caduti della Repubblica Sociale Italiana, 9 volontari italiani delle SS, più di 150 delle Brigate Nere, più di 100 della Legione Ettore Muti e una quarantina della X Mas.

Davvero gravissimo è il fatto che un’istituzione pubblica pensi a ricordare ufficialmente chi è caduto per perpetuare la dittatura, dare la caccia agli italiani antifascisti, inviare gente inerme nei campi di sterminio nazisti.

Un fatto del genere, a mio parere, equivale a schierarsi per una parte politica che è stata sì sconfitta dalla Storia, ma che è sopravvissuta in decine di sigle neofasciste che sono state o sono tuttora attive nell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza.

Significa non avere ancora fatto i conti con il proprio passato, in un Paese dove l’immagine del “Duce” campeggia su calendari e accendini, e non si è mai smesso di invocare governi forti e “uomini della provvidenza“.

Significa non avere maturato un’idea precisa di che cosa sia la democrazia e di che cosa essa comporti.

>>> Leggi, sull’episodio della corona funebre, l’articolo di Repubblica.
>>> Nel blog, leggi anche Un Paese che non impara dalla Storia.
>>> Sulla commemorazione della X Mas a Nettuno (Roma), leggi l’articolo Onorare i carnefici (2).

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Passi

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Una poesia nuova, dal titolo provvisorio, con qualche cambiamento ancora possibile. L’ho presentata allo ZEI – Spazio Sociale di Lecce domenica 30 ottobre, durante lo spettacolo «SPOKEN!» di e con Massimo Pasca e Emanuele Flandoli. Spettacolo che cito principalmente perché mi è piaciuto e perché credo che circoli e locali un poco intelligenti non dovrebbero lasciarselo scappare.

Passi

Mentre seguivo, timoroso, i binari del treno invasi dalle erbacce, puntando dritto verso il rosso, che preparava a questa notte il cielo, venni sorpreso dalla dura

masticazione degli organi interni del mio corpo
da parte di timori radicati,
inveterati e conficcati nella carne viva,
in ogni fibra intima nascosta,
ma non nascosta bene al mio sentire.

Muovevo i passi avanti con cautela, e quell’angoscia d’essere mortale celava agli occhi miei questa banale verità, che in fondo non appartiene al mondo la causa degli affanni, a questo mondo esploso, in guerra con il mondo:

è dentro.

dentro, la causa.

dentro, la causa vera

di questa irrequietezza che mi torce lo stomaco.

Dentro, e poi indietro, fino agli anni verdi dell’infanzia,
quando significava molto quel tuo foglio bianco
per compito riempito con la strada che si perde
all’infinito (le linee convergono in un punto
lontano, all’orizzonte) e intanto è sera e il sole cala
e hai disegnato anche le case – tutti palazzi di periferia –
e con i trasferelli hai dato vita alle persone.

Dentro, l’angoscia; perché – tu ti dicevi – avresti fatto tutto, cambiato il mondo al tuo passaggio, e i sogni, che tenevi nel corsetto, han fatto posto – tardi o presto – al resto, e ti sei perso nelle ipocrisie del testo.

***

Così ritorno a questi miei binari abbandonati;
proseguo verso il sole che si abbassa all’orizzonte,
finché, nel muovere dei passi, avverto il corpo vivo.

[Mario Badino]

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Un Paese che non impara dalla storia

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Il titolo poteva essere più ad effetto, ad esempio «Bregovic divide cantando Bella Ciao», oppure «Polemiche per i “soldi pubblici per Bella Ciao”», com’è accaduto a Ostuni (Brindisi), a causa dei commenti di alcuni esponenti della destra cittadina all’indomani del concerto di Goran Bregovic, che ha concluso in piazza i festeggiamenti del santo patrono.

«Un Paese che non impara dalla storia» mi sembra però un titolo più adeguato, se si considera il tenore – basso – di queste polemiche.

Alcuni personaggi politici della città, infatti, si sono sentiti «indignati» per aver dovuto ascoltare, durante il concerto, una canzone che nel corso degli anni è diventata simbolo di una parte politica, la sinistra antifascista.

Sessantun anni dopo la Liberazione dal nazifascismo, in questo Paese non si sono ancora fatti i conti con il passato, per cui appare legittimo, ad alcuni, negare il valore storico della Resistenza partigiana nel superamento di un regime antidemocratico, razzista e guerrafondaio e nella successiva costruzione di una democrazia che, se anche non è perfetta, garantisce comunque un insieme di libertà un tempo inimmaginabili, e che, in altri contesti, sono spesso rivendicate anche da quelle persone che oggi si indignano perché un artista, pagato con soldi pubblici, decide di cantare «Bella Ciao», che della Resistenza è il canto-simbolo.

Peggio ancora, non si vuole accettare l’idea che gli «Italiani brava gente» abbiano costruito un regime totalitario che si è macchiato di crimini contro l’umanità, ben prima dell’alleanza con la Germania nazista. Non si vuole rinunciare all’idea – falsa – che l’Italia fascista fu «una dittatura all’acqua di rose». Non si vuole rendere il merito della loro azione a tutti quegli oppositori del regime che furono incarcerati, confinati o costretti all’esilio (ancora oggi a Vittorio Feltri è consentito scrivere sulle pagine di un quotidiano nazionale della bonarietà del regime fascista nei confronti degli oppositori, mandati in vacanza sull’isola di Ventotene – e badate che a Feltri non dovrebbe essere possibile scrivere queste cose non per una forma di censura dall’alto, ma per una reazione indignata dei suoi stessi lettori che naturalmente non c’è stata).

Insomma: qual è il giudizio complessivo di questo Stato su Mussolini e il suo operato? Quale il giudizio su chi mise in gioco la propria vita per sconfiggere la dittatura e l’orrore? «Bella Ciao» è una canzone potente, che esprime la fierezza della lotta per la libertà. Come simbolo della Resistenza, non dovrebbe offendere nessuno fra quanti si riconoscono nella Costituzione di questo Paese, che è nata dalla lotta antifascista. Non si tratta, insomma, di una canzone di partito o di una sola parte politica: «Bella Ciao» dovrebbe poter essere cantata da chiunque abbia a cuore gli ideali sui quali fondiamo la nostra democrazia.

Questa volta la polemica è stata innescata da un consigliere comunale di Fratelli d’Italia, partito che, circa la storia del Ventennio, forse non ha esattamente le idee che ho appena esposto (anche se a Ostuni si trova in maggioranza con il PD, che invece della storia della Resistenza dovrebbe – dovrebbe – essere erede). Qualche anno fa, ad Aosta, all’altro capo della diagonale nord-ovest/sud-est d’Italia, in occasione dei festeggiamenti per il 25 aprile, a prendersela con «Bella Ciao» era stato l’esercito, che aveva dichiarato l’incompatibilità della propria presenza in piazza con l’esecuzione di brani musicali non compresi negli inni ufficiali (vedi il post). Credo si tratti, in un caso come nell’altro, della prova della non ricomposizione della comunità nazionale intorno a un insieme di valori condivisi corrispondenti a quanto espresso dai principi contenuti nella legge fondamentale dello Stato, quei principi ai quali dovremmo – dovremmo – conformare il nostro agire pubblico e sociale.

Del resto, i tentativi di fare i conti col passato si sono spesso ridotti, negli ultimi anni, all’equiparazione impossibile tra partigiani e repubblichini di Salò, vale a dire tra quanti lottarono per la libertà del Paese e quanti invece (che importanza ha se in buona fede?) si impegnarono per perpetuare il regime del Capo supremo, delle leggi razziali, delle imprese belliche, fino a fiancheggiare le SS nella loro opera di repressione, di rappresaglia contro i civili, di rastrellamento degli ebrei da inviare ai campi di sterminio.

Ecco, un Paese che non impedisce di mettere sullo stesso piano cose così diverse è un Paese che ha qualche problema di identità, di memoria storica, forse di semplice istruzione.

>>> Nel blog, leggi anche l’articolo Onorare i carnefici.

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Propositi – Vignetta di Mauro Biani

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Ripubblico la vignetta di Mauro Biani uscita sul «manifesto» del 25 agosto. Il titolo, «Propositi», è un vero e proprio programma.

Linko il sito dell’autore.

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Un momento – Vignetta di Mauro Biani

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Credo che dica più di tante parole. La ripubblico con il permesso dell’autore, Mauro Biani, del quale linko il sito. Io quello che avevo da dire sulla vicenda l’ho detto QUI.

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È l’imposizione che è sbagliata

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Forse dovremmo calmarci un attimo e riflettere.

Ad esempio, io vorrei sapere quante e quanti, tra le persone che oggi sfornano senza sosta post a sostegno della decisione di vietare il costume da bagno integrale (il cosiddetto burkini), presa da alcuni comuni francesi e avallata dal capo del governo, si occupavano della faccenda anche nei giorni scorsi. A giudicare dalla mia frequentazione dei social, nessuno.

Tutti, però, siamo improvvisamente esperti in merito alla questione, e portatori di una battaglia di civiltà: come ha detto Manuel Valls, il premier francese, «il burkini è incompatibile con i nostri valori».

Ora, che questo tipo di costume sia legato a una visione della donna e dei ruoli sociali che privilegia l’uomo e impedisce la parità di diritti e di opportunità tra i sessi mi pare un’ovvietà.

Che il burkini possa risultare il frutto di un’imposizione, dovuta sia all’elemento culturale e religioso, sia più direttamente alla coercizione famigliare, mi sembra altrettanto scontato.

Saltare alla conclusione che – in ogni caso – si tratti dell’imposizione di un genitore, un marito o un imam retrogrado, e che la donna musulmana altro non aspetti che l’aiuto della legge occidentale per strapparsi il “lenzuolo” di dosso e mostrare il proprio corpo mi sembra invece una falsità.

Del resto, la legge non può decidere in che maniera una donna (o, se è per questo, un uomo) si debba vestire, se si vuole evitare la prevaricazione dello Stato sulla sfera personale dell’individuo: in base a quale ragionamento il legislatore potrebbe presumere che ogni donna che decida di indossare il burkini si senta obbligata a farlo? E se l’imposizione è da intendere in senso più lato come di tipo religioso, per quale ragione non si vuole ammettere il diritto di una donna di seguire certe regole, finché non si scontrano con i diritti degli altri, nel rispetto delle leggi della democrazia?

Badate bene: a me il costume integrale non sta simpatico per niente e certamente non ha nulla a che fare con la mia visione della donna e del suo ruolo; eppure, con la scusa della lotta al fondamentalismo religioso, ci stiamo trasformando tutti in integralisti laici, incapaci di riconoscerci nei valori di tolleranza e rispetto che dovrebbero fare la differenza tra le società democratiche e quelle autoritarie.

Per “difenderci” (da cosa, nella fattispecie, sarebbe legittimo domandarlo), siamo pronti a snaturare ciò che di meglio ha prodotto l’occidente in fatto di valori, quei valori ai quali oggi si richiama chi vuole imporre, per legge, un abito diverso da quello imposto da altre leggi. In tutto questo, la donna continua a essere soggetto passivo, perché non ha voce in capitolo e non può far valere la propria volontà: una “legge” culturale è sostituita, dall’alto, con una legge pubblica.

Auspico anch’io che certe imposizioni culturali finiscano, ma non sono disposto a rinunciare ai principi sui quali fondo la grandezza di un modello libero: la libertà non può essere imposta (e 15 anni di guerre “umanitarie” dovrebbero avercelo insegnato); deve essere conquistata giorno dopo giorno e, di necessità, in maniera attiva.

La notizia positiva è che molte donne musulmane possono oggi andare al mare, burkini o non burkini, in mezzo a tante altre donne che scelgono costumi di tipo completamente diverso. A poco a poco, la loro condizione cambierà, se lo vorranno, per il confronto stesso con le altre, per la conoscenza reciproca che si potrà sviluppare, e se sarà questione di guadagnare maggiore libertà, forse non sarà limitata soltanto al tipo di abbigliamento.

Io non vorrei che invece le ordinanze dei sindaci francesi avessero l’unico effetto di “vietare” il mare alle dirette interessate, costringendole, per non andare contro la propria coscienza o contro divieti imposti da altri, a restare a casa, smettendo di frequentare la spiaggia, perdendo un’occasione di incontro.

Sostituire un’imposizione con un’imposizione di segno opposto non mi sembra la maniera migliore per andare incontro alle esigenze di chi dell’imposizione è vittima. Mi sembra piuttosto una maniera per liberare le spiagge da immagini non gradite ai fanatici della difesa della nazione, minacciata – come si sa – dall’uso del burkini.

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Lo spirito olimpico

In merito alla questione del judoka egiziano che si è rifiutato di stringere la mano al collega israeliano, ed è per questo stato cacciato dalle olimpiadi, faccio mie le parole di Maria Elena Delia, che “rubo” da Facebook.

Le condivido per intero, e sono oltretutto contento di contribuire – per quanto posso – a diffondere la notizia dell’altro gesto antisportivo, quello commesso dallo Stato di Israele, «che senza alcun valido motivo ha bloccato tutti i bagagli degli atleti palestinesi in aeroporto».

Il post.

Tornata dal mio rigenerante breve viaggio sardo, durante il quale vi confesso di aver scelto di ridurre al minimo indispensabile la lettura delle notizie, sono rimasta sbigottita dall’analisi delle riflessioni che accompagnavano il gesto del judoka egiziano che si è rifiutato di stringere la mano a fine incontro al judoka israeliano. Avrà fatto bene? Avrà fatto male? In un contesto come quello delle olimpiadi non si dovrebbero superare certi muri all’insegna di un olimpionico volemose tutti bene? E ancora, il judoka israeliano non rappresenta la politica di Israele, ma solo se stesso e lo sport che pratica. E, inoltre, per quanto possa essere stato un gesto forte e simbolico, alla fine si è rivelato un boomerang, non compreso dai più e che non porterà nulla di buono alla Palestina (invece non farlo avrebbe portato esattamente cosa alla Palestina???). Solo per citarne alcune.

Io credo, invece, che il judoka egiziano sapesse benissimo che agli occhi di quella platea mondiale lui, in quel momento, rappresentava, suo malgrado, l’Egitto di Al Sisi e il suo avversario (magari anche lui suo malgrado) l’Israele di Netanyahu, perché quello non era un incontro da oratorio o da palestra di periferia, ma perché erano – appunto – le Olimpiadi. E scegliere di compiere quel gesto così forte, così scomodo, così antisportivo, «contrario alle norme del fair play e contro lo spirito di amicizia presenti nei valori olimpici» (come ha recitato il Cio prima di rispedire El Shahaby a casa, dove certamente Al Sisi non l’avrà accolto con la banda e il tappeto rosso), è stata semplicemente una scelta politica. Utile? Non lo so, ma posso comprenderla, emotivamente e anche razionalmente. Non cerchiamo, forse, occasioni che ci diano la possibilità di sollevare il velo di omertà che nasconde agli occhi della maggior parte delle persone la realtà quotidiana della Palestina sotto occupazione? Non ci lamentiamo continuamente della mancanza di coraggio, dell’incapacità di tanti di metterci la faccia, dell’assenza di prese di posizione chiare a sostegno del popolo palestinese? El Shahaby non sarà stato, forse, finemente strategico, ma ha preso una posizione chiara e ci ha messo la faccia, eccome se ce l’ha messa. E io sto con lui, senza se e senza ma. Quanto al fair play che dovrebbe permeare lo spirito dei giochi olimpici, aggiungo solo che mi sarebbe tanto piaciuto leggere almeno un comunicato ufficiale di condanna nei confronti di Israele, che senza alcun valido motivo ha bloccato tutti i bagagli degli atleti palestinesi in aeroporto, lasciandoli partire solo con il loro orgoglio, quello che non potranno mai rubargli e nemmeno sperare di poterne vantare anche solo una infinitesima parte.

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