Semplici verità


Berlusconi
, di suo, è solo un po’ peggio di Monti e solo dal punto di vista individuale. Alla prova dei fatti, per il Paese, Monti è stato nettamente peggio del suo predecessore. Al (poco) Cavaliere, si dica ciò che si vuole, vanno infatti riconosciuti due pregi incontestabili, qualità non da poco nell’Italia di oggi: il fatto di aver avuto un’opposizione (ancorché labile), e il discredito internazionale di cui è ammantato, elementi che gli hanno impedito di realizzare le cattive riforme che pure avrebbe voluto fare, quelle che Monti invece ha realizzato e che manderanno definitivamente in malora l’ex Belpaese.

Il punto non è se uno balla o non balla il bunga bunga, se piace o non piace a Berlino. Ciò che importa è sapere qual è la sua ideologia e perché piace a Berlino.

>>> La vignetta con Monti “manovroso” è opera di Ronnie Bonomelli.

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A chi giova la morte (politica) di Femminismo a Sud? – da Abbatto i muri

Si fa un gran parlare di libertà e infatti siamo perfettamente liber* di scegliere chi essere tra quattro o cinque soggetti scritti da altr* e dunque facili da controllare. Ma guai a chi devia dal copione, magari per l’irresponsabile, estremista scopo di affermare se stess*, di realizzarsi nella propria unicità.

Da Femminismo a Sud, che – a sua volta – mutua il post da Abbatto i muri.

[M.B.]

A chi giova la morte (politica) di Femminismo a Sud?
da Abbatto i muri.

Le femministe autoritarie vanno a scuola dalle militanti antiautoritarie per sdoganare autoritarismo. Prendono in prestito simboli, parole, cose che stuzzicano l’immaginario militante per sdoganare metodi autoritari.

Sono quelle che vogliono censurare, produrre indignazione e istigare al linciaggio contro quella o la tal’altra persona che ha prodotto qualunque cosa che a loro avviso abbia in qualche modo offeso la loro morale, perché di morale pubblica e di decoro stiamo parlando ed è quello che in parole moderne, in modalità totalmente revisionista, si chiama difesa della dignità delle donne.

Quella presunta e indispensabile difesa si compone di ronde virtuali attraverso le quali si invita al pestaggio mediatico contro qualcun@ che ha scritto o illustrato cose che non piacciono. Non si fa satira, controinformazione o cultura. Non lo sanno fare. Non sanno fare altro che esigere linciaggi e censure. Si chiede di coprire culi, tette, di oscurare siti e forum, di far chiudere pagine facebook e di occultare tutto l’occultabile.

Le ronde virtuali antisessiste sono diventate miste e tra loro trovi anche i tutori più patriarchi dei patriarchi stessi che pur di “salvare” le fanciulle coprirebbero culi strappando manifesti con i denti o occultando corpi con giubbotti e facendo denunce alla postale per tirare giù interi siti.

Tutto ciò Continua a leggere

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Anarchici distratti cadere giù dalle finestre

Il titolo è una canzone famosa.

Il riferimento è all’anarchico Giuseppe Pinelli, che il 15 dicembre di 43 anni fa moriva cadendo giù da una finestra della questura di Milano, dov’era trattenuto per «accertamenti».

Dopo 43 anni, non sono state ancora appurate le responsabilità di quella morte.

Cose che accadono in Italia.

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Intervista a Francesca, 21 anni, attivista No Tav ai domiciliari


Ri-pubblico
dal sito www.notav.info, cui rimando per un’informazione non omologata sulla Val di Susa e la questione Tav. Ecco il volto dei pericolosi «estremisti» che agitano il sonno di tanti «responsabili» e «moderati».

Intervista a Francesca, 21 anni, attivista No Tav ai domiciliari
di Virginia Giustetto – Retrò online.

Francesca siede di fronte a me: il caschetto biondo corto mette in risalto due occhi azzurri profondi che scrutano la realtà che ha di fronte; dopo tredici giorni agli arresti domiciliari che l’hanno costretta dentro le mura di casa – no visite, no uscite, no sms, chiamate, né facebook – è finalmente tornata all’aria aperta.

– È venuto di colpo l’invernomi ha detto sorridendo mentre mi veniva incontro – rinchiusa in casa non me n’ero accorta.

Il 29 novembre, infatti, a seguito dell’intrusione nella Geovalsusa srl, ditta che si è aggiudicata parte degli appalti per il progetto, lei ed altri sei ragazzi sono finiti agli arresti domiciliari, finché il Tribunale del Riesame non li ha revocati due giorni fa, e sostituiti con l’obbligo di firma giornaliera in caserma.

Da quanto tempo vai in Val di Susa e perché sei No Tav?

Vado in Valle dall’Estate del 2009, quando a Venaus si tenne il campeggio No-Tav che è organizzato tutti gli anni. Era il periodo dell’Onda e della mobilitazione studentesca; si dibattevano molti temi e uno di questi fu proprio il progetto dell’Alta Velocità in Val di Susa. Il campeggio fu un’occasione per approfondire l’argomento e cominciare a raccogliere informazioni a riguardo.

Come mai sei finita agli arresti domiciliari? Come è andata veramente quel giorno?

Il ventiquattro agosto si organizzò un presidio; una cinquantina di persone decisero di muoversi in direzione della ditta e lì ci spartimmo i compiti: qualcuno rimase di sotto a fare volantinaggio, altri – compresa la sottoscritta – suonarono al campanello e si fecero aprire. Eravamo tutti a volto scoperto, ci fu consentito di entrare e una volta dentro dialogammo senza alcun rancore con i dipendenti, spiegando loro le posizioni che sostenevamo. Fu appeso uno striscione al balcone e sempre lì venne acceso un fumogeno. Dopo circa un’ora arrivò la polizia e la cosa finì.

Credi che la misura che hai ricevuto sia giusta o al contrario la ritieni esagerata?

Credo ci sia sproporzione tra i fatti che accaddero e la pena assegnata. Siamo stati accusati del reato di violenza privata, resistenza, minaccia ai dipendenti e uso di esplosivo, per il fumogeno che fu acceso. Ma la nostra non fu un’irruzione violenta. Suonammo un citofono e ci fu aperto. L’accusa di resistenza, secondo la Procura, è dovuta al fatto che all’arrivo della Digos i ragazzi che stavano di fuori crearono un cordone per non fare entrare la polizia; mentre la minaccia ai dipendenti fu del tutto inesistente. Chi era lì lo sa, parlammo con loro in maniera pacifica e costruttiva, senza mancare di rispetto a nessuno.
Credo tuttavia che la durezza della pena avesse anche l’obiettivo di riscuotere una certa visibilità; non a caso la decisione è giunta pochi giorni prima della grande manifestazione di Lione.

Perché una ragazza di 21 anni, di “città”, anziché rimanere “distaccata” come tanti di noi, sceglie di prendersi cura di ciò che avviene in Val Susa, al punto da “andare contro la legge”?

Il passo in avanti del Movimento No Tav è stato quello di mettere in discussione un intero modello di sviluppo, che analizza questioni relative all’ambiente, all’economia, alla situazione sociale del nostro Paese oggi. Si contesta l’intera impostazione del progetto, e lo si fa a prescindere dall’area prescelta. Ci si sensibilizza su argomenti che abbracciano più di un ambito e che chiamano in causa i giovani in primis. Si tratta del nostro futuro e io credo che un’altra prospettiva sia possibile.

Cosa farete ora che Monti e Hollande hanno recentemente firmato a Lione l’approvazione del progetto?

Noi continuiamo ad oltranza, ostacolando i lavori. In realtà il vertice di Lione non ha fatto passi avanti. Si sono sancite cose già pattuite in passato. Inoltre la Corte dei Conti francesi ha recentemente redatto un fascicolo di studi a riguardo, in cui scoraggia l’investimento adducendo diverse motivazioni.

Leggendo i giornali si è spesso parlato di frange violente del movimento. Tu credi che la violenza sia uno strumento necessario in situazioni come queste? Qual è l’apporto reale dei centri sociali, di cui tanto si è parlato negli ultimi due anni di lotta?

Innanzitutto ritengo ci sia un problema di informazione. Con gli anni sono nati alcuni mezzi di informazione No Tav (vedi www.notav.info/ ndr), ma hanno poca risonanza o certamente inferiore ai grandi quotidiani.
È bene ricordare che il Movimento No-Tav tiene assieme le anime più disparate: dal pensionato, alla madre di famiglia, al ragazzo del Centro sociale, al sindaco di un Comune della Valle.
Ma vi sono alle spalle oltre vent’anni di Movimento, che col tempo ha attraversato diverse fasi; quando ancora le ruspe non c’erano si è puntato molto di più sull’aspetto di diffusione delle informazioni, che in quel momento sembrava la cosa più utile da fare. Dopo l’occupazione militare, l’obiettivo è diventato quello dello sgombero, così è diventato inevitabile scontrarsi con la polizia. Ma lo scontro non è mai l’obiettivo che ci poniamo, né l’unica forma. Il punto è che la polizia è l’”ostacolo”, ossia ciò che separa quello che il Movimento si pone come obiettivo e l’obiettivo stesso: lo sgombero delle forze militari.
Quando un anno fa si parlò di Black Block, noi tutti ci opponemmo alla possibilità di condividere la nostra lotta con elementi del genere; tutti coloro che vengono da fuori – altre città d’Italia o dalla Francia – hanno lo stesso nostro obiettivo, compresi i ragazzi dei Centri Sociali, su cui i media si sono tanto concentrati. Alcuni di loro appartengono al movimento dalle sue origini, si parla di quasi vent’anni di contributo, ben prima che le lotte definite “violente” cominciassero.

C’è qualcosa che credi che i media tendano spesso a nascondere o mascherare?

La mistificazione più grossa riguarda la composizione del Movimento, soprattutto per quanto riguarda ciò che si è detto nell’ultimo anno. Si è tentato di separarlo in due parti: valsusini e violenti. Questo porta la gente a pensare cose ben lontane dalla realtà. I miei genitori, che leggono La Repubblica, pensano questo, mentre io so bene che non è così: non c’è questa divisione netta. Gli stessi che camminano pacificamente nella Valle, organizzando assemblee, momenti di incontro e tentativi di dialogo, possono poi finire davanti alla polizia, per manifestare il loro dissenso. E se la polizia inizia a lanciare fumogeni, allora vengono ritenuti violenti.
Solo qualche giornalista ha descritto con veridicità ciò che accade, anche perché sono in pochi a venire fin qua. Mi viene in mente Cosimo Caridi, un ragazzo che scrive sul Fatto e che spesso è stato con noi.

Come credi che finirà il tutto?

Non lo so, ma credo che il movimento No Tav abbia le forze e la possibilità di vincere questa battaglia. Poi bisogna tener conto che anche chi sostiene il progetto sa di aver di fronte molte difficoltà: ad esempio non è pensabile di poter mantenere per vent’anni un corpo militare che richiede 90 mila euro al giorno.

Una delle parole chiavi dei sostenitori è progresso. Cosa ne pensi?

Progresso vuol dire tutto e niente. Cosa significa? Noi non guardiamo alla preistoria; crediamo semplicemente che se si vuole andare avanti proiettandosi verso il futuro sia giunto il tempo di valutare un modello di sviluppo alternativo sostenibile.
Questo, per noi, è progresso.

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Scelte

Chiedere più soldi per la sanità pubblica è sbagliato. Costa. E poi va a finire che dobbiamo rinunciare ai cacciabombardieri F-35. O alla Tav. Un poco di responsabilità, che diamine!

Aderisci anche tu al Movimento degli Irresponsabili estremisti.

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Astensione: il Quirinale risponde

Devis Venturini è stato il primo sottoscrittore della mia lettera aperta al Presidente della Repubblica (con la quale chiedevo il responso del Garante della Costituzione circa l’eventuale illegittimità dell’invito all’astensione al referendum propositivo del 18 novembre). È stato anche il primo a ricevere una risposta scritta da parte del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica. Con il suo consenso, la pubblico qui sopra come immagine.

La risposta del Quirinale conferma in sostanza ciò che pensavamo: innanzitutto insiste sul valore costituzionale del voto, definito «comportamento qualificante», necessario e socialmente rilevante; in secondo luogo, e senza fare distinzioni tra il referendum e altri tipi di elezioni, ricorda che il voto «viene considerato un dovere» civico del cittadino (art. 48 Cost. it.), per quanto il suo adempimento sia «affidato più alla coscienza, appunto civica, degli elettori che alla obbligatorietà del relativo comportamento, non assistita da efficaci sanzioni giuridiche».

L’astensione è dunque registrata come possibilità, e tuttavia degradata a comportamento non «qualificante», in opposizione al carattere di «necessità» e «rilevanza sociale» del voto. In altre parole, può capitare che l’elettore scelga di non recarsi alle urne senza essere per questo colpito da sanzioni giuridiche, ma la sua scelta si contrappone all’obbligatorietà di ciò che si profila come «dovere civico». Un comportamento tollerato, dunque, non un «diritto» dei sistemi democratici, come pretendeva la propaganda antireferendaria dell’attuale maggioranza di governo (Union Valdôtaine, Stella Alpina, Fédération Autonomiste, Pdl).

Sulla legittimità di tale propaganda, la risposta del Segretariato Generale non si addentra, ed è un peccato, perché proprio questa era la richiesta centrale della lettera aperta. Ho dunque scritto nuovamente al Presidente, chiedendo un ulteriore responso e insistendo sull’eventuale illegittimità dell’invito al non voto da parte di forze politiche con responsabilità di governo, nonché sull’aria pesante che in questi giorni si respira in Valle d’Aosta. Vi terrò aggiornati/e.

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Astensione, controllo, dimissioni, una legge promulgata dai cittadini e la lettera al presidente Napolitano


Ci ho messo un po’
, ma ecco le novità sulla lettera aperta al presidente Napolitano, nella quale chiedevo al Garante della Costituzione di pronunciarsi sulla legittimità (o meno) dell’invito all’astensione nel caso di un referendum.

Il riferimento, per chi non abitasse in Valle d’Aosta, è al primo refrendum propositivo in Italia ad aver raggiunto il quorum, e trasformato in legge la proposta popolare sottoposta al giudizio degli elettori. Domenica 18 novembre, 47.143 cittadini valdostani hanno approvato, direi promulgato, con il loro Sì una legge regionale che vieta qualsiasi tipo di trattamento a caldo dei rifiuti e che ha bloccato la realizzazione di un pirogassificatore, già decisa dalla Regione.

Oggi la proposta è legge.

Temendo di vedere fermato il proprio progetto, le forze politiche della locale maggioranza di governo – Union Valdôtaine, Stella Alpina, Fédération Autonomiste e Pdlavevano invitato all’astensione con tanto di cartelloni vergognosi che recitavano «In democrazia non votare è un diritto» (cosa che non mancherò di rinfacciare loro alle prossime elezioni regionali).

La mia lettera al presidente Napolitano, pubblicata sul blog, è stata firmata, senza che i media ne parlassero, da oltre 200 persone in pochi giorni. A nome mio e di tutti l’ho inviata al Quirinale come raccomandata (pubblico a fianco la prova di consegna che ho ricevuto). Al momento attuale, il presidente non ha risposto. Naturalmente, non mi aspettavo e non mi aspetto una sua nota personale. Credo tuttavia che sarebbe scorretto se il segretariato della presidenza della repubblica non degnasse della minima attenzione la richiesta di 200 cittadini.

Masi obietterà – il referendum è già passato e, quel che più conta, ha conseguito il quorum. Io credo che questo non sia un motivo valido per non pretendere una risposta, innanzitutto perché non è stata la prima e non sarà l’ultima volta che qualcuno cerca di boicottare un refrendum invitando i cittadini «responsabili» ad “andare al mare”. In secondo luogo perché, dopo la vittoria dei Sì, il clima che si respira in Valle è avvelenato dal rancore e dalle accuse di chi è stato battuto e ora se la prende con chi contestava la legittimità dell’invito all’astensione, ad esempio quegli insegnanti che hanno messo in evidenza il carattere di «dovere civico» del voto.

È di oggi, 27 novembre, la notizia delle dimissioni dell’assessore regionale all’istruzione e alla cultura, Laurent Viérin, e della sovrintendente agli studi, Patrizia Bongiovanni, messi sotto accusa dai vertici dell’Union Valdôtaine e dal presidente della Regione, Augusto Rollandin, per non aver saputo «governare» la scuola, impedendo prese di posizione degli insegnanti durante la campagna referendaria. La polemica verte, in particolare, sulle lettere degli insegnanti ai giornali, ritenute vere e proprie ingerenze politiche.

Mi sono andato a riguardare le lettere incriminate e ho trovato quanto segue: le perplessità (legittime) dei docenti della scuola media di Variney in merito alla contraddizione tra le politiche di riduzione dei rifiuti portate avanti dall’amministrazione regionale e il progetto del pirogassificatore; l’appello al voto (non a votare Sì) degli insegnanti dello scientifico di Aosta; la splendida lettera di un’insegnante di storia, educazione civica e filosofia del liceo classico di Aosta, Daria Pulz, che – proprio in quanto insegante di educazione civica – lamenta l’effetto inibente dell’invito al non voto sul desiderio di partecipazione dei nuovi maggiorenni.

Queste sarebbero le ingerenze politiche di noi insegnanti, insieme magari all’aver appeso qualche volantino nelle bacheche delle sale inseganti e insieme, eventualmente, a quella lettera al Capo dello Stato di cui stiamo parlando in questo articolo, da me peraltro inviata come semplice cittadino. Abbiamo fatto ciò che era nostro diritto e nostro dovere. E sono contento di poter riportare, per una volta, a difesa della mia professione, le parole dell’assessore competente che, nel rassegnare le proprie dimissioni, ha difeso «l’autonomia della scuola» dalle ingerenze – queste sì – della politica.

Queste e altre cose intendo ricordare, scrivendo ancora al sito della presidenza della repubblica, perché proprio l’equivoco sul ruolo del non votoassimilato al No – è alla base delle accuse incrociate di questi giorni.

>>> La vignetta è di Ronnie Bonomelli.

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