La novità della guerra lampo

 

 
 La fine dei combattimenti
 
 La guerra in Georgia sembra finita: «Dopo Mosca, anche Tbilisi ha accettato il piano di pace in sei punti presentato da Sarkozy, presidente di turno dell’Unione Europea, che in una conferenza stampa ha fatto un annuncio congiunto con il presidente georgiano Michail Saakashvili esponendo le condizioni dell’accordo».  [leggi tutto sul sito di peacereporter].
 
 Nei giorni scorsi ho provato a raccontare qualcosa della guerra in Georgia, concentrandomi sullo status dell’Ossezia del Sud e sulla posta in gioco, in termini energetici e geostrategici. Il resto è la cronaca, terribile, del conflitto, per la quale rinvio a mezzi d’informazione più potenti e aggiornati del blog, cui senz’altro rimando. Basti dire che si parla di morti in Ossezia, decine, secondo i georgiani, centinaia secondo i russi, e di centinaia di migliaia di sfollati. Letti così, questi dati possono sembrare poca cosa, abituati come siamo alle cifre che giungono dall’Iraq, il che fa riflettere sul nostro grado di assuefazione alle tragedie, anche a quelle dovute all’uomo e quindi, volendo, completamente evitabili.
 
 Punti oscuri
 
 Circa le dinamiche del conflitto, nella mia testa ho ancora tanti dubbi, ad esempio in che modo il presidente georgiano Saakashvili possa essersi illuso di sfidare Mosca senza rimetterci, o se veramente abbia creduto di poter ristabilire l’autorità di Tbilisi sulla regione «ribelle» con la mossa – arrischiata – dell’invasione militare. Sia che sperasse nel non intervento del Cremlino o nell’aiuto occidentale in una guerra contro la Russia, la strategia di Saakashvili sembrerebbe confermare le parole di Adriano Sofri che, sulla Repubblica di lunedì 11 agosto, afferma che «le potenze sono stupide», «ottuse». Anche se Sofri non li cita, penso subito agli Usa di Bush, talmente ottusi da impantanarsi in Iraq senza aver pacificato l’Afghanistan e forse ansiosi di nuovi bombardamenti sull’Iran. O a Saakashvili, appunto, disposto ad agitare con assoluta leggerezza il panno rosso davanti agli occhi di Putin.
 
 La nuova «guerra lampo»
 
 Nel suo articolo, Sofri analizza quella che definisce la «piccola novità della guerra lampo». Mi permetto di citare l’efficace definizione. «Vuol dire», spiega, «che non è affatto destinata a finire presto, e forse mai – finirà mai la guerra in Cecenia? – ma è la guerra che esplode in un lampo. Non ha bisogno di incubare, non aspetta macchinazioni diplomatiche, telegrammi di Ems, provocazioni terroristiche, attentati di Sarajevo, tergiversazioni sull’alleanza con cui schierarsi: si scatena in un batter d’occhio, emula finalmente del disastro naturale, del terremoto, dello tsunami, che non a caso sono ormai il lessico prediletto dalla politica quotidiana. Abitate nel vostro appartamento di Tshinvali, o di Tbilisi, o di Gori, siete usciti a comprare la famosa anguria della costa del Mar Nero, vi siete preparati a guardare l’inaugurazione di Pechino, siete un vecchio seduto all’ombra di una panchina, oppure una ragazza che ha preso un appuntamento con un ragazzo, e in un momento siete estirpati dalla vostra terra, voi e le vostre case e i vostri giardini e i vostri pensieri. Finito».
 
 È il genere di guerra cui ci stiamo abituando, la guerra dei raid aerei compiuti sui villaggi col pretesto di colpire i terroristi nascosti tra i civili, quella delle «forze di reazione rapida», delle nuove basi militari necessarie ad agire – fulmineamente – in qualunque parte del mondo. La base di Vicenza è stata progettata in quest’ottica. Il sistema antimissile Usa ai confini dell’«impero» russo pure. La guerra di Israele in Libano, nell’estate del 2006, il continuo stillicidio dei palestinesi, sono ottimi esempi del nuovo genere di conflitto, una «guerra che esplode in un lampo», «si scatena in un batter d’occhio», con immensa violenza.
 
 Tempo fa avevo scritto alcuni versi che, in un certo senso, potrebbero riecheggiare le parole di Sofri riportate qui sopra. Credo non sia da tutti, in questo presente, «in un momento [essere] estirpati dalla [propria] terra». Non tollereremmo, infatti, un bombardamento di Londra, Roma o New York allo stesso modo in cui siamo disposti a tollerare il bombardamento di Tshinvali o di Tbilisi, indipendentemente da come nel caso specifico voglimo ripartire i torti e le ragioni. Per chi fosse interessat*, allego la poesia in formato pdf.

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