Siamo tutti rumeni

 Superare (in camion) la Bossi-FiniQualche settimana fa, all’indomani della manifestazione del 20 ottobre a Roma, ho pubblicato un appello ai 4 partiti della sinistra d’alternativa: Rifondazione comunista, Partito dei Comunisti italiani, Sinistra democratica e Verdi. Naturalmente ho inviato un’email col testo dell’appello ai segretari di questi partiti e, come ho già detto altrove, è successa una cosa molto strana: finalmente qualcuno mi ha risposto. Mi hanno scritto prima Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti italiani, poi il ministro Fabio Mussi, leader della Sinistra democratica. Entrambi si son detti d’accordo con me sulla necessità di unire la sinistra, e anche sulla piattaforma che proponevo, quella della manifestazione del 20. «Lavoro e pensioni», quindi, «riequilibrio della ricchezza, conquista del diritto al reddito e all’abitare, diritti civili e laicità dello Stato, cancellazione delle leggi contro la libertà, cittadinanza e pienezza di diritti per i migranti, taglio delle spese militari, fine delle servitù militari, ritiro dall’Afghanistan, rifiuto della guerra preventiva di Bush»: tutti punti estremamente qualificanti, per una politica capace di lasciarsi alle spalle anni di delirio liberista. «Anche», aggiungevo, «qualora questo dovesse comportare l’uscita dall’esecutivo», perché non si possono accettare certe cose senza snaturare completamente se stessi (e perdere l’appoggio della base).
 Su questo punto il ministro Mussi ha espresso il suo disaccordo: «dobbiamo ragionare politicamente», ha detto. «Dopo questo Governo, cosa c’è?». Ora, la questione non può essere aggirata: che senso avrebbe consegnare il Paese ad altri 5 anni di centrodestra? È la domanda che continuiamo a porci da un anno e mezzo, quella che legittima il “ricatto” sul quale poggia la solidità del governo Prodi (ammesso che il governo Prodi possa essere definito solido): o fai così o torna Berlusconi. «Questo rischio c’è», ha scritto ieri (06/11/2007) sul manifesto Valentino Parlato. Ma non si può rispondere a questa domanda accettando tutto, tanto che «forse è preferibile un ritorno di Berlusconi a una berlusconizzazione di noi stessi». Si riferiva (tra l’altro) ai recenti fatti di cronaca, pretesto e conseguenza del Consiglio dei Ministri straordinario nel corso del quale è stato approvato il decreto sulle espulsioni. «Il decreto antiromeni se non fascista, certo fascistizzante, non può essere approvato, non dovrebbe essere approvato, dai parlamentari del neonato Partito democratico e tanto più da quelli di Rifondazione, dai verdi e dai comunisti italiani». E ancora: «Tanto più dovrebbe essere respinto dalle forze di centro-sinistra e di sinistra ove ci fosse il consenso della Casa delle Libertà e dell’ex Movimento sociale di Fini. Affermare, per legge, che chi non riesce a guadagnarsi il cosiddetto pane quotidiano va cacciato e con espulsione “coatta” è solo l’anticipazione, nazista, che i poveri vanno ammazzati». Di questo stiamo parlando. E il decreto in questione è parto del governo di centrosinistra.
 
Ferrovieri (e ferrovie) precariAllo stesso modo potremmo considerare un deciso passo indietro nella lotta alla precarietà nel mondo del lavoro la sostanziale accettazione dei diktat di Confindustria circa il protocollo sul welfare firmato da governo e parti sociali. La sinistra di governo che cos’ha ottenuto, se gli stessi sindacati (Cgil compresa) si sono spesi a sostegno dell’accordo? Giorgio Cremaschi, protagonista della campagna per il no, aveva centrato il segno, ricordando (cito a memoria) che un governo non può durare più di 5 anni, poi arrivano gli altri, mentre certi danni rimangono anche dopo e i nuovi governanti se ne potranno avvantaggiare.
 Cito ancora le comunità in lotta, sparse in tutta Italia, decise a conseguire i loro obiettivi in modo indipendente rispetto all’appoggio dei partiti. Le ultime elezioni locali (a Vicenza, ad esempio) hanno mostrato il grado di disaffezione dei cittadini verso le forze di rappresentanza tradizionali. Ora, se c’è un po’ di speranza per un domani diverso, mi sembra che questa venga proprio da qui, dai No Tav, No Dal Molin, No Mose, No Ponte, ecc, dalle comunità del Sì, come potremmo chiamarle (il Sì a un nuovo modo d’intendere la politica e la vita), da quelle persone normali che lavorano attivamente per costruire una società più giusta. Queste comunità si tendono la mano, si parlano, adottano strategie comuni: eppure non mi sembra che sia ancora nato un coordinamento capace di sostituire i benefici del sostegno parlamentare. Che cosa può offrire in proposito la sinistra ai movimenti? Altre parole? Sono sicuro che servirebbe un poco di coraggio nel sostenere le proprie idee. Anche a costo, lo ripeto, di uscire dal governo. Forse ha ragione Ascanio Celestini che, intervistato su Carta a pochi giorni dalla manifestazione di Roma, ha sostenuto l’importanza dell’«autorganizzazione». «Gli avvenimenti che viviamo oggi in Occidente, dall’Alta velocità in Val di Susa all’ampliamento della base a Vicenza, fino al problema dell’inquinamento legato all’aeroporto di Campino, sono problemi che è possibile affrontare esclusivamente a partire da un movimento di cittadini che si organizza». Ma, continua Celestini, «c’è un po’ un gioco delle parti tra i partiti e i movimenti che nascono nei luoghi del lavoro: i partiti al governo fanno un po’ il ‘gioco sporco’: non hanno una reale autonomia per decidere e cambiare le sorti del paese; sono lì a bilanciare tutta una serie di rapporti e di contraddizioni». Che sia questa la strada? Forse sarà così, ma io sono convinto che i partiti abbiano ancora la possibilità di scrollarsi di dosso un poco di letargo (e di vigliaccheria) e di tornare a proporre qualcosa di diverso dalle regole del capitale, magari un sogno, un ideale capace di raccogliere intorno a sé le donne e gli uomini desiderosi di spendersi per gli altri. Solo così sarà possibile ricostruire il tessuto sociale, negli ultimi anni tenuto sotto attacco da più parti, mettere in atto un mondo migliore.
 Dovesse per questo cascare il governo amico.

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