«Maestà, le cose non vanno tanto bene», disse il Gran-Ciambellano-e-Gentiluomo-del-Papa al Piccolo-Uomo-sul-Trono.
Si riferiva alla caduta di Milano, di Napoli, di Cagliari, di Arcore, di tutti quei centri urbani che – sconsiderati – avevano scelto la repubblica.
Aveva provato in tutti i modi, l’Unto del Signore, a camuffare la natura monarchica del proprio sistema di potere. Addirittura, aveva rinunciato a battezzare il figlio come lui, temendo che «Silvio II» suonasse indigesto all’orecchio democratico dei regnicoli, e s’era accontentato di Pier Silvio. Ma era stato invano.
E ora si aggirava solo per le stanze di quel Palazzo che aveva reso famoso con le feste danzanti, i bunga bunga regali e i trenini solo-prima-classe lungo i corridoi, com’era d’uso, un tempo, alla corte di Versailles.
Ma se il sovrano avvertiva precipitare su di sé l’ombra del 12 e 13 giugno – moderno, referendario, 14 luglio – non era però sconfitto e preparava il colpo di coda a forza di marketing elettorale, cosmesi e prmesse da marinaio (mi perdonino i marinai), ponendo il bell’Alfano alla guida del Partito e trincerandosi dietro le mura della Reggia.
Una parata militare a Roma, intanto, celebrava i fasti della «Repubblica democratica fondata sul lavoro»®, un’occasione ghiotta per il Presidente del Consiglio per fare comunella con qualcuno dei suoi pari.






