Il movimento nonviolento aderisce allo sciopero del 6 settembre

Il Movimento nonviolento scrive una lettera aperta a Susanna Camusso, leader della Cgil per spiegare la propria adesione allo sciopero generale del 6 settembre, invitando la segretaria del primo sindacato d’Italia alla Marcia Perugia-Assisi del prossimo 25 settembre.

Pace e buona economia, infatti, sono temi che si toccano.

Lettera aperta a Susanna Camusso
Segretaria generale della CGIL

Il Movimento Nonviolento alla CGIL su sciopero, spese militari, guerra.

Gentile Susanna Camusso,

mentre prepariamo la “Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli”, il 25 settembre da Perugia ad Assisi nel cinquantesimo anniversario della prima del 1961, noi che ci diciamo “amici della nonviolenza”, secondo la definizione che volle dare Aldo Capitini, fondatore del nostro Movimento Nonviolento, saremo nelle piazze d’Italia anche il 6 settembre insieme ai lavoratori italiani.

Saremo in piazza con voi per sottolineare con forza che, mentre con il pretesto della crisi internazionale si taglia tutto ciò che ancora rimanda a un’idea di Stato come patto solidale tra i cittadini voluto dalla Costituzione, non si opera nessun taglio alle spese militari che sono invece già di per sé una rottura in atto e permanente della stessa Costituzione, in quanto preparano lo “strumento guerra” che essa ripudia, sottraendo preziose e ingenti risorse al bilancio dello Stato.

Mentre l’economia del nostro Paese scivola sempre più in basso, è invece stabilmente all’ottavo posto tra i paesi che spendono di più per spesa pubblica militare, come ci ricorda tutti gli anni l’autorevole osservatorio del Sipri di Stoccolma. E mantiene questa posizione non solo non operando tagli in questo settore, ma aumentando – anno dopo anno – l’investimento pubblico nelle spese per la guerra. La cifra astronomica di 25 miliardi di euro, ormai raggiunta dalla spesa bellica, è il valore di un’intera finanziaria di lacrime e sangue per i cittadini e i ceti popolari!

Il Parlamento ha recentemente confermato l’acquisto di 131 cacciabombardieri nucleari F35, per un costo complessivo di ulteriori 16 miliardi di euro, senza considerare le successive spese di manutenzione. Con il costo di uno solo di questi orrendi mostri, portatori di morte, si possono aprire 300 asili nido o pagare l’indennità di disoccupazione per 15.000 cassintegrati.

Se poi si vanno a vedere gli impegni per i programmi pluriennali dei sistemi d’arma, si scopre che dal 2011 al 2019, per nuovi bombardieri, elicotteri, portaerei, fregate, sommergibili e veicoli blindati, il Governo ha impegnato una spesa di 46 miliardi e mezzo, ossia l’equivalente di un’altra enorme finanziaria!

Noi del Movimento Nonviolento saremo a fianco della CGIL nello sciopero generale e invitiamo Lei ad essere al nostro fianco alla Marcia Perugia-Assisi, ma chiediamo anche che il più grande sindacato italiano, faccia suo l’appello del Presidente Pertini: «Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte, e si colmino i granai, strumenti di vita».

Chiediamo che nelle piazze dei lavoratori si dica, chiaro e forte, che il primo principio di equità, di civiltà e di costituzionalità è il taglio drastico delle spese militari e la loro riconversione in spese civili e sociali.

Come insegnava don Lorenzo Milani ai ragazzi di Barbiana, due sono le leve per cambiare le leggi ingiuste degli uomini, il voto e lo sciopero. E poiché in questo momento ci è impedito lo strumento democratico del voto, condividiamo la scelta del più grande sindacato italiano di usare il più importante strumento di lotta nonviolenta di cui il movimento sindacale è custode: lo sciopero generale.

MOVIMENTO NONVIOLENTO

Mao Valpiana, presidente.
Raffaella Mendolia, segretaria.
Pasquale Pugliese, segretario.

Verona, 26 settembre 2011

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Via 24 maggio

Ho visto una via 24 maggio.

Ora, a meno che la data non si riferisca a qualche altra occasione (ma mi sembra improbabile), il 24 maggio (1915) è la data dell’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale (il quale fece svariati milioni di morti e preparò il terreno ai totalitarismi e alla seconda guerra mondiale).

L’Italia uscì “vittoriosa” dalla «Grande Guerra». È questo che giustifica l’intitolazione della via? Si tratterebbe della stessa filosofia che, il 4 novembre, festeggia la “Vittoria” (festa delle Forze Armate), anziché la fine di quella pazzia chiamata guerra.

L’altro giorno era il 1° settembre, anniversario dell’inizio della seconda guerra mondiale. Se l’Italia avesse vinto oggi sarebbe lecito dedicarvi una via?

>>> NB: So bene che l’Italia non entrò in guerra il 1° settembre (1939), ma il 10 giugno 1940. La domanda retorica conclusiva, correttamente impostata, dovrebbe quindi essere: «Sarebbe lecito dedicare una via al 10 giugno, se l’Italia avesse vinto?». Ho tuttavia approfittato del ragionamento per ricordare, citando il 1° settembre, l’anniversario di una delle più grandi carneficine della storia umana. Oggi, naturalmente, la guerra non esiste più, non per gli Stati democratici, almeno, che vi hanno rinunciato: oggi ci sono le «missioni umanitarie» e spese militari che non conoscono crisi (in barba alla crisi sofferta dalla popolazione).

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Succhiare petrolio al largo di Brindisi

Succhiare petrolio al largo di Brindisi. È quanto si appresta a fare l’Eni, attraverso la controllata Saipem SpA, che trasformerà una petroliera in impianto galleggiante per l’estrazione del greggio, ad appena 25 miglia dalla costa brindisina. L’impianto avrà una capacità di stoccaggio di 700 mila barili, mentre la capacità produttiva raggiungerà i 12 mila barili al giorno. Le attività di estrazione saranno avviate, nel silenzio generale, nel quarto trimestre del 2011, vale a dire tra due, tre settimane al massimo.

13 mesi fa il ministro italiano degli esteri esprimeva la propria preoccupazione per le trivellazioni nel Golfo della Sirte autorizzate dall’allora leader libico (e buon amico dell’Italia) Mu’ammar Gheddafi a vantaggio della compagnia petrolifera Bp, quella dell’incidente alla Deepwater Horizon, il più catastrofico di sempre, quello – in buona sostanza – di cui ci siamo ormai dimenticati perché i media non ne parlano più. «Se un incidente come quello avvenuto nel Golfo del Messico si verificasse nel Mediterraneo» aveva dichiarato Frattini «sarebbe una catastrofe irreparabile, perché il Mediterraneo è come un lago». Di questo «lago» l’Adriatico non è che una minuscola appendice.

La salute dell’Adriatico, del resto, è già minacciata da altre possibili trivellazioni, ad esempio al largo delle isole Tremiti, ma tutto il Meridione d’Italia è finito sotto le mire delle compagnie petrolifere, tanto in mare – si pensi alla Sicilia – quanto sulla terraferma – ancora in Sicilia, in quel Val di Noto che l’Unesco ha definito patrimonio dell’umanità, e in Basilicata.

Per quanto riguarda Brindisi e il suo territorio, abbiamo a che fare con una terra già martoriata dalla presenza di industrie legate alla produzione di energia (due centrali a carbone, un Petrolchimico, il progetto, fortemente sostenuto da alcuni, di realizzare anche un impianto di rigassificazione). Una città cui il documento programmatico preliminare propedeutico al nuovo Piano urbanistico generale, approvato dal consiglio comunale lo scorso 25 agosto, imporrebbe di «individuare la via per un rinnovamento che può agevolare uno sviluppo positivo e contrastare gli insediamenti e le attività ritenute nocive come l’eccesso di produzione energetica da fonti fossili».

Sono anni che i comitati cittadini denunciano le inadempienze Continua a leggere

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Strane cose accadono in Italia (presentazione)

Strane cose accadono in Italia.

Da qualche giorno sto titolando in questo modo alcuni episodi che si scostano, nel bene o nel male, dalla rappresentazione anestetizzata che del Paese viene fornita dai media.

Gli incidenti industriali di cui non si sa niente, come l’ultima fiammata del Petrolchimico di Brindisi; l’umanità rinchiusa in gabbia per mancanza di documenti in regola; le grandi opere inutili, costose e impattanti, imposte sulla testa e sulla pelle della gente.

Ma ci sono anche gli atti di resistenza, talvolta al limite dell’eroismo, quelli che uno si aspetta di trovare soltanto nei film.

Un attivista No Tav si arrampica su un albero e vi resta per giorni per protestare contro la militarizzazione del territorio. Una donna cerca di “convertire” le forze dell’ordine, schierate in tenuta antisommossa in Val di Susa, esortandole a pensare con la loro testa, a non servire i soliti poteri forti contro il proprio interesse e quello dei cittadini.

Sono queste cronache e narrazioni che voglio raccogliere in una nuova categoria, intitolata appunto Strane cose accadono in Italia.

Voi le trovate QUI.

PS: Pare che questo articolo sia il millesimo del blog!

>>> Nell’immagine, la statua di Domenico Modugno a Polignano a Mare (Bari).

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Lettera aperta al governatore della Puglia – di Alberto Lucarelli e Ugo Mattei

Quello che segue è il testo della lettera aperta a Nichi Vendola uscita sul manifesto del 31 agosto, scritta dai giuristi Alberto Lucarelli e Ugo Mattei allo scopo di spingere il governatore della Puglia a impugnare il “Decreto di Ferragosto” presso la Corte Costituzionale, in difesa di quei beni comuni oggetto del referendum del 12 e 13 giugno che il governo intende privatizzare con la scusa della crisi, nonostante il parere contrario di oltre 27 milioni di italiani.

Nella loro lettera, Lucarelli e Mattei si mettono a disposizione per rappresentare la Regione Puglia davanti alla Corte, naturalmente a titolo gratuito. La richiesta a Vendola non è dettata da ragioni di appartenenza partitica, ma dipende dal fatto che «nel nostro ordinamento una Regione, e non il Comune, può impugnare una legge o atto avente forza di legge di fronte alla Corte Costituzionale».

Difficilmente un governatore diverso da Vendola accetterebbe quanto proposto dai due giuristi, ma sarei contento se fossi smentito e se anche gli altri Presidenti si volessero unire a quello della Puglia in un’azione capace di coinvolgere l’intero Paese, compresa la mia regione, la Valle d’Aosta del Presidente Augusto Rollandin (al quale mi appresto a scrivere).

Caro Vendola, facciamo ricorso
di Alberto Lucarelli e Ugo Mattei.

Caro Presidente Vendola,

siamo i due giuristi che, dopo aver elaborato insieme ad altri colleghi i quesiti per i referendum contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali (referendum n. 1) e contro la possibilità di trarre profitto dal servizio idrico integrato (referendum n. 2), abbiamo patrocinato con successo di fronte alla Corte Costituzionale, il 12 gennaio 2011, la questione della rilevanza costituzionale ed europea dei beni comuni.

Oggi ci troviamo di fronte a un attacco senza precedenti Continua a leggere

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Strane cose accadono in Italia – 3


Secondo la legge italiana c’è una categoria di persone che non ha bisogno di commettere reati per essere prelevata dalle forze dell’ordine e chiusa in un centro penitenziario, perché è la sua stessa presenza, giudicata “irregolare”, a costituire un reato. Si tratta naturalmente, come tutti sanno, dei cittadini stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno. Ma avete mai provato a immedesimarvi nei panni di questa gente? Vi trovate costretti a partire per la Germania, gli Usa o magari la Cina e, siccome non avete modo di regolarizzare la vostra presenza, dall’oggi al domani siete al di fuori della legge, senza aver mai rubato, usato violenza, ucciso. Cazzo, ma io sono italiano! Sì, però siete in Germania, negli Usa o in Cina e agli autoctoni non interessa se siete discendenti di Giulio Cesare in persona; più facilmente penseranno alla pizza, alla mafia, a Berlusconi (e forse persino al mandolino). Trovate lavoro, ma in nero, non avete diritti e – se cercate di rivendicarli – chiunque può denunciarvi come illegale. La denuncia, secondo le belle pensate di qualche mente leghista (che immagino non siano un’esclusiva “padana”), potrebbe venire anche dal medico che vi cura, così, se vi ammalate, ci pensate due volte prima di andare all’ospedale (il che non è bene per voi e, nel caso di malattie contagiose, neppure per gli altri, non importa quanto autoctoni). Poi, dopo una settimana come cinque anni di stenti, di dignità calpestata, di rospi inghiottiti, basta una retata e vi trovate rinchiusi in un Centro di identificazione ed espulsione (Cie), nel quale possono tenervi fino a 18 mesi prima di rispedirvi in patria – ovvero alla situazione dalla quale eravate scappati, fame o guerra non importa.

Questa è la situazione in Italia (secondo alcuni uno Stato democratico) per migliaia e migliaia di esseri umani che hanno la grave colpa di non avere un bollo o una firma sul passaporto. Persone che rischiano di finire – o sono finite – nei Cie senza aver fatto nulla di illegale, una vergogna con la quale conviviamo senza indignarci o reagire, come facevano i cittadini tedeschi o polacchi che abitavano nei pressi di un Lager. Certo, se abbiamo un’idea di com’erano i Lager nazisti, con le uccisioni indiscriminate, le selezioni, il lavoro forzato, gli esperimenti “scientifici” condotti su cavie umane che potevano essere sacrificate senza problemi, le camere a gas e l’uscita finale dal campo attraverso il camino di un forno crematorio, il paragone può sembrare una forzatura. L’analogia sta nel fatto che entrambi i sistemi concentrazionari sono rivolti a persone “innocenti” (e, incidentalmente, a persone che non lo sono), designate in base a un criterio che se oggi non è perfettamente razziale ricorda da vicino la discriminazione legata al sangue, perché è risaputo che la parte di umanità che soffre la fame non è quella bianca e occidentale. L’analogia sta nel fatto che l’ingresso ai Cie è vietato tanto alla stampa quanto alle associazioni e, ciò nonostante, le notizie che raggiungono l’esterno raccontano una storia di sovraffollamento, abusi, violenze sessuali e uso intensivo dei tranquillanti per “tenere buoni” i migranti.

Quello della foto è il Cie di Restinco, in provincia di Brindisi. Trovandomi da queste parti non ho resistito alla tentazione di dargli un’occhiata. Mentre mi avvicinavo, fantasticavo su che cos’avrei fatto se mai mi fossi imbattuto in un fuggiasco evaso dal Cie. L’avrei aiutato contro la legge, facendolo salire in macchina, portandolo almeno fino a Brindisi, mettendogli in mano 50 euro, come la mia coscienza mi imporrebbe, oppure avrei avuto paura delle conseguenze e mi sarei arreso alla “necessità” di farmi i fatti miei, di rispettare una legge sbagliata, di badare alla mia incolumità (non si sa mai come ragiona un uomo che è stato trattato come un animale)? Non conosco la risposta, immagino che certe cose si scoprano solo alla prova dei fatti, ma credo che sia compito di tutti sollevarsi contro l’assurdità di un sistema che mette una persona in una gabbia soltanto perché ha un cognome e una religione diversi da quelli di qui.

Nel Cie di Restinco domenica scorsa un tentativo di fuga si è verificato davvero, con i 45 “ospiti” della struttura hanno sfondato il cancello che li separava dal Cara (Centro di accoglienza richiedenti asilo) per poi tentare la fuga. Sul posto sono intervenuti gli agenti di polizia e solo in sei sono riusciti a scappare, mentre 20 sono stati bloccati quando erano ancora nel Cara e con gli altri è stata avviata una trattativa che è andata avanti sino alle 20.30, con gli immigrati che hanno accettato di rientrare. «Non si sono registrano feriti e neanche danni alla struttura», scrive il Quotidiano di Puglia.

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Strane cose accadono in Italia – 2

«Fumo su Brindisi» titola il Quotidiano di Puglia (29 agosto). Il riferimento è all’incidente sopravvenuto l’altra notte al Petrolchimico del capoluogo provinciale, dalle cui torce si è sprigionata una nube di fumo nero che ha invaso il cielo a sud della città per poi dirigersi verso le località balneari di Cerano (già funestata dalla presenza di una centrale a carbone) e Campo di Mare, con «i bagnanti in acqua e il naso all’insù a guardare il cielo sempre più nero». Durante la notte tra il 27 e il 28 agosto, a quanto sembra, un black out alla rete nazionale gestita da Terna ha messo in crisi la centrale elettrica Enipower, che serve il Petrolchimico. A seguito dell’avaria, i processi di lavorazione del petrolio grezzo si sarebbero interrotti, con una fuoriuscita dei residui di combustione del greggio ancora in lavorazione.

Siccome per una serie di ragioni non guardo i telegiornali nazionali, mi domando se sia stato dato spazio (e quanto) a una notizia che riguarda la salute della popolazione di un’area provatissima dalla presenza di industrie particolarmente impattanti. In un mondo migliore i media potrebbero aiutare l’opinione pubblica a ottenere la risposta ad alcune legittime domande.

Qual è l’entità dell’incidente? Data l’inconsistenza delle prime risposte dell’Eni, pare lecito chiederselo. «Sembra di avere a che fare con i padroni delle ferriere», ha dichiarato, sempre al Quotidiano di Puglia, il vicesindaco del vicino comune di San Pietro Vernotico, Sandro Saponaro. «Non si sono degnati di avvertirci della situazione di allarme, di darci delle spiegazioni. Nulla». Una interrogazione urgente all’assessore regionale all’ambiente è stata presentata dal vicecapogruppo dell’Udc alla Regione Puglia, Euprepio Curto, secondo il quale è «assolutamente urgente far conoscere ai cittadini di Brindisi, a quelli dei comuni viciniori e alla stessa opinione pubblica quali possano o potranno essere le conseguenze di natura ambientale per il territorio e il rischio per la salute delle persone».

Considerazioni molto vicine a quelle di Pugliantagonista, che pone cinque domande precise: quale parte del ciclo di processamento dei prodotti chimici è andata in fumo? in che quantità? sono state avvisate le autorità aeroportuali per garantire la sicurezza del traffico aereo su Brindisi? quali provvedimenti sono stati presi? sono state avvertite le autorità competenti in fatto di emergenze ambientali presenti sul territorio?

Pugliantagonista invita a riflettere su una “normalità brindisina” «che dà per acquisita la convivenza con scarichi industriali, in mare, ombrelloni tra divieti di balneazione e fumate color nero di seppia». «Solo quando questa indifferenza sarà sostituita dall’indignazione di massa e popolare», prosegue, «e diverrà una lotta che coinvolga l’intera popolazione e tutte le generazioni, per garantire un futuro diverso, si potrà ottenere quello che neanche giudici e carte bollate riescono ancor oggi ad imporre sul rispetto dei vincoli ambientali».

«Episodi come questi ci spingono con sempre maggiore forza a chiedere che sia avviata una indagine epidemiologica per valutare i danni sanitari collegati all’inquinamento», dichiara il comitato No al Carbone di Brindisi, «ed è proprio su questo tema che nei prossimi giorni lanceremo una imponente campagna informativa e di denuncia». Il comitato ha inviato all’Arpa Puglia una lettera contenente la richiesta di informazioni sull’accensione delle torce del Petrolchimico («le continue sfiammate» di una struttura «già oggetto di sequestro da parte della magistratura»). Il comitato chiede «una dettagliata informativa che possa chiarire quali sostanze e in quali quantità sono state bruciate nelle torce». «Inoltre chiediamo anche di sapere quali sostanze e in che quantità e concentrazione sono state emesse in aria».

>>> Ho preso l’immagine di questo articolo dal sito Pugliantagonista, che consente la riproduzione dei propri materiali «a fini non di lucro» e «con l’obbligo di riportarne la fonte». Clicca sull’immagine per ingrandirla.

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