Lettera di un assessore della Val di Susa al presidente Napolitano


La lettera
che segue l’avrete già letta altrove. Ignoro se l’illustre destinatario abbia risposto alle sollecitazioni di Mauro Galliano, assessore comunale di Sant’Ambrogio di Torino, paese della Val di Susa; in compenso il testo ha avuto una discreta diffusione.

La copincollo anch’io, perché credo sia doveroso contribuire tutt@ a mettere in evidenza i collegamenti tra cementificazione, “grandi” opere, sistema economico dominante, lobby e disastri ambientali.

Buona lettura.

Egregio Sig. Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,

sono un amministratore comunale di un piccolo paese all’ imbocco della Valle di Susa in Piemonte e le scrivo in merito alle sue dichiarazioni che ho avuto modo di leggere in merito alla disastrosa alluvione che ha colpito il levante ligure e la lunigiana. Lei attribuisce i morti ai cambiamenti climatici. Purtroppo non sono d’ accordo con Lei.

Il responsabile di quella tragedia sono io: amministratore, cittadino italiano nonché elettore.

Sono io amministratore quando sono costretto ad ampliare le aree edificabili e quindi a cementificare il territorio che non è più in grado di assorbire l’ acqua piovana che così “scivola” altrove, per poter incassare oneri di urbanizzazione e quindi mantenere sano il bilancio del Comune. Quando non so urlare abbastanza la mia rabbia per i soldi che mancano per le piccole cose: mantenere puliti i canali, i torrenti di montagna, mettere in sicurezza gli argini, monitorare le frane ma che miracolosamente piovono dal cielo per le grandi, grandissime opere. Quando imploro l’ aiuto dei volontari della protezione civile che sostituiscono le gravi lacune delle Istituzioni pubbliche anziché pretendere con ancora maggior forza (se mai fosse possibile) i fondi necessari.

Quando i fondi me li procuro, ma con gli oneri di urbanizzazione creando così un circolo viziato senza fine.

Sono io cittadino italiano quando per pigrizia, disinformazione, troppa fiducia nei miei rappresentanti evito la partecipazione diretta, la cittadinanza attiva e lascio che presunte “scelte strategiche” quali TAV, ponte sullo stretto, rigassificatori, inceneritori sottraggano denaro alla manutenzione del territorio, delle sponde dei fiumi, alla messa in sicurezza delle scuole, alle energie alternative, tutte cose che creerebbero moltissimi posti di lavoro immediati e diffusi su tutto il territorio nazionale, ma soprattutto controllabili dagli enti locali e non fagocitati dalle scatole cinesi del General contractor o peggio dalla criminalità organizzata. Quando non faccio sentire la mia voce, quando resto a casa perché macinare km in un corteo è faticoso, rischioso o peggio sconsigliato a parteciparvi dagli stessi politici (se non sono stati loro a organizzarlo e promuoverlo!) o peggio ancora perché minacciato di essere “radiato” dal mio partito di riferimento se vi partecipo.

Sono io elettore, il responsabile, Continua a leggere

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Terra! Nasce il Forum italiano dei Movimenti per la terra e il Paesaggio

Abbiamo bisogno di terra, di territorio, inteso come terra sotto i piedi, natura, come bene comune da tutelare. Il blog è tornato più volte sulla cementificazione di tutto. Non è stato difficile: la popolazione delle nostre città ha smesso di crescere da un pezzo, in alcuni casi è calata, ma l’espansione materiale non si è arrestata mai: prati, orti, giardini, ettari interi di campagna sono stati inghiottiti dalle nostre metropoli, e non è che faccia tanto eccezione nemmeno la piccola Aosta in cui vivo (appena 35mila abitanti, ma una lunga fila di capannoni appena fuori porta, oltre a vecchie “appendici” urbane che si trasformano in quartieri veri e propri, strade nuove ovunque e palazzine come funghi, senza per questo aver risolto l’emergenza abitativa di chi un alloggio non se lo può permettere).

Franano le Cinque Terre e incolpiamo la pioggia, crolla L’Aquila e diciamo terremoto, ma non possiamo non guardare alle responsabilità umane, se è vero, come è vero, che da decenni costruiamo male, costruiamo troppo, costruiamo dappertutto. Salvo poi approfittare delle catastrofi, come all’Aquila, appunto, per requisire altri terreni da riempire di C.a.s.e…

Parecchio tempo fa ho parlato in queste pagine del movimento Stop al Consumo di Territorio, che propone di ristrutturare l’esistente, invece di occupare ex novo altri spazi naturali o agricoli. L’esempio virtuoso è quello del comune di Cassinetta di Lugagnano (Milano), che da anni ha decretato la crescita zero urbanistica. Lo scorso 29 ottobre proprio a Cassinetta si è tenuto il Forum italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio, che nasce sul modello dei Forum per l’acqua, allo scopo di difendere il territorio come bene comune.

Che cosa si propone il Forum italiano dei Movimenti per la terra e il Paesaggio?

Rispondo con una sintesi tratta dalla mailing list del movimento Stop al Consumo di Territorio (i grassetti sono miei):

«Innanzitutto un capillare lavoro di comunicazione, informazione e formazione (o più semplicemente di “cultura del territorio”, come a più riprese si è detto nei vari interventi a Cassinetta) che si accompagni alla nascita di Comitati locali pronti a sostenere banchetti di ascolto e di raccolte firme. E la costruzione di una serie di “strumenti operativi”:

– una campagna di richiesta perentoria a tutti i Comuni italiani affinchè venga sviluppato un censimento capillare delle strutture edilizie esistenti e sfitte, vuote, non utilizzate e che rapidamente questi dati vengano messi a disposizione del Forum nazionale e dei cittadini del territorio;

-la stesura di una Proposta di Legge d’iniziativa popolare scritta collettivamente da tutti gli aderenti al nascente Forum nazionale, da sottoporre alla necessaria raccolta firme (ne occorreranno 50.000 ma l’obiettivo è di raccoglierne otto/dieci volte di più) e, quindi, da suggerire alle commissioni parlamentari per una discussione analitica.

La Proposta di Legge popolare ha già le sue “linee guida” ed entrerà ora nella fase di autentica redazione; si pone l’obiettivo di arrestare il consumo di suolo e prevede che nuove occupazioni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali saranno consentite esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti.

Sarà una proposta di legge popolare sin dal suo metodo realizzativo; si è infatti deciso di non affidarla a giuristi o legali fino a che tutti gli aderenti al Forum non avranno completato la loro individuale valutazione delle “linee guida”, limato, corretto, integrato: sarà quindi un testo scritto a mille mani! E, da subito, ci si è preoccupati anche di far sì che la proposta di legge sia breve, di facile comprensione anche per i “non addetti ai lavori”, priva di possibili ambiguità o interpretabilità. Non sarà facile, ma il percorso individuato, per quanto certamente faticoso, appare decisamente appassionante.

Con questa legge si vorrebbe rendere obbligatoria – per tutti i Comuni italiani – la moratoria/sospensione temporanea di tutte le nuove edificazioni previste dai Piani Regolatori/Piani di Gestione delTerritorio e relative varianti, finché non sarà stato completato un censimento del patrimonio edilizio esistente che evidenzi:

– l’ammontare delle superfici occupate dalle strutture (residenziali, industriali, artigianali, commerciali, direzionali, terziarie, pubbliche, agricole, ecc) già presenti all’interno dell’ambito comunale non utilizzate o in costruzione;

– il dato numerico “censito” degli edifici non utilizzati/non abitati nonché il patrimonio dismesso, riconvertibile e recuperabile;

– il computo delle superfici delle aree edificabili di qualsivoglia destinazione, già previste dai vigenti strumenti urbanistici, ma non ancora attuate;

– il computo del consumo di suolo, esteso ai 5 anni precedenti.

Al termine del censimento, ciascun Comune italiano dovrà mettere a disposizione della collettività i dati raccolti e istituire obbligatoriamente un tavolo di lavoro partecipato che veda presente ogni cittadino residente del Comune che ne desideri far parte, oltre agli amministratori comunali, ai tecnici comunali, a professionisti e tecnici del settore. Questa nuova forma di partecipazione collettiva rappresenterà una assemblea decisionale e verrà istituita con un preciso obiettivo: permettere la migliore utilizzazione-ottimizzazione del patrimonio edilizio esistente e a questo rivolgere il soddisfacimento delle esigenze abitative, commerciali e produttive della comunità di riferimento».

Tornerò, tornerò, tornerò sull’argomento.

>>> L’immagine di apertura di questo articolo è tratta dal blog degli Amici del Vallone di Comboé (Aosta), un angolo incantevole di montagna devastato da una strada poderale e ora dalla costruzione di impianti d’irrigazione artificiale.

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La notte delle biblioteche


“Rilancio”
sul blog l’appello pubblico dell’Associazione italiana biblioteche contro i tagli ai bilanci e al personale di moltissime biblioteche pubbliche, che sono un bene comune da tutelare «perché grazie ed esse è possibile costruire una coscienza civica fondata sulla centralità della cultura e dell’istruzione».

«Un paese senza biblioteche efficienti è un paese senza memoria e senza futuro», si legge nell’appello. «Per ogni biblioteca che chiude, si restringono gli spazi di democrazia e di libertà. Uno Stato che ha paura di discutere i problemi delle biblioteche e della cultura, riducendo la richiesta di dare vita a un dibattito pubblico sul loro ruolo e sulla loro crisi a un problema di ordine pubblico – come è avvenuto martedì 11 ottobre davanti alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, dove cittadini che volevano difendere le biblioteche e valorizzarne la funzione hanno trovato i cancelli sbarrati e sono stati accolti da poliziotti in tenuta antisommossa – è uno Stato che tradisce l’interesse pubblico, che nega a chi ha a cuore le sorti delle biblioteche persino la possibilità di parlarne».

Ho firmato e invito a firmare l’appello. Lo trovate QUI.

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La Palestina nell’Unesco come membro a pieno titolo

Grazie al voto del 31 ottobre, la Palestina è entrata come Stato membro a pieno titolo nell’Unesco, l’agenzia dell’Onu che si occupa della promozione dell’istruzione, delle scienze e della cultura.

107 i voti a favore, 52 gli ignavi che si sono astenuti (fra di essi, naturalmente, l’Italia, incapace di schierarsi apertamente con la scusa della mancanza – peraltro reale – di una posizione comune dell’Unione europea), 14 gli Stati contrari, fra i quali – ovviamente – Israele, secondo alcuni «la sola democrazia del Medioriente» e gli Stati uniti, secondo alcuni «la più grande democrazia del mondo».

Un voto «deplorevole e prematuro», stando alle parole, da me malamente tradotte, della portavoce del Dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland, «che mina il nostro obiettivo condiviso di una pace complessiva, giusta e durevole in Medioriente».

Meglio, per l’amministrazione americana, continuare a “dialogare” tra partner di diverso status: da una parte un Paese forte, coccolato, armato e protetto dagli Usa e dall’Unione europea, dall’altra una serie di «territori» senza dignità di Stato, privi di continuità territoriale, sottoposti da Israele a un embargo unilaterale quanto illegale e ai raid dell’aviazione militare, che ancora in questi giorni a Gaza hanno prodotto morti e feriti.

Di fronte alla “provocazione” dell’Unesco (parlo della volontà della maggioranza dei Paesi del mondo, liberamente espressa nella sede più appropriata) la reazione Usa non si è fatta attendere: gli Stati uniti non verseranno i propri contributi all’Unesco per il mese di novembre, una cifra pari a 60 milioni di dollari. Una legge degli anni ’90 impone infatti alla «grande democrazia» di cui sopra di smettere di finanziare qualunque agenzia Onu decida di ammettere al proprio interno la Palestina come Stato membro. La ritorsione Usa potrebbe avere serie conseguenze per l’agenzia culturale delle Nazioni unite, in quanto Washington è oggi il principale finanziatore dell’Unesco, alle cui entrate contribuisce per il 22% del totale (a riprova dell’urgenza di una riforma in senso democratico dell’Onu). Il regolamento dell’Unesco prevede la revoca del diritto di voto a ogni Stato che si rifiuti di versare i propri contributi per un periodo di due anni.

Grande gioia, invece, per un avvenimento a modo suo storico (nei fatti la situazione non cambierà, ma forse si sta incrinando il precetto per cui la questione israelo-palestinese dev’essere decisa soltanto a Tel Aviv e, secondariamente, a Washington) da parte di tutte le persone che amano la Palestina e che desiderano la pace in Medioriente. Una pace, per riprendere le parole di Victoria Nuland, «complessiva, giusta e durevole».

>>> Nell’immagine, di Giovanni Buschino e Guendi Jocollè, il muro illegale israeliano che circonda la città palestinese di Betlemme.

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Taenia: apre la mia agenzia di rating!

Taenia, dunque: la tenia. Mi sembrava il nome giusto. Vivere da parassiti alle spalle (o sullo stomaco) degli altri, cibarsi dei loro alimenti o – il che alla fine è lo stesso – arraffarne il denaro, semplicemente concionando sul loro stato di salute (e provocandone il danno). Nessuno aveva ancora messo in evidenza le analogie tra il cosiddetto verme solitario e le società di rating, mi spetta la gloria del primato. Ancora pochi giorni (ho tante cose da fare e non riesco a sbrigarmi subito, ma non dispero: tanto, una più, una meno) e la mia personalissima agenzia di rating aprirà i battenti. Agirà dal blog (potenza delle sinergie!) promuovendo e declassando Stati ex sovrani, aziende, semplici cittadini ignari. Chi me ne dà il diritto? Me lo prendo, esattamente come hanno fatto le agenzie che mi hanno preceduto. Mi divertirò un mondo ad assegnare le mie AA+, più o meno, per, diviso, e seguire le conseguenze dei miei capricci sulle borse mondiali. Soltanto, vedrò di utilizzare criteri un po’ diversi da quelli oggi in voga: a provocare il declassamento di uno Stato sarà la mancanza di un welfare come si deve, a far precipitare la credibilità di un’azienda saranno le misure volte ad aumentare la flessibilità precarietà nel mondo del lavoro e rendere più facili i licenziamenti. E via discorrendo.

Ogni variazione del rating sarà annunciata ai mezzi d’informazione e sul blog con comunicato stampa.

Battere il nemico sul proprio campo. Ma ve l’immaginate la faccia di quei tizi del Fondo monetario internazionale e della BCE?

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Il comma 22 dei licenziamenti – di Alessandro Robecchi

Ripubblico, con il permesso dell’autore, un articolo di Alessandro Robecchi, uscito sul manifesto del 30 ottobre 2011.

Voi siete qui – Il comma 22 dei licenziamenti

L’idea che per diminuire la disoccupazione si debba licenziare liberamente è incredibilmente molto gettonata in questo povero paese di squilibrati. È come se per curare la bronchite si prescrivessero al paziente due pacchetti di sigarette al dì, un sigaro dopo i pasti e una dose di curaro inalata per aerosol. In questo modo – spiega il ministro del lavoro Sacconi – faremmo posto a nuovi ammalati di bronchite da trattare, eventualmente, nello stesso modo. È un  paradosso in stile Comma 22: le aziende non assumono perché non possono licenziare. Ma se hanno bisogno di assumere, perché diamine scalpitano per licenziare? Mi rendo conto che è un ragionamento complesso, si vede bene che mentre lo spiega Sacconi rischia esplodere per lo sforzo. Ma in generale, si respira aria di festa: il fatto che due governi di destra (francese e tedesco) incoraggino il più impresentabile dei leader mondiali a licenziare a piacere i lavoratori, mette d’accordo tutti. Sacconi lo dice come può, coi suoi strumenti, che sono poca cosa. Più astuto,  il telegenico Matteo Renzi, preferisce citare con eleganza la flexsecurity nordeuropea, facendo finta di non sapere come vanno le cose da queste parti sudeuropee, cioè che prima diventi flex a bastonate, e la security, invece forse, vedremo, le faremo sapere… Tutti e due, tra l’altro, citano deliziati le teorie economiche di Pietro Ichino che Repubblica, forse in preda a delirio narcotico, definisce “economista scomodo”. Pensa quelli comodi! Che venga da un ente inutile (il ministero del lavoro di un paese dove lavoro non ce n’è) o dalla nuova gauche-iPhone ancora affascinata da Tony Blair (perversi, eh!), la solfa è quella solita: vent’anni di flessibilità non sono bastati, siete ancora troppo rigidi, dunque mollate i vostri diritti, gente, è per il vostro bene. La fine è nota: il povero Pd, l’unica vera forza europeista italiana, se lo prende in quel posto come da tradizione, costretto a gridare “viva l’Europa” anche quando l’Europa impone la libertà di licenziare senza regole i suoi elettori.

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E allora ha ragione Marchionne!

E allora ha ragione Marchionne, come si fa a non capirlo?

Gli ultimi utili di Fiat-Chrysler sono buoni, no? Di che ci lamentiamo? Il Mercato è in grado di autoregolarsi o no? Il Mercato premia i concorrenti migliori o no?

Crediamo nella teoria dell’evoluzione delle specie, in fondo; perché dovremmo disprezzare il darwinismo sociale? L’uomo di Neanderthal è morto, ma il Sapiens sapiens è molto più telegenico!

Gli operai di Pomigliano, quelli di Mirafiori, cambieranno, sapranno cambiare. Lasceranno «lacci e lacciuoli» (si legga: la tessera della Fiom e lo stipendio) e s’inventeranno qualcosa. Italia Paese di santi e di eroi, ma soprattutto di esperti nell’arte del tirare a campare. Quelli che ci riusciranno, miglioreranno la loro posizione, gli altri… Peggio per loro! Ma vi siete mai fermati a piangere sulla sorte di quelli di Neanderthal?

Fine della parte satirica. Che, se non siamo diventati tutti miliardari all’improvviso, non si capisce perché dovrebbe confortarci ragionare in questo modo. Eppure sembra che, da tutte le direzioni, giungano stimoli dello stesso tipo. Vendola si dice pronto a un «vincolo di maggioranza» con Bersani e Casini all’interno di un nuovo Ulivo. Pensa che le primarie lo premieranno, e che sottoscrivere un accordo elettorale conti più dei rapporti di forza. Dovrebbe ricordare la disastrosa esperienza del governo Prodi, ultraliberista e guerrafondaio, conclusasi con la (comprensibile) estromissione del suddetto da Palazzo Chigi e quella (più drammatica, ma non meno comprensibile) della sinistra “radicale” dal Parlamento italiano.

Il nuovo Ulivo è una boiata. Intanto ricorda quello vecchio, e poi non si capisce perché anime diverse dovrebbero andare d’accordo. Ma non vorrei essere frainteso: il punto non è come farle andare d’accordo. È che non devono. Il Pd è una forza liberista (anche se parte della base non se n’è accorta). L’Udc è una forza liberista e confessionale. Anche Sel si sta sforzando troppo di apparire “moderata” per non diventarlo davvero ma, se ancora è diversa, è bene sperare che non si uniformi.

Nonostante le belle parole di Vendola (ma non sarà lui a dettare la linea della coalizione, non scherziamo!), le forze di cui sopra non avranno nessun problema a mettere in atto le ricette della Banca centrale europea: tagli al welfare e agli stipendi, libertà di licenziare… Vendola accetterebbe un «vincolo di maggioranza» anche con Renzi?

Se questo è il panorama, sposiamo direttamente le tesi di Marchionne, quello che evidentemente considera la Marcegaglia troppo di sinistra per rimanere in Confindustria. Portiamo avanti fino in fondo la “rivoluzione” di Sacconi e Brunetta. Dimentichiamo che uno Stato «o è sociale o non è» (la formula non è mia, ma l’ho adottata perché dice tutto).

E non fingiamo che per uscire dalla crisi a sinistra sia sufficiente tassare un po’ di più i ricchi (la più che necessaria patrimoniale) e un po’ di meno i poveri, lottare contro l’evasione fiscale (sarebbe comunque un buon inizio), far pagare l’Ici alla Chiesa (nessuno, del resto, lo ha nemmeno proposto), tagliare i costi della politica (se ne è anche parlato, ma solo per un po’) e rinunciare alle missioni militari all’estero (sarebbe solo giusto, ma neanche di questo si parla). Per uscire dalla crisi senza ritrovarsi in una società più ingiusta, è necessario decidere come spendere il denaro eventualmente racimolato, che non può andare tutto o prioritariamente al contenimento del debito, così da raggiungere un improbabile pareggio di bilancio nel 2013, perché le priorità sono altre, ovvero i cittadini, che non meritano il castigo di un’esistenza senza prospettive.

Gli effetti sociali delle ricette europee sulle economie a rischio ce li mostra la Grecia, la possibilità di alternative, come quella di non sottostare al diktat del pagamento del debito, la indica l’Islanda. Noi che futuro abbiamo in mente? Saremo soddisfatti solo perché non sarà più Berlusconi a “guidare” il Paese?

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