La mossa del cavallo (e appello Emergency)

Oggi si vota l'Afghanistan. Con la guerra permanente in Medio Oriente è giocoforza che torni di moda l’Iliade, straordinaria narrazione della guerra di Troia, che si colloca, giusta giusta, all’inizio della nostra cultura occidentale – se siamo fatti così ci sarà un perché – e che ha ispirato i versi e i disegni che seguono.

E' un piccolo contributo, un dono al premier, affinché comprenda che gli conviene diffidare dei falsi amici, quelli che ti promettono il voto solo per farti cadere.

Ammetto che la caduta di Prodi potrebbe anche non essere quella tragedia per l'Italia, ma, considerati i possibili "supplenti", voglio provare a mettere in capo al buon Romano un po' di sale in zucca… Chissà che non vi riesca l'arte figurativa, condita con un poco di poesia.

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Il balletto delle ipocrisie

A monte della querelle tra Stati uniti e Italia sulla liberazione contrattata di Daniele Mastrogiacomo c’è un problema di fondo, che non è sintetizzabile con l’evidenziare due atteggiamenti diversi circa il valore della vita umana o il tabù della trattativa col nemico. Né pare possibile liquidare come ipocrite le critiche sollevate dal centrodestra o da Washington, che certo sono ipocrite, ma non per questo eludibili, perché colgono il nocciolo della questione. Alla base di tutto c’è la mancanza di una motivazione non dirò valida, ma quantomeno condivisa, della nostra presenza in Afghanistan.

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C’era un cartello giallo, con una scritta nera…

Sono perplesso, smarrito. Il gioco si è fatto strano: quali sono le regole? L’Italia, mi avevano detto, ripudia la guerra (art. 11 della nostra Costituzione). La guerra, però, infiamma l’Afghanistan, dov’è in corso l’operazione «Achille». I nostri militari collaborano. Un controsenso? No, mi rispondono. Perché noi siamo in Afghanistan in missione di pace e lottiamo contro i talebani, contro i terroristi. Noi siamo i buoni, del resto, perciò abbiamo sempre ragione. Così rimango scosso alla notizia dell’ennesima strage americana, di civili bombardati “per errore”, mentre la popolazione afgana comincia a esprimere il proprio malcontento per l’occupazione. C’è un bel libro di Paolo Barnard, si chiama Perché ci odiano? Cita una serie impressionante di dati e di occasioni in cui noi occidentali ci siamo guadagnati il rancore dei poveri del mondo e dei Paesi islamici in particolare. L’occupazione dell’Afghanistan, lo sfruttamento dell’Iraq, il nostro appoggio incondizionato a Israele (a prescindere dalla sua politica) non sono il modo migliore per ripensare il nostro rapporto con il sud del mondo. Così mi domando veramente: che cosa ci facciamo in Afghanistan? Aiutiamo gli Usa (pardon, le Nazioni unite) a dare la caccia a Bin Laden? Scusate tanto, ma non ci credo. Diamo una mano al popolo afgano? Non vedo lanci di petali al passaggio delle truppe; non credo che la pace si porti con le armi. Ma c’è chi ci crede: è il governo Prodi, che nella guerra al terrore ha investito diversi milioni di euro. Batteremo i maledetti talebani! Ce lo assicura Massimo D’Alema.

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“Incompatibili con la guerra e il neoliberismo” – Incontro con Franco Turigliatto

Torino, conferenza “Incompatibili con la guerra e il neoliberismo”, organizzata da Sinistra Critica. Sono curioso di guardare in faccia Franco Turigliatto, l’astensionista del voto al senato e perciò (a seconda dei gusti) l’eroe, il rinnegato, l’anima bella del parlamento italiano. Volevo sentire come avrebbe spiegato la sua scelta e quali sono, secondo lui, le prospettive future.

Molte polemiche hanno seguito il voto sulla politica estera del governo Prodi. Tanti, tantissimi, anche a sinistra, non hanno compreso la scelta dei due senatori che, con la loro astensione, hanno rischiato di riaprire a Berlusconi le porte di Palazzo Chigi.

Sui giornali ho letto le lettere indignate di tante e tanti cittadini, compresi i compagni e le compagne di Rossi e Turigliatto, che in generale condividono la scelta morale, ma condannano la mancanza di realismo da parte dei due “ribelli”.

La domanda che pongono è pertinente: a chi ha giovato la mini crisi di governo? E si rispondono: a quelle forze centriste che non aspettavano altro per mettere a tacere le istanze più progressiste interne alla maggioranza (e al suo programma di governo, aggiungerei). Ed ecco i 12 punti di Prodi.

Propongo una cronaca-riassunto della serata, che ha visto interventi, fra gli altri, di Franco Turigliatto, Gianni Alasia, Olol Jackson (comitato No Dal Molin), Giorgio Cremaschi e Marco Revelli, più un esponente del movimento No Tav, Emanuele (?), di cui mi sono perso il cognome e Marco Congiu, in rappresentanza degli operai dell’Iveco.


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Esco a fare due passi

 Praga, Il muro di John Lennon
 Esco a fare due passi era il titolo di un libro di Fabio Volo che a un certo punto mi è capitato sotto mano. Ho anche provato a leggerlo, ma non c’è stato verso di arrivare in fondo. Un paio di giorni fa anch’io sono uscito a fare due passi, parte meditando, parte scattando foto durante il cammino. A dir la verità, sono andato in cerca di scritte sui muri, chissà perché. Ai tempi del liceo, all’epoca in cui divoravo le biografie dei cantanti famosi, ero affascinato dai graffiti metropolitani.
 

 
“Metropolitani”, a dire il vero, fa un po’ ridere, visto che abito ad Aosta, una cittadina di quarantamila abitanti, che della metropoli non ha proprio nulla.
 
 
Ma questo, a ben pensarci, non c’entra.
 
 Ai segni tracciati sui muri da mani misteriose attribuivo un valore che andava oltre l’aspetto decorativo e che non riuscivo a spiegare. Avrei voluto raccogliere le frasi dentro un libro, come si annotano sul diario gli aforismi.
All’epoca scrivevo sempre. Scrivevo sui fogli, scrivevo al computer. Volevo fare lo scrittore. Non ho mai scritto sopra un muro, invece. L’atto (sospettavo) avrebbe richiesto una padronanza che non avevo, tanto del mezzo, quanto dello spirito. Però ero attratto dai tazebao sgargianti, pagine d’intonaco vergate da mani misteriose ed esposte agli occhi di tutti.

 
 Chi erano gli autori? Non ne avevo mai visto uno all’opera: agivano la notte, nell’ombra, come fantasmi. O forse le scritte nascevano da sole.
 
 Qualcuno faceva politica, in una competizione truccata con la televisione. Qualcuno chiedeva libertà per i compagni. Ricordo bene un «MARCO LIBERO», ma non saprei dire perché l’avessero arrestato.

A Torino, un muro di via Bogino strizzava l’occhio a Proudhon e sosteneva che «LA PROPRIETÀ È UN FURBO».
 

 Qualcuno lasciava messaggi esistenziali. Qualcosa come tredici anni fa, sopra un muro di Roma, in via Costantino, ho letto la frase «USCIAMO PIÙ SPESSO A GUARDARE LA LUNA», firmata da un anarchico. Oggi come oggi, uscire in strada e guardare la luna (inquinamento luminoso permettendo) è davvero uno degli atti più anarchici che si possa concepire.

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La scelta afghana

Mentre scrivo non so ancora se il governo riuscirà a spuntarla sul rifinanziamento della missione afghana, o se invece vedremo aprirsi una nuova crisi, con relativo pericolo di caduta dell'esecutivo di centro(sinistra?). Tutto sembra indicare, in realtà, che il governo ce la farà: l'Afghanistan è troppo importante per la politica estera (americana) per pensare di far cadere Prodi, a quello forse penseranno i Dico e forse no, perché tanto ormai la sinistra radicale è stata anestetizzata e non c'è fretta di cambiare. Vorrei puntualizzare alcune cose.

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Ma sarà solo qualunquismo?

Mentre leggo il giornale, immagino facilmente le maschere sorridenti di Gorge Bush e Tony Blair scambiarsi baci, abbracci e arti mutilati, nella manifestazione No War di Londra, sabato 24 febbraio 2007. 100.000 persone che scendono in strada per dire no al rinnovo del sistema missilistico Trident e chiedere il ritiro dei soldati di Sua Maestà dall’Iraq. «Blair must go!», grida la folla: Blair se ne deve andare. Anzi, “Bliar”, come dice qualcuno (liar = bugiardo).

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