Fare caso agli schermi

rottame_tv.jpg

Dobbiamo farci caso. Gli schermi – è ai teleschermi che mi riferisco – sono dappertutto.

Invadono i luoghi pubblici, quelli di tutti. Uccidono il silenzio, uccidono i rumori tradizionali.

Personalmente ho notato:

1) Televisore acceso al ristorante. Volume udibile. Programma scelto da altri. Volete rilassarvi, concentrarvi sulla compagnia e sul cibo, e vi ritrovate a fissare un programma imbecille in tivù. Alla fine pagate pure il conto.

2) Televisore nella sala d’aspetto del medico. Volume alto. Programma scelto da altri. Impossibile concentrarsi sul libro che ci si è portati dietro, speranzosi. Clima non ideale per scambiare quattro chiacchiere con gli altri pazienti in attesa.

3) Televisore nella camera d’ospedale. Presenza di più letti. Anche nella sofferenza o nel disagio della malattia, imposizione del programma o del volume da parte di altri malati. Impossibilità di riposare, concentrarsi in altra attività, leggere.

4) Aeroporto. Presenza schermi piccoli e grandi con notiziari e messaggi pubblicitari. Volume fortunatamente molto basso o ridotto a zero. Le stesse immagini si ripetono ossessive, senza fantasia.

5) Grandi stazioni. Qualcosa potrebbe essere cambiato rispetto al periodo in cui capitavo spesso a Milano Centrale, ma allora gli schermi – piccoli e grandi – vomitavano pubblicità con il volume alto. Fine della poesia dell’attesa o dei saluti in stazione.

Gli schermi nei luoghi pubblici possono sembrare un’innovazione positiva. Un simbolo di ricchezza. Un riguardo per la clientela (a questo siamo ridotti: clientela).

alzati_camminaSi tratta invece di un’aggressione alla libertà della persona di… passeggiare per strada, andare senza dover concentrare la propria attenzione su una trasmissione decisa da altri, su un prodotto da vendere, un ritornello commerciale.

La tivù in strada limita la possibilità di ragionare. La mente, ipnotizzata, non riesce più a vagare.

La tivù in strada limita la qualità del risposo e dello svago.

La tivù in strada pullula di programmi che non apprezzo, che non ho scelto e che mi fanno innervosire profondamente. Perché accettare l’imposizione del mezzo televisivo? Diciamo basta alla televisione obbligatoria.

Pubblicato in Orwell (fascismi, sessismi, controllo, censura) | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Fare caso agli schermi

Stare solo in giro per le strade

mucche.jpg

Quel signore che ha parlato della possibilità di fare formazione durante l’estate, per permettere ai nostri ragazzi di lavorare «tre o quattro ore al giorno per un periodo preciso […] anziché stare solo in giro per le strade», ha detto una cosa che – devo immaginare – pensa davvero.

Il parere di quel signore è, giustappunto, un parere.

Il fatto, però, è che quel signore è ministro. Di conseguenza, il suo parere trova risalto sui media e tutti cominciano a parlare del fatto che tre mesi di vacanza – su 12! – sono troppi.

Io non sono ministro, ma la penso esattamente all’opposto.

Scrivetelo sui giornali, fate circolare la voce. Non sono ministro, ma sono autore di due libri di poesie. Nella terra di Dante.

Non sono ministro. Ma sono cittadino, sono insegnante, sono stato studente e ragazzo, e sono convinto che il modello di economia e di lavoro propagandato dal ministro e dai suoi colleghi di governo sia totalmente fallimentare. Fallimentare e de-umanizzante.

Sono convinto che la vita, perché sia vita, va vissuta per la maggior parte fuori dall’ufficio.

Sono convinto che la vacanza debba essere anche il tempo del «cazzeggio». Il tempo del riposo. Il tempo della libertà. E considero già esagerata la maniera in cui la società e lo Stato organizzano e gestiscono il tempo dei cittadini, giovani e adulti.

L’estate è il sole sulla pelle. Non ho nulla contro le esperienze lavorative: da che mondo è mondo, chi ha voluto le ha fatte. Se il ministro ha in mente un più facile accesso al mondo del lavoro – anche in via temporanea, durante le vacanze – con attività più formative dei classici impieghi di barista, cameriere, sguattero, ben venga.

Ma ho molti dubbi in proposito, e non mi piace il linguaggio del ministro.

Stare solo in giro per le strade.

Un mese di vacanza va bene, un mese e mezzo. Ma non c’è obbligo di farne tre.

Nessun obbligo, ministro. Ma che lo Stato non obblighi alla formazione, e che la «buona scuola» non obblighi all’ennesima trasformazione dei docenti in ciò che non sono e non devono essere: erogatori sottopagati di servizi che nulla hanno a che vedere con la loro professione e professionalità.

E, a tal proposito, non è che anche la formazione estiva si trasformerà in lavoro pochissimo o per nulla retribuito, con la scusa dell’esperienza e del curriculum, in stile volontari dell’Expo?

Infine, io sono contento di essere stato ragazzo al tempo delle vacanze lunghe. Di avere perso tempo, anche, magari fatto troppe notti fuori, senza curarmi del mio futuro lavorativo. Sono contento di aver condiviso la vita di altri luoghi, immagazzinato colori e ricordi, camminato in montagna.

E oggi ai più giovani consiglio questo, finché non li obbigheranno a far altro: non perdete il vostro tempo, usate le vostre vacanze per condividere esperienze con i coetanei, uscite, state all’aria aperta (a chiudervi in una stanza ci pensano già tutto l’anno, e dopo ci penseranno anche di più).

Leggete più che potete.

Innamoratevi più che potete.

Camminate. Viaggiate. State in giro per le strade. Incontrate gente.

Tre mesi all’anno sono vostri. Non fatevi portare via anche questi da chi crede che l’essere umano sia fatto per otto ore di lavoro al giorno, cinque giorni alla settimana, undici mesi all’anno.

>>> Di seguito, la mia poesia «Catena di smontaggio».

Catena di smontaggio

Credevamo che fossero conquiste
per sempre; basi da cui partire
per ottenere altri diritti;
che il progresso e la civiltà
marciassero appaiati.

Un pezzo alla volta, le garanzie
sono state smontate
per trasformarci in corpi da fatica:
alle nostre giornate
è stato tolto il luccichio del sogno.

Ora, mentre t’affanni
per dimostrare d’essere padrone
della tua vita, fischia
– come si fa col cane – il tuo padrone
vero: comincia il turno
straordinario, che sottrae al riposo,
ad affetti e interessi,
al semplice cazzeggio tempo umano.

[Mario Badino, «Cianfrusaglia», Edizioni END]

Pubblicato in Orwell (fascismi, sessismi, controllo, censura) | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Stare solo in giro per le strade

Camminante – Passeggiata Villeneuve – Châtel Argent

Ancora un articolo del 2008 (in realtà un testo del 2006 rimaneggiato nel 2008), che avevo pubblicato nel blog come allegato e che chissà dov’è finito. L’intento – il lettore lo avrà capito – è quello di far ripartire la sezione Camminante, alla quale tengo molto.

Dopo la Puglia, è il turno della Valle d’Aosta, con la cronaca, spero poetica, della mia ascesa dal paese di Villeneuve ai resti di Châtel Argent. Oggi mi limito a pubblicare il resoconto, le foto le devo cercare.

PS: Senza che io lo sapessi, questo testo – reperito in internet – è stato usato da una compagnia teatrale per introdurre uno spettacolo tenutosi (o ambientato) a Villeneuve. Ne ho avuto notizia per caso, da un’amica che era allo spettacolo.

Passeggiata Villeneuve – Châtel Argent

Giunto a Villeneuve, parcheggio appena fuori del paese. La Dora ha tanti sassi e poca acqua; è limpida e fredda, accompagnata, lungo l’argine sinistro, da una fila di alberi spogli. Oggi è il secondo giorno di marzo e il termometro segna tre gradi sopra lo zero. Appena più in alto, però, il vento freddo sferza e gela il volto di chi sale. M’incammino lungo una stradina stretta, lastricata di pietra e scavata sul fianco della roccia.

Nel cimitero, che incontro dopo pochi metri, sorge l’antica chiesa di Santa Maria, risalente alla metà dell’XI secolo. Secondo il cartello, si tratta di una fra le più importanti testimonianze dell’architettura romanica in Valle d’Aosta, costruita su un sito frequentato sin dal neolitico e poi utilizzato dai romani. Si tratta di uno fra i più antichi centri di culto cristiani della regione, come testimonia la presenza, sotto la chiesa, di resti di un complesso di edifici del V secolo d.C.

Osservo da lontano, senza neppure verificare se il cancello è aperto o chiuso. Le tombe sembrano stringere la chiesetta d’assedio; alcune lapidi sono addossate ai muri. Giro su me stesso e continuo la marcia, salendo verso i resti di Châtel Argent, fortificazione posta a guardia della via di fondovalle. Mi reggo alle ringhiere di legno per procedere lungo il sentiero gelato. Una grossa nube ha coperto quel poco di sole che c’era. Dove manca la staccionata, devo pattinare.

Alcuni cartelli di legno mi fanno compagnia lungo l’ascesa. Li hanno realizzati i ragazzi della I A della scuola media di Villeneuve nell’anno scolastico 1994-95. Ricopio sul mio taccuino le iscrizioni ormai sbiadite: indicano i nomi delle piante e le loro qualità. Così il percorso si anima e si trasforma in un certame, nel quale alberi e arbusti litigano fra loro per decidere chi sia il più importante.

«Sono slanciato, elegante», dice il pioppo cipressino, «e ho le foglie cuoriformi».
«Ho buon legno per fare i mobili», risponde il pino silvestre.
«Sono pioniera», si vanta il larice: «dalla mia resina si ottiene la trementina».
«Ho bacche viola digestive e aromatiche», si bea il ginepro.

Avanzo, a passo lento. Sulla sinistra, a monte, gruppi di betulle; dietro di loro, la collina brulla, chiazzata di neve, e il cielo. Alla svolta del sentiero i primi brandelli di muro annunciano il castello. La torre pare uscire dritta dalla terra ed ergersi contro il cielo azzurro abitato da nuvole bianche che corrono nel vento. Dal paese giunge il suono del campanile, che batte le quattro e mezza. Quasi a tempo scaduto, interviene il crespino, ultimo concorrente, che informa:

«Sono spinoso. Ho bacche rosse ricche di vitamina C».

Un tempo, Châtel Argent (chiamato così perché vi si batteva moneta) era formato da un’ampia cinta muraria che racchiudeva la torre circolare, il corpo d’abitazione, una cisterna e una cappella. Ampi tratti di mura si sono conservati, la torre è rimasta pressoché intatta e anche i muri della cappella sono in buono stato. La cappella è la parte più antica, costruita probabilmente tra l’XI e il XII secolo, ma già in epoca romana il luogo ospitava una cisterna. Questa era caratterizzata da un intonaco di colore rosato molto suggestivo, tanto che de Tiller, nel suo «Historique de la Vallée d’Aoste», lo attribuì alla presenza prolungata di depositi di vino. La realtà è invece più prosaica, perché il colore era dovuto al coccio pesto – polvere di mattone – utilizzato come impermeabilizzante. L’aspetto attuale della fortezza risale al 1275, quando il territorio era sottoposto all’autorità del conte Pietro II di Savoia.

Varco la cerchia delle mura e non posso non pensare agli esseri umani che hanno camminato, lavorato, sognato, forse cantato e goduto in questo spazio un po’ distaccato dal mondo. Guardo la montagna e i boschi, oltre la rupe sulla quale mi trovo. Calpesto le erbe lunghe, ingiallite dall’inverno e pettinate dal vento. Ancora qualche passo e penetro nella cappella, piccola, senza più il tetto. L’unica navata dà ricetto a qualche alberello dal fusto minuto. Nell’abside, che guarda verso valle, si aprono due feritoie. Col viso appiccicato a una di esse, osservo dall’alto la chiesa di Santa Maria e il cimitero, la Dora che scorre (ora la poca acqua sembra verde), i campi e le case. Altre piccole balze, la chiesa di Saint-Pierre, il castello… Sulla mia zucca, invece del soffitto, il cielo incerto, sospeso tra l’azzurro e il bianco delle nubi. Lontano e silenzioso, vola un uccello nero.

Esco nuovamente sul prato ed ecco la torre, imponente, tra masse di nuvole forate dal sole. La oltrepasso e scendo dall’altra parte, fino alla statua che raffigura Nostra Signora degli alpini d’Italia, posta dalle penne nere di Villeneuve nel settembre del 1970. È spigolosa, a metà strada tra Boccioni e Picasso, ma bella contro il bianco del cielo. Alla Madonna, madre, è aggrappato disperatamente un soldato. Salgo più in alto; da dietro, vedo le braccia e le mani dell’alpino spuntare dietro le scapole della Madonna, stringere, cercando soccorso, le spalle di Maria.

Per scendere, prendo un’altra strada: qui la neve non è ghiacciata, ma riceve i miei passi cedendo appena. Posso azzardare una timida corsa. Sento il campanile battere le cinque e scendo giù, fin dentro il paese.

___________

PS: Ho scritto questo testo, se non sbaglio, nel marzo del 2006. Quest’anno sono tornato a Châtel Argent verso la fine di febbraio. Rispetto all’ultima volta, alcune cose sono cambiate, perché il comune di Villeneuve (o chi per lui) ha fatto alcuni lavori di manutenzione del sentiero e dell’area storica. Ci sono meno erbacce, gli arbusti all’interno della cappella sono stati rimossi, mi sembra che siano stati tolti alcuni cartelli con la descrizione degli alberi. Il posto, nel complesso, rimane stupendo e dà un’impressione strana, come di trovarsi appena fuori dal mondo: potresti immaginare qualche soldato di ronda sugli spalti, forse un fantasma degli antichi guerrieri di quel vecchio fumetto con Paperino vichingo, magari invece militari in attesa di un nemico che non arriva mai, come nella Fortezza del Deserto dei Tartari di Buzzati. [Aosta, 8 marzo 2008]

Pubblicato in Camminante | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Camminante – Passeggiata Villeneuve – Châtel Argent

Dove la strada fa naufragio

alzati_cammina

Con riferimento all’articolo sulla passeggiata Mesagne-Latiano, “ambientato” nella campagna pugliese, che ho recentemente ripubblicato nel blog, trascrivo di seguito una mia poesia sullo stesso argomento, contenuta nel libro «Barricate!».

Mi convinco sempre più che camminare, osservare e raccontare sono ottime forme di lotta e non omologazione alla società della plastica e dei salotti televisivi.

Campagna

Calpesto i passi dell’asfalto antico,
che irradia la città nelle campagne
sotto la scorta degli ulivi.

Anche gli ulivi sono antichi:
reggono foglie e bucce di cicala,
procedono tortuosi verso l’alto
per inseguire il cielo che li tenta.

E il cielo scende basso all’orizzonte,
dove si perde la terra,
dove la strada fa naufragio.

[Mario Badino, «Barricate!», Edizioni END]

Pubblicato in Camminante, La Biblioteca di Babele | Contrassegnato , , , , , , | Commenti disabilitati su Dove la strada fa naufragio

Il camminante – da Mesagne a Latiano

Ho già pubblicato questo articolo – pensate un po’ – nell’agosto del 2008. Lo ripubblico ora, sull’onda della lettura del bellissimo «Terracarne», di Franco Arminio. Anche a me piace vagare per i luoghi (non per forza i paesi, anche), e osservare, riflettere, lasciar vagare la mente.

Passeggiata Mesagne – Latiano

Mesagne e Latiano sono due comuni della provincia di Brindisi, uniti dalla superstrada Lecce-Taranto e da due provinciali. Quella vecchia, poco transitata dalle macchine, è un nastro d’asfalto che si snoda tra i campi e gli ulivi. Mi piace percorrerla a piedi, sotto il cielo enorme, che comunica, a chi come me è abituato alle montagne, l’idea dell’infinito. Se guardi bene all’orizzonte, girando lento su te stesso, hai l’impressione di vedere la volta celeste, di riuscire a seguirne la curvatura. Un passo dietro l’altro, come sempre, lungo il ciglio della pista, buttando l’occhio alla campagna. Tanto il calore del sole, quanto la forma del paesaggio comunicano un’impressione di eternità. Come se questi ulivi ci fossero sempre stati, colle radici ben piantate nella terra rossa e i rami verdi al cielo. Ho visto file di tronchi simili a colonne di cattedrale, strani ghirigori disegnati in terra sotto gli alberi, la carcassa delle cicale aggrappata alle cortecce, i muri bianchi di pietre, a secco. Ho visto i rovi con le more, la vite, mi sono sentito ospite della Magna Grecia. Sono tornato alla realtà, di tanto in tanto, alla presenza di qualche mucchio d’immondizia, ma poca cosa, giusto gli scarichi abusivi di qualche privato, che si libera così delle cose più impensate, ad esempio i vecchi sanitari. Ho seguito l’asfalto, fatto di passi, fino al paese, vi sono penetrato, come faceva lo straniero, un tempo, quand’eravamo nomadi.

«Eravamo tutti nomadi, una volta», mi dice il parroco di Latiano. Lo incontro mentre sto per tornare indietro, lasciandomi il paese alle spalle. Io sono a piedi, lui in macchina. Si propone di darmi un passaggio; gli spiego che sono lì per camminare. Le persone trovano sempre strano che uno voglia andare a piedi. Però la cosa lo intriga, Continua a leggere

Pubblicato in Camminante | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Il camminante – da Mesagne a Latiano

Nuova presentazione del blog

cropped-canne.jpg

Ma gracchia inutilmente la cornacchia

Il verso qui sopra, tratto dalla prima versione della mia poesia «Il selfie col cavallo», ha titolato per anni la pagina di presentazione di questo spazio. La natura del blog, in effetti, è stata fino a oggi prettamente politica, e la «cornacchia», l’uccello del malaugurio, che nel mio componimento era la sacerdotessa troiana Cassandra, in questa sede sono io, autore di scritti polemici, catastrofici, sempre contro: in breve, piuttosto oggettivi.

E il bersaglio dei miei articoli è stato principalmente uno: il liberismo trionfante, con il suo corollario di privatizzazioni, smantellamento dello stato sociale e delle regole democratiche, diritti negati, salari compressi, crisi. Parallelamente, ho cercato di fare una critica del consumismo, di stare non dalla parte dell’austerità, né degli sciuponi, di fare ricerca di percorsi alternativi a quelli indicati dalle industrie e dai media.

Di qui è nata la Marcia Granparadiso estate, ad esempio; una competizione non competitiva, autorganizzata dai partecipanti, per partecipare alla quale non si spende un centesimo, ma chi vince si compra la coppa da solo.

Di qui sono nate petizioni, proposte, battaglie che hanno coinvolto persone e giornali, come nel caso delle lettere collettive al Presidente della Repubblica in occasione del referendum propositivo valdostano contro la costruzione di un pirogassificatore.

Ho anche cercato di documentare, in maniera piuttosto saltuaria e non sistematica, la cementificazione del territorio, fatta di sempre nuovi edifici e di pannelli fotovoltaici nei campi.

Il blog è ancora questo.

Nel frattempo, però, mi sono concesso il lusso di rallentare, inoltre ho scritto due libri di poesie e mi sono convinto che la lotta passi anche di lì, attraverso la cultura nel senso più ampio del termine, e la poesia come forma personale.

Mostrare le cose in versi mette al riparo dal pregiudizio di chi etichetta un interlocutore a seconda dell’appartenenza politica, della reputazione di un blog, di categorie che per forza di cose sono troppo strette per comprendere interamente un essere umano.

Mostrare le cose in versi è un toccare corde nascoste, suscitare sentimenti, sbattere in faccia la verità e imporre un impegno di riflessione, che magari porterà a conclusioni opposte a quelle immaginate, ma almeno si sarà accettato di confrontarsi e riflettere.

Tutto questo per dire che, insieme alle cose consuete, queste pagine ospiteranno molta letteratura, testi miei e altrui, e consigli di lettura, iniziative artistiche, eccetera. Le «categorie» del blog saranno ridotte di numero e rimaneggiate, non cercherò più di inseguire le notizie come se fossi la redazione di un quotidiano.

Gli obiettivi sono quelli di sempre – pensare un mondo, se possibile, migliore – gli strumenti vanno affinati man mano.

Concludo con una nuova petizione online, per applicare realmente l’articolo 11 della nostra Costituzione, quello che «L’Italia ripudia la guerra», oppure deporre ogni ipocrisia e ribattezzare il Ministero della Difesa «Ministero della Guerra». Perché in fondo è con le parole che ci fregano. Invito tutte e tutti a firmare la petizione QUI (ci avevo già provato tempo fa; questa è nuova, la piattaforma è cambiata: firmate!).

Per chi volesse contattarmi, l’indirizzo e-mail è mariobadino[chiocciola]gmail.com

Pubblico di seguito la mia poesia «Il selfie col cavallo».

Il selfie col cavallo

«È vuoto!»
Il lido è vuoto, finalmente:
non c’è più traccia delle navi.
Oltre le porte, adesso spalancate,
vi riversate oziosi sulla spiaggia
e, sulla spiaggia, nei vostri costumi
colorati, vi fate i selfie
col cavallo, il pegno che gli achei
hanno pagato a Poseidone
per essere sicuri del buon viaggio.
Cassandra obietta trasognata
che non bisogna credere al nemico,
ma dopo cede e pubblica la foto
nella sua pagina ufficiale,
seimila like, CassandraProfezie:

«Io vedo, se la statua non bruciamo»,
commenta, battagliera, in uno stato,
«il fuoco che si abbatte sulle case,
i figli per la strada massacrati
dalle armi, intelligenti, dei soldati».

Ma gracchia inutilmente la cornacchia,
e già il cavallo viene trasportato
dentro le mura, al centro della piazza.
La festa intanto ferve per le strade
e il monito severo di Cassandra
si perde tra i «Mi piace» ed i commenti;
rimangono soltanto vino e danze,
finché, esausti, ritornate a casa
e finalmente tutto dorme e tace.

Allora nell’addome del cavallo
s’apre una porta e scendono i soldati.
Disciplinati, vanno ad ammazzare
uomini e bimbi e a rapinar le donne,
perché le condizioni sian create
per una pace duratura, vera.
Scoppiano in cielo i fuochi d’artificio
per dare il benvenuto al nuovo Stato
voluto dai signori della guerra:
brucia la gente con le case e Troia
è un rogo gigantesco, i cui bagliori
si mescolano ai raggi del mattino.

[Mario Badino, «Barricate!», Edizioni END, p. 49]

Pubblicato in Il blog | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Nuova presentazione del blog

Applicate l’art. 11 della Costituzione (o ripristinate il vecchio nome “Ministero della Guerra”) – Firma la mia petizione su Change.org)

colomba_pace.jpg

Pubblico di seguito il testo della mia petizione online «Applicate l’art. 11 della Costituzione (o ripristinate il vecchio nome “Ministero della Guerra”)», indirizzata al Presidente della Repubblica, al Parlamento italiano, al Governo italiano e al Ministero della Difesa, e pubblicata su Change.org [puoi firmare QUI].

Si tratta di una petizione nuova (perciò non l’avete ancora firmata), anche se in realtà è un secondo tentativo.

In tempi di guerra, credo che il non prendere posizione sia un “atto” di complicità. Per questo invito tutte e tutti a firmare, almeno per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema che non può essere ignorato.

Il testo della petizione:

Al Presidente della Repubblica, al Parlamento italiano, al Governo italiano e al Ministero della Difesa

Applicate l’art. 11 della Costituzione (o ripristinate il vecchio nome “Ministero della Guerra”)

Negli ultimi anni l’Italia è stata impegnata in scenari di guerra molto lontani dai propri confini. Tali missioni sono state giustificate talvolta con l’avallo dell’ONU, talaltra definendole «umanitarie» o «di pace».

Portare la pace con le armi, tuttavia, è un’idea un po’ strana della pace.

Degli ultimi conflitti hanno fatto le spese migliaia di civili innocenti, i cosiddetti «effetti collaterali» delle armi “intelligenti” di cui gli eserciti occidentali sono dotati. Armi che hanno colpito in Iraq, in Afghanistan e in Libia, per non citare che i principali fronti dell’intervento italiano.

Armi che continuano a colpire, in quella che è stata definita «guerra permanente», che oggi si rivolge alla Siria e al cosiddetto Stato islamico, e, se non prevarrà il buon senso, verso la Russia.

Armi che i contingenti occidentali hanno potuto utilizzare anche grazie all’appoggio italiano, sia per il ruolo logistico svolto dalla Penisola, sia per l’attività di individuazione degli obiettivi da colpire che ufficiali italiani hanno condotto insieme a ufficiali alleati, sia per l’aver permesso ad altri eserciti di spostare i propri soldati nelle zone di combattimento, sostituendoli nelle operazioni di pattugliamento. Non da ultimo, è da considerare il ruolo delle aziende italiane, eventualmente partecipate dallo Stato, nella produzione e vendita di armi.

Alle vittime nei Paesi teatro delle operazioni militari sono da sommare ovviamente i caduti italiani, che dimostrano, più di ogni parola, che l’Italia è in guerra.

Nel frattempo, le strade delle nostre città si sono riempite di blindati in esercitazione, che sfilano davanti a bambini e ragazzi, e nei cieli di alcune regioni è consuetudine sentire sfrecciare i caccia bombardieri.

L’Italia, infine, si sta attrezzando per le guerre future, acquistando numerosi F35 americani, apparecchi cui difficilmente può essere attribuita una finalità difensiva.

I firmatari di questa petizione chiedono alle Istituzioni italiane di applicare fino in fondo l’articolo 11 della Costituzione italiana, che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

In alternativa, si fa richiesta a dette Istituzioni di ripristinare la denominazione «Ministero della Guerra», facendo così chiarezza sulla reale natura reale delle «missioni» italiane nel mondo.

Puoi firmare QUI.

>>> L’immagine di questo articolo è un fotomontaggio di Paolo Rey, a partire da un disegno di Danilo Cavallo.

Pubblicato in Orwell (fascismi, sessismi, controllo, censura) | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Applicate l’art. 11 della Costituzione (o ripristinate il vecchio nome “Ministero della Guerra”) – Firma la mia petizione su Change.org)