Il villaggio abbandonato di Barmaz

Ripubblico un articolo del maggio 2007. Si tratta di una mia passeggiata al villaggio abbandonato di Barmaz, appoggiato sul fianco della montagna, al sole, tra i paesi di Chambave e Châtillon, in Valle d’Aosta. L’articolo fa parte della sezione Camminante, della quale parlo QUI.

Barmaz


Più che un sentiero
è una traccia, quella che sale al villaggio, un passaggio appena accennato, coperto talora, e nascosto dall’erba. Poi la via diventa più nitida e in terra compare una rozza pavimentazione di pietra. Sul lato a monte del sentiero, inizia una serie di muriccioli a secco, cui sembra spetti il compito (davvero sproporzionato per così piccole forze) di tener su la montagna.

Le case abbandonate esercitano un fascino impenetrabile che, a volte, si traduce in paura. Paura dei crolli, spavento delle vipere e timori meno razionali, di spiriti in attesa fra le pietre, ricordi conservati nelle mura e nei viottoli di luoghi un tempo vivi, ormai disabitati.

Le costruzioni si tengono addossate l’una all’altra, come a difendersi dal freddo, e procedono in salita, lungo il fianco della montagna. L’erba ha invaso tutto; un albero è cresciuto in mezzo alle case. Osservo una cimice dei campi aggrappata a una pianta d’assenzio, poi alzo lo sguardo ad abbracciare il piccolo paese. A sinistra, un edificio ancora in buone condizioni conserva intatto il tetto di lose e il fienile, un soppalco esterno, di legno, con la scala a pioli ancora appoggiata e, dentro, un po’ di fieno. Più a destra, proprio nel centro del mio campo visivo, i resti di una casa completamente diroccata. Tra i due edifici si apre il viottolo che, poco più in su, con una curva, conduce in centro al villaggio.

Mi giro verso valle e, per un attimo, ammiro il panorama che altri occhi, un tempo, dovevano osservare quotidianamente: la Dora, i prati del fondovalle, i boschi di castagni e, più oltre, la montagna, dietro la quale il cielo oggi è appesantito di grossi nuvoloni bianchi. M’ingegno per guardare con gli occhi di chi fu, trascurando così la statale e l’autostrada, concentrandomi invece sui boschi, sul filo di fumo che s’alza da un paese lontano.

Faccio un giro tra le case. Breve. Mi sento inquieto, è come se dai vani delle porte dovesse sgusciare fuori all’improvviso qualcuno, uomo o spirito. Del resto, i paesi abbandonati non lo sono mai del tutto: sotto il fienile c’è una bottiglia vuota, dimenticata; più in là trovo un ombrello.

Ma so che il mio stato d’animo è condizionato da qualcosa che è accaduto prima, mentre salivo lungo il sentiero che porta al villaggio. Dopo una svolta, all’improvviso, ho visto in terra un uomo. Girato su un fianco, sembrava addormentato. Era, però, completamente immobile, tanto che dapprincipio ho pensato a un cadavere. Ho tirato dritto, dicendomi che non era possibile. Tornando indietro, avrei verificato se il corpo si era mosso o meno. Non sapevo se dovevo chiamarlo, se dovevo toccarlo. Trovavo strano che dormisse coricato proprio sul ciglio del sentiero, anche se quel sentiero non è molto frequentato. E poi era davvero immobile. Così, durante la visita, il mio umore è stato sempre teso.

Dall’aspetto, l’uomo poteva essere un immigrato. Chissà, magari un clandestino che aveva scelto quelle case per ripararsi dalla notte. Ho immaginato la sua vita: la ricerca di un lavoro, il bisogno di un posto in cui andare… Ormai un alone fantastico aveva circondato il piccolo villaggio. Per un istante ho visto le pietre rianimarsi, trasformando quelle rovine in una sorta di città libera, il rifugio sicuro di molti irregolari.

Quando sono ridisceso, tossendo e facendo rumore per annunciare il mio passaggio, l’uomo non c’era più. Era scappato, spaventato dalla mia presenza? Rimasto infastidito perché avevo violato la sua solitudine? In ogni caso era vivo, e questo mi pareva un buon inizio.

Appendice poetica.

Delle poesie che seguono, entrambe mie, la prima precede il testo riportato qui sopra, ed è stata inserita nella raccolta «Cianfrusaglia» (Edizioni END, 2013); la seconda è invece il tentativo di raccontare nuovamente il villaggio di Barmaz attraverso i versi, ed contenuta in «Barricate!» (END, 2014).

Lo straniero

Ragioni non ne avete per fermarmi:
perché impedirmi il passo?
O negherete a chi cammina
di mettere la terra sotto i piedi?
Esito ancora un poco,
poi mi decido e varco la frontiera;
forse per ciò mi verrà meno l’aria?
o il vostro cibo non mi sazierà la bocca?
Non è vostra la scelta:
percorrerò queste strade ordinate,
fatte di passi, d’asfalto, di case,
mangerò i piatti della tradizione
e amerò le vostre donne, alla fine,
se loro lo vorranno.
«Di chi sono, domando, queste terre?»
E di rimando voi mi rispondete:
le terre sono vostre, e ve le lascio;
ma di chi è la strada?
Come puoi dire: «Non è tuo»
del metro su cui appoggio il passo,
del sasso dove poso il culo?
Sono padrone almeno del mio corpo,
di tutto ciò che abbracciano i miei occhi.

Mi tiro su dall’erba del giaciglio,
fresca la mente e tersa
come i campi gualciti del mattino.

Barmaz

Muri, non mura,
che tacciono e dicono il tempo
vuoto di passi, di voci,
la vita quotidiana
portata avanti tra le pietre,
pareti che contornano
strade fatte non per partire.

Il lavoro, il paese;
davanti, la montagna eterna.

Pubblicato in Camminante | Contrassegnato , , , , , , | Commenti disabilitati su Il villaggio abbandonato di Barmaz

Affondare i barconi

mare_2.jpg

Affondare i barconi – ci dicono – è la nuova frontiera («frontiera»: tutto un programma) del salvataggio in mare. Affondare i barconi vuoti, precisano; prima che partano. Utilizzando i droni, magari, i velivoli senza pilota, armati, sopra i cieli della Libia. E poi si stupiscono del fatto che la Liba storca il naso all’idea di vedere bombardato il proprio territorio nazionale, sia pure al nobile fine di colpire gli «scafisti», i nuovi mostri da dare in pasto all’opinione pubblica internazionale per placarne la fame.

Voi ve l’immaginate la Libia chiedere al nostro Paese il permesso di bombardare quegli obiettivi in Italia in cui si presume si annidino i foreign fighters dell’Isis? E sareste tranquilli per l’incolumità vostra e dei vostri figli nel sapere che la morte può piovere dall’alto, in qualsiasi momento, come da anni accade a Gaza, con gli «omicidi mirati» di uomini di Hamas da parte delle forze israeliane? O come succede nei luoghi teatro delle guerre «umanitarie», come in Iraq dove – lo ha confessato lo stesso presidente americano, spiegando le dinamiche dell’uccisione dell’italiano Giovanni Lo Porto – non è sempre possibile sapere quante e quali persone si trovino nel punto scelto come bersaglio?

Eppure, no: di fronte alla tragedia senza fine delle migliaia di esseri umani che affogano nel «nostro» mare siamo capaci di immaginare soltanto soluzioni d’assalto, senza chiederci nemmeno per un istante come mai quelle persone escano in mare a sfidare la sorte su bagnarole che hanno più probabilità di affondare che di arrivare a destinazione.

Perché il problema non è soltanto il fatto che colpire gli scafisti avrà per inevitabile conseguenza il consueto corredo di «vittime collaterali», gli innocenti uccisi «per errore», a migliaia, nelle tante «missioni di pace» degli ultimi decenni. Il problema della guerra agli scafisti, o del tanto raccomandato blocco navale, è che, in assenza di cambiamenti legislativi significativi, quelle stesse persone che oggi accettano di rischiare tutto pur di sottrarsi a situazioni insostenibili saranno costrette a restare dove si trovano, morendo non più affogate in mare, ma di fame, di sete, di guerra. Delle guerre che noi occidentali alimentiamo da anni. Dei fondamentalismi di cui abbiamo bisogno per giustificare il nostro intervento. Del saccheggio delle ricchezze del sud del mondo da parte di un nord già ricco.

E davvero non riesco a immaginarmi povero, perseguitato, affamato, o inerme sotto le bombe senza pensare che certo anch’io farei qualcosa, qualunque cosa, per portare in salvo me stesso, o la mia famiglia. E non posso accettare il fatto che non avrei il diritto di farlo solo perché per farlo dovrei oltrepassare la frontiera di un altro Stato.

Commentatori di Facebook, che oggi vi scagliate contro noi «buonisti», che in fondo buonisti non siamo per niente (non è «buonismo» cercare di rimanere umani, e soprattutto razionali), adesso prendete in mano il telefono e chiamatelo, il vostro parente, o amico, che è dovuto partire per la Gran Bretagna, gli Stati Uniti o il Canada in cerca di un impiego, e gridatelo forte anche a lui che è un farabutto, che è andato a rubare il lavoro di britannici, statunitensi e canadesi, che queste cose non si fanno: ognuno a casa propria, che diamine! Chiamatelo subito, e esprimetegli lo schifo che vi fa.

Già, però lui, il vostro parente, è partito legalmente: mica è «clandestino». Col che intendete dire che lui non ruba, non spaccia, non svaligia gli appartamenti. Non fa quelle cose che attribuite agli «irregolari». Quelle cose che gli irregolari talvolta fanno, innanzitutto – sia detto senza voler giustificare nessuno – per l’impossibilità di trovare un’occupazione legale. Dovreste quindi ammettere che il problema non sono gli irregolari, ma l’«irregolarità».

E allora che aspettate a chiedere l’abrogazione della Bossi-Fini, la più grande fabbrica d’irregolarità d’Italia, la legge che di fatto impedisce a chiunque sia sbarcato clandestinamente di legalizzare la propria presenza, costringendolo – se vorrà mangiare – ad accettare lavori in nero, senza diritti, ai margini delll’onestà, o direttamente a trasformarsi in manovalanza per la criminalità organizzata?

Che cosa aspettate a chiedere la legalizzazione dei flussi migratori, fenomeni impossibili da bloccare, date le dinamiche di disperazione che li governano e la quantità delle persone coinvolte? Solo attraverso la possibilità, data al migrante, di giungere sano e salvo in Europa, e di impiegare le proprie capacità in un lavoro regolare sarà possibile procedere alla sua integrazione, trasformando quella che oggi è considerata una «minaccia» nell’opportunità che ancora non si vuol vedere.

Ci sarebbe ancora da rimuovere le cause che spingono tanta gente a partire («Aiutiamoli a casa loro»: non lo ripetete sempre?), ma per farlo occorre accettare l’dea di farci da parte, d’interrompere lo sfruttamento, la crazione di mostri da combattere per avere una scusa per combattere, ecc. Forse questo è un po’ più difficile.

Pubblicato in Orwell (fascismi, sessismi, controllo, censura) | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su Affondare i barconi

Lettera aperta sulla stazione del “trenino di Cogne”

Al sindaco di Cogne, Franco ALLERA
e, per conoscenza, al Consiglio comunale di Cogne e all’Assessore alle Opere Pubbliche della Regione Autonoma Valle d’Aosta, Mauro BACCEGA

Gentile signor Sindaco,

scrivo questa lettera aperta come accompagnamento alle mie osservazioni sulla progettata collocazione della nuova caserma dei carabinieri di Cogne nei locali della stazione ferroviaria, che ho provveduto a inviarle con raccomandata.

Tali osservazioni, mi hanno detto, potranno forse contribuire a far cambiare idea all’amministrazione, e diventeranno necessarie nel caso qualcuno voglia sobbarcarsi le spese di un ricorso amministrativo contro la decisione in oggetto.

Io che frequento Cogne da quando ero bambino non voglio pensare che questa sia la via da perseguire per dialogare con l’amministrazione pubblica e spero che il punto di vista di chi vuole tutelare un bene comune unico per valore storico e culturale – la ferrovia del Drinc nella sua interezza e il suo ruolo specifico all’interno del più complesso sistema minerario valdostano – sarà preso nella dovuta considerazione.

Negli ultimi anni i cittadini di Cogne, quelli della Valle d’Aosta e anche – attraverso il censimento dei Luoghi del Cuore del FAI – delle altre regioni d’Italia hanno espresso il proprio affetto per un’opera ingegneristica che fa parte della storia della Valle. Posta l’effettiva utilità di una caserma dei carabinieri, per quale ragione si è voluta scegliere proprio questa collocazione?

Ci sono scelte dalle quali non si può fare ritorno.

Indipendentemente dall’uso che della stazione e della ferrovia si potrebbe fare in futuro, conviene oggi mantenerne l’integrità, in considerazione del loro significato per la memoria del luogo e dei suoi abitanti.

Esistono altri edifici, nel territorio comunale, nei quali si potrebbe realizzare la caserma, e, anche a voler utilizzare il patrimonio immobiliare costituito dal villaggio dei minatori, è possibile individuare strutture meno peculiari per forma e funzione, senza precludere per il futuro la possibilità di un recupero complessivo, a fini turistici, museali e culturali della ferrovia del Drinc e dell’intera filiera valdostana dell’acciaio.

Spero dunque che il Comune sappia ascoltare la voce di quei cittadini che non vogliono lo snaturamento della stazione di partenza della linea Cogne-Acque Fredde: è così che concepisco la buona politica, quella che forse è ancora possibile, almeno a livello locale. In fondo, non si tratta né di votare il completamento dei lavori del “trenino di Cogne”, né di rinunciare alla caserma, ma più semplicemente di scegliere un altro edificio per ospitare i carabinieri, preservando per le prossime generazioni un bene comune insostituibile.

Cordiali saluti,

Mario Badino

>>> La presente è da intendersi come lettera aperta; copia di essa è stata inviata ai media valdostani e il testo è disponibile online all’indirizzo http://mariobadino.noblogs.org/.

>>> Pubblico di seguito le mie osservazioni al Comune di Cogne

Al signor Sindaco di Cogne, Geom. Franco ALLERA
Comune di Cogne
SEDE
Via Bourgeois, 38 11012 COGNE

All’Assessore Opere Pubbliche
del Suolo ed Edilizia Residenziale Pubblica, Geom. Mauro BACCEGA
Regione Autonoma Valle d’Aosta
SEDE
Via Promis, 2/A 11100 AOSTA

OGGETTO: Osservazioni sull’utilizzo della stazione di Cogne come sede della caserma dei carabinieri.

In riferimento alla proposta d’atto d’intesa, Continua a leggere

Pubblicato in Piazzetta della cittadinanza attiva | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Lettera aperta sulla stazione del “trenino di Cogne”

Morti

mare_ulisse

È la legge Bossi-Fini, vera e propria fabbrica di «clandestinità», che dev’essere abrogata, caro signor Renzi, lei che «non può» rimanere «insensibile» di fronte alle continue stragi di migranti.

Silenzio

Son morti in 700,
noi non c’entriamo niente.

Ci si prepara e dopo cena s’esce,
la Samp pareggia in casa col Cesena,
forse si va a ballare.

Domani le parole necessarie
a stendere il silenzio sulle vite
saranno pronunciate.

Son morti in 700,
e non c’entriamo niente.

[Mario Badino, 19-20 aprile 2015]

Pubblicato in Orwell (fascismi, sessismi, controllo, censura), Piazzetta della cittadinanza attiva, Poesie | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Morti

La rimozione nascosta della memoria (di Angelo d’Orsi)

arbusti.jpg

Ripubblico, con il consenso dell’autore (e con colpevole ritardo), un articolo dello storico Angelo d’Orsi, ordinario di storia del pensiero politico all’Università degli Studi di Torino, uscito sul manifesto dell’8 aprile 2015. La memoria di ciò che furono il regime nazista e i campi di sterminio è oggi oggetto di stravolgimenti silenziosi e appropriazioni esclusive, volte a sfrattare parte delle vittime dal loro diritto a essere ricordate, strane equiparazioni tra nazismo e comunismo – com’è appena successo in Ucraina – patenti e certificazioni della sofferenza per cui si decide quali «movimenti di liberazione nel mondo» possono festeggiare il 25 aprile e quali no.

Il tutto con la connivenza delle istituzioni, felici forse di poter riscrivere a modo loro la storia degli anni più bui d’Europa.

La rimozione nascosta della memoria
(di Angelo d’Orsi)

Ad Ausch­witz, uno dei monu­menti più note­voli tra quelli dedi­cati alle varie comu­nità degli inter­nati è il cosid­detto «Memo­riale Ita­liano». Un paio di anni or sono le auto­rità polac­che deci­sero di chiu­derlo al pub­blico, nel silen­zio del governo ita­liano, e dell’Aned, in teo­ria pro­prie­ta­ria dell’opera. Pochi mesi fa la sovrin­ten­denza del campo, ormai museo, ha deciso di pro­ce­dere alla rimo­zione del Memo­riale. La sua colpa? Quella di ricor­dare che nei lager non furono sol­tanto depor­tati e ster­mi­nati gli ebrei, ma gli slavi, i sinti, i rom, i comu­ni­sti insieme a social­de­mo­cra­tici e cat­to­lici, gli omo­ses­suali, i disa­bili. Quel Memo­riale opera egre­gia, alla cui idea­zione, su pro­getto dello stu­dio BBPR (Banfi Bel­gio­joso Perus­sutti Rogers, il pre­sti­gioso col­let­tivo mila­nese di cui faceva parte Ludo­vico Bel­gio­joso, già inter­nato a Buche­n­wald) col­la­bo­ra­rono Primo Levi, Nelo Risi, Pupino Samonà, Luigi Nono…, ha dei «torti» aggiun­tivi, come l’accogliere fra le sue tante deco­ra­zioni e sim­bo­lo­gie anche una falce e mar­tello, e una imma­gine di Anto­nio Gram­sci, icona di tutte le vit­time del fasci­smo.

Ora, ai gover­nanti polac­chi, desi­de­rosi di rimuo­vere il pas­sato, distur­bano quei richiami, agli ebrei il fatto che il monu­mento metta in crisi «l’esclusiva» ebraica rela­tiva ad Auschwitz. Ed è grave che una città ita­liana, Firenze, si sia detta pronta ad acco­glierlo. Con­tro que­sta scel­le­rata ini­zia­tiva si sta ten­tando da tempo una mobi­li­ta­zione cul­tu­rale, che si spera possa avere un riscon­tro poli­tico forte e oggi su que­sto si svol­gerà nel Senato ita­liano una ini­zia­tiva di denun­cia pro­mossa da Ghe­rush 92-Committee for Human Right e dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Spo­stare quel monu­mento dalla sua sede natu­rale, equi­vale a tra­sfor­marlo in mero oggetto deco­ra­tivo, men­tre esso deve stare dove è nato, per il sito per il quale fu pen­sato, a ricor­dare, pro­prio là, die­tro i can­celli del campo di stermi­nio, cosa fu il nazi­smo e il suo lucido pro­getto di annien­ta­mento, che, appunto, non con­cer­neva solo gli ebrei, col­lo­cati in fondo alla gerar­chia umana, ma anche tutti gli altri popoli, giu­di­cati essere «razze infe­riori» come gli slavi, o i nemici del Reich, comu­ni­sti in testa, o ancora gli «scarti» di uma­nità, secondo le oscene teo­rie degli «scien­ziati» di Hitler.

Insomma, la rimo­zione del Memo­riale, è una rimo­zione della memo­ria e un’offesa alla storia. Ebbene, l’atteggiamento dell’Aned e delle Comu­nità israe­li­ti­che ita­liane, che o hanno taciuto, o hanno appro­vato la rimo­zione del Memo­riale (in attesa della sua sosti­tu­zione con un bel manu­fatto poli­ti­ca­mente adat­tato ai tempi nuovi), appare grave.

E in qual­che modo richiama le pole­mi­che di que­sti giorni rela­tive alla mani­fe­sta­zione romana del 25 aprile.

Pre­messo che la cosa «si svol­gerà di sabato», e dun­que, come ha pre­te­stuo­sa­mente pre­ci­sato il pre­si­dente della Comu­nità israe­li­tica romana, gli ebrei non avreb­bero comun­que par­te­ci­pato, la denun­cia che «non si vogliono gli ebrei», è un rove­scia­mento della verità: non si vogliono i pale­sti­nesi. Ed è grave l’assenza annun­ciata dell’ANED, per la prima volta, anche se la bagarre si è sca­te­nata sull’assenza della «Bri­gata Ebraica». La quale ha le sue ori­gini remote niente meno in Vla­di­mir Jabo­tin­sky, sio­ni­sta estre­mi­sta di destra con legami negli anni ’30 mai smen­titi con Mus­so­lini, che con­vinse le auto­rità bri­tan­ni­che, nella I guerra mon­diale, a dar vita a una Legione ebraica. Nel II con­flitto mon­diale, fu Chur­chill a lasciarsi con­vin­cere a orga­niz­zare un Jewish Bri­gade Group, inqua­drato nell’esercito bri­tan­nico: 5000 uomini che ope­ra­rono in par­ti­co­lare nell’Italia cen­trale, contri­buendo alla libe­ra­zione di Ravenna e di altri bor­ghi. Ebbe i suoi morti, e le sue glorie. Bene dun­que cele­brarla. Ma non fu né avrebbe potuto avere un ruolo emi­nente, come sem­bre­rebbe a leg­gere certe dichia­ra­zioni. Ma il fuoco media­tico supera il fuoco delle armi. E che dire di ciò che avvenne dopo? Come sto­rico ho il dovere di ricor­darlo. Quei sol­dati diven­nero il nucleo ini­ziale delle mili­zie dell’Irgun e del Haga­nah — quelle che cac­cia­rono i pale­sti­nesi nella Nakba — e poi dell’esercito del neo­nato Stato di Israele, al quale offri­rono anche la ban­diera.

Si capi­sce l’imbarazzo dell’Anpi di Roma, tra l’incudine e il mar­tello. Ma quando leggo che il suo pre­si­dente afferma che «i pale­sti­nesi non c’entrano con lo spi­rito della manifestazione», mi vien voglia di chie­der­gli se gli amici di Neta­nyahu c’entrino di più. Altri hanno dichia­rato in que­sti giorni che biso­gna lasciar par­lare solo chi ha fatto la guerra di libe­ra­zione; ma se è così intanto andreb­bero cac­ciati dai pal­chi tanti trom­boni in cerca di applausi; e soprat­tutto se si adotta que­sta logica è evi­dente che tra poco non ci sarà più modo di festeg­giare il 25 aprile, per­ché, ahimè, i par­ti­giani saranno tutti scom­parsi.

E allora — visto l’articolo 2 dello Sta­tuto dell’Anpi che riven­dica un pro­fondo legame con i movi­menti di libe­ra­zione nel mondo — come non dare spa­zio a chi oggi lotta per libe­rarsi da un regime oppres­sivo, discri­mi­na­to­rio come quello israe­liano, rap­pre­sen­tato ora dal governo di destra di Neta­nyahu? Chi più dei pale­sti­nesi ha diritto oggi a recla­mare la «libe­ra­zione»? E invece temo si vada verso que­sto (addi­rit­tura in que­ste ore in forse a Roma) e i pros­simi 25 Aprile inges­sati e reistituzionalizzati.

Pubblicato in Orwell (fascismi, sessismi, controllo, censura) | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su La rimozione nascosta della memoria (di Angelo d’Orsi)

La riserva naturale di Vendicari

vendicari0

Camminante ma poco, ultimamente.

Ansioso di andar per campagne, timoroso dei cani, desideroso di placare, camminando, l’inquietudine.

Troppo breve il tratto percorso nella riserva naturale di Vendicari (Siracusa) per poterne parlare come si deve. Troppo breve a fronte dei molti chilometri possibili, “accorciati” dall’ora, dall’acqua sul sentiero, dai capricci di mio figlio, quest’oggi in modalità piagnucolio continuo.

vendicari1

E tuttavia qualche parola voglio dirla, sul mio passeggio tra le canne, su passerelle basse di legno, tra l’acqua dolce degli aironi e quella blu del mare. La spiaggia è ricoperta – meglio, costituita – da alghe e spugne tonde; il percorso spesso si perde in lunghe pozzanghere.

spugne vendicari2

È un’immagine lussureggiante della Sicilia: tutt’altro che arida, l’isola ci accoglie verde di primavera e colorata di fiori.

vendicari3

La strada che si spinge in mezzo all’acqua, alla volta dell’antica tonnara posta in riva al mare, assomiglia a un istmo sottile, ma è straordinariamente presente, concreta. Gli uccelli, lontani, se ne stanno a mollo, oppure si levano in volo e si accomodano sul tetto di una casupola, forse per guardarci attraversare le acque.

vendicari4

Giungiamo alla tonnara.

tonnara vendicari6

Secondo il cartello la struttura, oggi abbandonata, è stata attiva almeno dal XVII secolo. Ciò che rimane è un edificio affascinante, caratterizzato da file di colonne che fanno pensare a un tempio antico. La particolarità del luogo, la posizione in riva al mare, la sua sobria eleganza non possono non farmi pensare a quanto sia bello: mi dico che sarebbe il posto ideale per una rappresentazione teatrale, o per un reading poetico.

vendicari7

Eppure, non riesco a non pensare allo scopo per cui quell’edificio, dalle forme quasi rasserenanti, è stato costruito. È da un paio di mesi che mi definisco «blandamente vegetariano», una categoria intermedia tra il carnivoro che sono sempre stato e il vegetariano vero. Diciamo che mi dispiace sempre di più per gli animali uccisi, e – pur non avendo smesso del tutto di mangiare carne – cerco di farlo il meno possibile.

vendicari5

Sarà per questo, dunque; sarà per il contrasto tra l’idea della morte e la solarità classica della pietra; sarà la presenza, inquietante, della ciminiera; in ogni caso non riesco a non provare un senso di pena, soprattutto leggendo le parole del cartello esplicativo, che ricorda l’esistenza di una costruzione sottomarina, l’«Isola», suddivisa in stanze, l’ultima delle quali si chiama «camera della morte» perché al suo interno, a un cenno del Rais, il capo della tonnara, «è mattanza».

Usciamo dalla tonnara e ripercorriamo la strada a ritroso, evitiamo il grosso delle pozzanghere con piccole deviazioni. Raggiungiamo la macchina.

Pubblicato in Camminante | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su La riserva naturale di Vendicari

Se tutto è merce

acqua_header

Privato è bello, il privato funziona meglio, i servizi gestiti dai privati sono più convenienti perché il privato non spreca, e bla bla bla…

L’esperienza quotidiana di tante realtà locali dimostra il contrario e l’indirizzo verso la ripubblicizzazione dei beni comuni, espresso dal popolo italiano attraverso il referendum del 2011, è quantomai disatteso. E il peggio deve ancora venire.

Recentemente, Corrado Oddi, del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, ha lanciato l’allarme contro il «nuovo e forte ciclo di privatizzazione e finanziarizzazione dei servizi pubblici locali, con cui si intende dare il colpo mortale all’esito referendario del giugno 2011 per la loro ripubblicizzazione» («il manifesto» dell’8 aprile).

QUI il testo completo dell’articolo di Oddi, che pone l’accento sulla «mirabile sintonia tra le scelte del governo Renzi e gli orientamenti della grande maggioranza delle amministrazioni locali incentrate sul Pd».

L’idea, per niente nuova, è quella che i beni pubblici vadano privatizzati, e che i servizi essenziali debbano essere affidati a chi li gestirà secondo la logica del profitto. Tutto è merce, in altre parole, nonostante la volontà popolare contraria espressa con chiarezza dai cittadini italiani meno di quattro anni fa.

Un processo al termine del quale «le grandi multiutilities quotate in Borsa gestiranno l’insieme dei servizi pubblici locali in tutto il Paese».«Iren in Piemonte, Liguria e l’Emilia orientale, A2a in Lombardia, Hera nella restante parte dell’Emilia e nel Triveneto, Acea in Lazio, Umbria, Toscana e parte della Campania saranno i grandi players che si spartiranno un grande mercato totalmente privatizzato, contando sulla rendita di tariffe che aumentano sempre più e che garantiscono ampi e certi margini di profitto».

Il Meridione, invece, sarebbe destinato a dividersi «tra l’influenza dell’Acquedotto pugliese, magari da privatizzare nel 2018, e la riaffermazione del ruolo della criminalità organizzata e il suo intreccio con la politica».

Si contraddice «in radice» l’idea di preservare i beni comuni «per le generazioni future», consegnadoli invece «al primato della finanza e della Borsa», dove la «vocazione di fondo è quella di distribuire dividendi ai soci, sempre più privati».

«Poco importa se questo si traduce in un calo fortissimo degli investimentidal 16,1% sui ricavi nel 2002 al 5,6% sui ricavi stessi nel 2013, due terzi in meno – e, soprattutto, in un incremento dell’indebitamento a un livello di guardia, salito dall’1,3% sul margine operativo lordo nel 2002 al 3,1% nel 2013».

Di fronte a questo scenario, il movimento per l’acqua si sta mobilitando: «occorre […] pensare, nell’autonomia di ciascuno, di connettere le lotte e le iniziative contro lo smantellamento dei diritti del lavoro, la totale privatizzazione del ruolo pubblico, lo stravolgimento del welfare, a partire dalla scuola».

L’invito è chiaro, il tempo non è molto.

Personalmente, credo che il modello economico di questo governo – lo stesso che i governi degli ultimi trent’anni hanno cercato di attuare, con maggiore o minor successo, si chiamassero i loro capi Amato, Ciampi, Berlusconi, Prodi o Monti – sia quanto di più iniquo e de-umanizzante.

Contro la mercificazione dell’esistenza occorre costruire il fronte più ampio possibile, fuori e dentro la politica tradizionale, sperimentando attività extra mercato nella propria vita quotidiana, senza per questo rinunciare a lottare per difendere le conquiste dello Stato sociale.

Nel mio piccolo, cercherò di ospitare in queste pagine denunce, buoni esempi e lotte che vanno in questa direzione.

>>> QUI l’articolo completo di Corrado Oddi.
>>> Il sito del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua.

Pubblicato in Orwell (fascismi, sessismi, controllo, censura), Piazzetta della cittadinanza attiva | Contrassegnato , , , , | 2 commenti