Contro una scuola al servizio del mondo del lavoro e dell’impresa

 
 Questo che segue è un appello (mio) per una scuola che abbia come scopo formare alunni preparati, ma soprattutto esseri umani e cittadini colti, responsabili, liberi e felici, anziché soddisfare supinamente le «richieste del mondo del lavoro».
 

 Appello contro una scuola al servizio del mondo del lavoro e dell’impresa
 
 «Dal prossimo anno scolastico avremo delle scuole che possono essere comparate a quelle degli altri paesi europei – ha detto il tizio che ci governa – perché, secondo quanto ci dichiarano tutte le imprese e le associazioni, la scuola attuale non sforna ragazzi con cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro».
 
 Perché secondo lui è questo che deve fare la scuola: fornire «cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro». Che non significa neppure preparare al mondo del lavoro, ma semplicemente accettarne le richieste e comportarsi di conseguenza.
 
 Nella mia pratica scolastica quotidiana, come insegnante di lettere in una scuola media, preferisco concentrarmi su altre cose. Comunicare il piacere della lettura e, più in generale, di una buona storia, che accompagnerà i miei alunni durante tutta la vita. Portarli a ragionare sulle cose, preferibilmente con la loro testa. Acquisire almeno un’idea dei principali avvenimenti storici che ci hanno portato fin qui. Insistere sui diritti, i doveri, il concetto di regola, di legge. Mostrare per quanto possibile la varietà del mondo e la bellezza delle specificità delle varie culture.
 
 Mi rendo conto che queste attività sono poco rispondenti al concetto di scuola come erogatrice di «cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro» e quando la mia istituzione scolastica sarà gestita da un consiglio di amministrazione in piena regola, forse finalmente sarò licenziato.
 
 Capisco anche benissimo che queste attività non sono d’aiuto (neppure in prospettiva) ad accrescere il prodotto interno lordo del Paese e forse sono persino antitetiche rispetto ai “valori” del sistema politico-mediatico dominante. Peccato che costituiscano l’unico tipo di scuola che sono disposto a immaginare.
 
 Mario Badino
 insegnante Continua a leggere

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La regione in cui vivo e l’Isola dei Famosi

 Dal 1° al 3 febbraio si svolgerà in Valle d’Aosta il raduno del cast dell’Isola dei Famosi, noto programma culturale
della TV di Stato. Perché culturale dev’essere un programma che l’amministrazione regionale ha
deciso di finanziare con 45mila euro di soldi pubblici.
 Certo, dividendo i 45mila per il numero degli abitanti della Valle, si
tratta di pochi centesimi a testa, ma perché dividere la cifra? In fin dei
conti sono 45mila euro che potrebbero essere destinati ad altro.
  Continua a leggere

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Non si vince niente (concorso)

 
 Questo è un concorso, ma non si vince niente. Non è come lo Stato che, dall’alto della sua moralità, t’invita a sistemarti per sempre giocando d’azzardo.
 In compenso non paghi nulla; non devi neppure mandare un sms, ma una semplice, gratuita, e-mail all’indirizzo info.blog(at)libero.it.
 Il tema è semplice: ci stanno mercificando, commercializzando. Stanno trasformando i nostri corpi, le nostre teste, noistessi, insomma, in prodotti e in consumatori di prodotti.
 Sviluppate il tema. Potete dire quello che vi pare, scegliere il mezzo espressivo che volete (purché tecnicamente pubblicabile online), mostrare la mercificazione, la commercializzazione in atto, oppure proporre alcuni antidoti. Non è prevista una lunghezza massima, ma non esagerate.
 Pubblicherò tutto tranne: contenuti sessisti, razzisti o altrimenti discriminatori, nonché opere non originali (intendo copiate; se sono vostre non devono per forza essere inedite).
 Tutto sarà pubblicato citando i dati dell’autore/autrice (allegateli!) e il link a un eventuale sito (c.s.), nella sezione del blog denominata Biblioteca di Babele.
 Tutto sarà pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5
 Non credo che stilerò classifiche.
 A tutt@ buon lavoro! Continua a leggere

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Un Paese allo sbando

 Senza cadere nella retorica, mi piacerebbe dare all’articolo un po’ di pathos, ma non ne ho il tempo.
 Suppongo
che un genitore non possa trastullarsi troppo con internet. Il poco
sonno, poi, mi impedisce di ragionare appieno, di documentarmi
sufficientemente, e non riesco più a star dietro alle malefatte del
«miglior governo degli ultimi 150 anni»: non so mai se una legge è
stata già votata o ancora no, se è passata in una sola Camera o se è
stata definitivamente approvata, se le sparate del Pdl e della Lega
hanno avuto un seguito concreto o meno.
 Suppongo che un genitore abbia qualche scusante, perciò probabilmente nel prossimo futuro mi farò sentire ancora meno.
 Eppure è proprio perché ho una figlia piccola che non posso restare in silenzio a veder passare, una dopo l’altra, quelle "riforme"
che ci riportano indietro nel tempo, abbattendo tutti i traguardi di
civiltà e diritto cui il Paese era – faticosamente – giunto.
 
 Sotto attacco è il lavoro. Io ho ancora diritto al posto fisso (e non più, forse, quello alla pensione), ma Emma?
 Sotto attacco è la scuola. Io ritengo di aver condotto studi di qualità elevata. Ma mia figlia che troverà?
 Sotto attacco è la libertà di pensiero, nel nome dell’omologazione.
Tutti siamo ridotti al ruolo di consumatori passivi di prodotti
preconfezionati, perché troppa varietà danneggia il libero mercato.
 
 Ha scritto Mariuccia Ciotta, sul manifesto
del 22 gennaio: «L’idea di società del governo è […] quella di
scollegare l’istruzione dal progresso, smantellare i principi base di
ogni civiltà e rendere più fragili i piccoli umani, destinati a non
sapere. Così ecco pronto l’emendamento per rubare un anno di scuola ai
ragazzi, quindicenni fannulloni da mandare a lavorare, apprendisti
stregoni a servizio dei "migliori" (fuori i figli degli immigrati). La
misura che viola la legge sull’obbligo scolastico fino a 16 anni e
sull’età minima per entrare nel mondo dei (dis)occupati è il segno
della regressione del paese, che colleziona decreti su misura per il
capo azienda. Non solo Berlusconi impone di stravolgere le regole a suo
benificio, la legge non è uguale per tutti, ma istiga i suoi ministri a
nuove invenzioni per privare i cittadini dei diritti che sembravano
intoccabili». Continua a leggere

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Avviene a Pecorara: cancellato il XXV aprile

 

 Può il
sindaco di un paese – Pecorara, provincia di Piacenza, nome glorioso
della Resistenza al nazifascismo – cambiare nome per decreto a «Piazza
XXV aprile» per sostituirlo con un’intitolazione al cardinal Jacopo,
vissuto nel XIII secolo?
 Non può, perché la legge non permette che i nomi delle vie e delle
piazze, considerate un bene culturale pubblico, siano cambiati
semplicemente al mutare del colore politico delle giunte.
 Eppure lo fa perché, dopotutto, siamo in Italia, il Paese che rende
onore a Craxi per bocca del Capo dello Stato, che redime il passato a
colpi di condono, che ha riabilitato i "ragazzi di Salò" attraverso la
teoria degli "opposti estremismi", per la quale dobbiamo ringraziare
quel Luciano Violante, allora presidente della Camera, che forse una
volta militava a sinistra. Il Paese in cui non si può cantare Bella Ciao.
 Contro la decisione della giunta comunale di Pecorara, che
naturalmente nega qualsiasi motivazione politica della propria decisione
(in fin dei conti bisognava pur rendere omaggio al cardinale Jacopo;
che gli fosse già stata dedicata l’altra piazza del centro
storico, quella col municipio e la chiesa, è senz’altro un dettaglio ininfluente
), c’è un appello dell’Anpi,
per sottoscrivere il quale è sufficiente inviare un’e-mail
all’indirizzo ufficiostampa [at] anpi.it (sostituire [at] con la
chiocciolina
).
 La sezione piacentina dell’Anpi, ha poi indetto per questo venerdì, 22 gennaio, alle ore 18, presso la propria sede provinciale (via X Giugno,
20
), un’«assemblea aperta a tutti gli antifascisti per discutere
dell’episodio di Pecorara».
 È anche attivo un gruppo su Facebook, «Per la difesa di piazza XXV aprile a Pecorara (PC)», al quale è possibile iscriversi.
 Consiglio anche d’inviare un’e-mail al comune di
Pecorara
(info[at]comune.pecorara.pc.it) e, per conoscenza, ai mezzi
d’informazione
.
 L’invito è a diffondere la notizia, finora perlopiù
ignorata dai media, per non permettere, attraverso la cancellazione, l’ennesima manipolazione della storia d’Italia. Il 25 aprile è data
fondante della nostra Repubblica, ma è soprattutto il simbolo della
vittoria della parte ancora umana del Paese contro l’orrore
nazifascista. Cancellare il XXV aprile significa, né più né meno, stare
coi nazifascisti.
 Seguiranno una lettera aperta al sindaco di Pecorara, Franco
Albertini, eletto con il Pdl, e un’altra al Presidente del Consiglio
dei Ministri, che del Pdl, il popolo della libertà (sic!) è il leader.

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Divertissement

 Aosta, via Festaz
 Dall’auto in movimento lungo i viali, osservo gli scorci che la neve recente camuffa di bianco.
 L’aria è umida.
 Occorre fare piano, seguire il piccolo ingorgo di macchine e pensieri.
 

 Sosta al semaforo rosso.
 
 I ricordi della neve vanno per forza all’infanzia, ma la vicinanza del mio liceo riporta la mente alle superiori, all’adolescenza.
 
 Me ne sto nel mio guscio tenendo il volante con una mano, con l’altra il volto.
 
 Fuori da questa "bolla temporale", intanto:
 Il sindaco Pdl di Pecorara (Piacenza) ha deciso di cambiar nome  a piazza 25 aprile.

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La piaga dolente di Rosarno

 Di fronte al dramma di Haiti è logico provare dolore e un senso di umana impotenza.
 I 5 mila marines inviati da Obama fanno pensare a come sarebbe il mondo se – almeno per ciò che è di competenza
umana – cercassimo di aiutarci gli uni gli altri, invece di ucciderci a vicenda.
 I 5 mila marines inviati da Obama non giustificano in alcun modo, né ci portano a perdonare, le migliaia di loro commilitoni impegnate, in Iraq e in Afghanistan, a bombardare la popolazione civile.

 Il dramma di Haiti, in ogni caso, ha la forza di muovere a pietà le coscienze occidentali, leghisticamente rinserrate su se stesse. Succede spesso, di fronte a immani catastrofi naturali. Era stato così anche per Bush con lo Tsunami (ma sarebbe interessante conoscere l’entità dei fondi stanziati dopo i proclami del momento).
 Sarebbe facile domandarsi perché un terremoto fa tanta pena e una guerra no.
 Sarebbe opportuno chiedersi perché i «negri» di Rosarno, ormai scalzati dai fatti d’oltre oceano (come previsto dalle "regole" della televisione) non facciano altettanta pena di quelli di Haiti.
 Ha scritto Norma Rangeri, sul manifesto del 16 gennaio (e non si potrebbe dirlo meglio): «L’inferno di Haiti espelle dalle prime pagine la piaga dolente di Rosarno. Commuoversi per i neri dell’isola lontana, per tutti quei bambini senza più famiglia, non costa nulla. Daremo il nostro obolo, il premier in seconda, Guido Bertolaso, sbarcherà tra gli haitiani superstiti per portare aiuto e assistenza. Più complicato rendere concreta la solidarietà e l’impegno per i neri di casa nostra, per quel bambino lasciato in Africa dalla madre che raccoglie i nostri mandarini, o per i piccoli che nascono in Italia, prematuri e poveri. Rosarno è capitolo chiuso, fino al prossimo scontro tra neri e bianchi del belpaese».

 
 Capitolo chiuso, ferita aperta.

 
 PS. Per oggi (16 gennaio) su Facebook era stata indetta una «Manifestazione antirazzista di massa». 154.479 gli invitati confermati; 67.994 gli indecisi. La pagina dell’iniziativa ha ricevuto, purtroppo, la visita di razzisti, fascisti e cretini, che hanno cercato di disturbare pubblicando foto non in tema (erotiche o raffiguranti nudi maschili e femminili), ma soprattutto immagini razziste, inneggianti alla necessità di «difendersi» da presunte invasioni, paventando un progetto di sottomissione dell’occidente da parte delle popolazioni che vivono ai suoi margini, in puro stile invasioni barbariche…

 Mica gli basta, ai fascisti, il controllo pressoché totale dei grandi media. Continua a leggere

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