Boicottare Israele: una speranza di pace

I prodotti israeliani hanno il codice a barre che comincia con 729
 
I recenti
fatti della Free Gaza Flotilla, attaccata illegalmente in acque internazionali dalla marina israeliana (9 i morti accertati fra i pacifisti), ha fatto tornare in primo piano la necessità di adoperarsi per fermare la politica omicida di Israele, rivolta innanzitutto contro i palestinesi di Gaza (un milione e mezzo di esseri umani privati della libertà di movimento e sottoposti a un duro embargo, che include i generi di prima necessità, alimenti e medicine compresi).
 
 Negli ultimi quattro anni, Gaza è rimasta bloccata e, a intervalli, colpita da bombardamenti aerei e "omicidi mirati" (l’azione più grave è stata naturalmente l’operazione «Piombo fuso» che per 22 giorni, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, ha colpito la Striscia, causando più di 1200 morti, la maggior parte dei quali civili).
 
 Anche in Cisgiordania, i soprusi e le ruberie di terre, attraverso il proseguimento della politica di espansione delle "colonie" israeliane, sono all’ordine del giorno e un muro dell’infamia divide le zone israeliane da quelle palestinesi, separando arbitrariamente appezzamenti e famiglie, assegnando le risorse maggiori (anche idriche) a Israele.
 
 Israele, nonostante questa politica vergognosa, lesiva dei principali diritti umani, continua a godere di ottimi rapporti con l’Occidente: con gli Stati uniti, ma anche con l’Unione europea, che è oggi il primo partner commerciale di Tel Aviv. Se gli Stati europei volessero davvero ottenere pace e giustizia in Palestina non avrebbero altro da fare che minacciare l’interruzione degli scambi commerciali.
 
 In attesa di un’assunzione di responsabilità da parte dell’Occidente (e nella speranza che i continui eccessi della "politica" israeliana finiscano per ritorcerlesi contro: l’isolamento di questi giorni potrebbe essere la premessa per un cambio di rotta?), tutte e tutti possiamo fare la nostra parte, come cittadini responsabili, boicottando l’acquisto dei prodotti israeliani.
 
 I prodotti israeliani sono quelli il cui codice a barre comincia con 729 (come nell’immagine di questo articolo).
  

 Può sembrare velleitario, ma è quanto ci chiedono gli attivisti internazionali presenti in Palestina: infliggere un danno economico è l’unica cosa che può far riflettere chi per interesse è disposto a calpestare i diritti umani.
 

 
Naturalmente, lo dico per le solite "anime candide" che accusano i detrattori della politica della guerra di voler punire una
popolazione intera o di essere antisemiti, non si tratta di affamare Israele, che dispone di risorse
infinitamente più grandi (facciamo un esempio) di quelle di Gaza (lei sì sotto assedio), e di una libertà
di movimento incommensurabilmente maggiore.
 
 Si tratta di lanciare un segnale, piuttosto, a chi
di
segnali ne lancia in continuazione con le bombe e i commando armati. Per questo, occorerrà pubblicizzare il proprio boicottaggio con azioni dimostrative, oppure scrivendo alle ditte che si è deciso di danneggiare economicamente, spiegando le ragioni per le quali non acquisteremo più i loro prodotti e che cosa dovrà accadere perché il boicottaggio abbia fine.
  

 Non si tratta, infatti, di uno strumento eterno, ma di una risorsa limitata alla fascia temporale
suggerita dalla coscienza dei boicottanti: magari la fine del blocco di Gaza e l’avvio di un vero processo di pace.

 

 Consulta la lista
dei codici a barre di tutte le nazioni
e alcune notizie sulle relazioni
economiche tra Italia e Israele
e sulle aziende italiane che
commercializzano prodotti israeliani.

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Aspettando la Rachel Corrie (2)

 Opera di Carlos Latuff
 A bordo della «Rachel Corrie», che continua il suo viaggio in direzione di Gaza, c’è una donna ottantacinquenne, Hedy Epstein. Hedy Epstein è ebrea e reduce dai campi di sterminio nazisti. Fra poco scopriremo se i commandos della marina militare israeliana le riserveranno lo stesso trattamento dei 9 attivisti uccisi sulla nave turca abbordata, o quello dei 700 prigionieri arrestati illegalmente, molti dei quali picchiati e finalmente espulsi (espulsi da un Paese nel quale non avevano mai cercato di entrare, visto che si trovavano in acque internazionali al momento dell’arresto e la loro meta era Gaza, non Israele).
 Hedy Epstein a bordo dell’imbarcazione, determinata a portare il proprio messaggio di solidarietà al milione e mezzo di progionieri di Gaza, affamati da un embargo anche questo illegale, potrebbe suggerire allo Stato che ama definirsi ebraico le contraddizioni della propria politica, lo stridere delle politiche attuali con quanto subito dal popolo d’Israele in un passato non lontano, che forse avrebbe ancora qualcosa da insegnare a chi non vuol rischiare nuovi olocausti.
 Hedy Epstein contraria alla politica di Israele dovrebbe dipingere per ciò che è – un’idiozia – la solita accusa di antisemitismo per chi osa criticare le azioni di Israele.
 Come anche la posizione di Miriam Marino, della rete Ebrei contro l’occupazione, che in un bell’articolo smonta i vaneggiamenti razzisti di Fiamma Nirenstein pubblicati da «il Giornale» di Vittorio Feltri (QUI il gruppo Facebook per chiederne la radiazione dall’ordine dei giornalisti), quello che titolava: «Israele ha fatto bene a sparare. 10 morti fra gli amici dei terroristi».
 Qualche riflessione sull’apertura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, si trova invece in Guerrilla Radio, il blog di Vittorio Arrigoni, l’attivista italiano per i diritti umani presente a Gaza. Insieme alla notizia di una nuova flottiglia pronta a partire per Gaza, scortata questa volta da navi da guerra turche.
 L’entrata in gioco di navi da guerra potrebbe implicare un precipitare degli eventi in senso negativo (quale risposta attendersi da Israele?), ma l’impressione è comunque che l’attacco omicida e dissennato ai pacifisti internazionali (più che l’embargo illegale che stringe Gaza d’assedio da 4 anni o l’operazione «Piombo Fuso» a cavallo tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009) abbia innescato un moto di disapprovazione troppo grande per essere bloccato dal consueto intervento degli Stati Unitio (e dell’Italia, purtroppo).

 Forse,
almeno, il mondo comincia
ad accorgersi che a Tel Aviv si è abbondantemente passato il segno.
 
 Disegno di Carlos Latuff
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Una repubblica fondata sul malaffare

 Una repubblica fondata sul lavoro precario
 Buona festa della Repubblica, repubblica italiana fondata sul lavoro precario, sugli incidenti sul lavoro, sugli aiuti alle imprese, sulla penalizzazione del lavoro dipendente, sulle manovre che vogliono bloccare salari fra i più bassi d’Europa, sui presidenti senza consiglio che chiedono a Bruxelles di continuare a inquinare, sul potere delle mafie, delle lobby, dei potentati, delle baronie, sulla rinascita perenne del fascismo e sullo sfascismo razzista della Lega.
 
 Buona festa della Repubblica per l’Italia che si appresta a festeggiare 150 di storia unitaria aspettando un federalismo fatto per dividere e mettere i cittadini gli uni contro gli altri, arroccamento antisolidale, guerra tra poveri per scongiurare il conflitto verticale.
 
 Buona festa della Repubblica all’Italia di Rosarno, degli stranieri non più esseri umani, criminali in quanto clandestini, vittime di nuove leggi razziali approvate dal Parlamento e controfirmate dal Capo dello Stato.
 
 Buona festa della Repubblica festeggiata con una parata militare, come sulla piazza rossa di Mosca, capitale dell’ex Unione sovietica. Come nei regimi fondati sulla forza delle armi. Una parata dal costo mostruoso, specie in tempo di crisi: 10 milioni di euro sfumati in un giorno.
 
 Buona festa a questa buona Italia, abitata da italiani brava gente e da zingari cattivi: l’Italia che con gli Usa di Obama è sola a chiedere che non siano accertate le responsabilità di Israele, Paese al quale ci unisce un trattato di cooperazione militare, nell’eccidio compiuto sui pacifisti della nave turca Marmara in acque internazionali.
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Aspettando la Rachel Corrie

 

 Rachel Corrie era una attivista americana per i diritti umani.
 Il suo passaporto stelle e strisce non le ha salvato la vita.
 «Rachel Corrie» è il nome di una nave in viaggio per Gaza, per forzare il blocco illegale che affama un milione e mezzo di persone.
 Israele, dopo aver ucciso 10 pacifisti che hanno tentato di difendersi coi bastoni davanti agli elicotteri e ai mitra
in
acque internazionali (dove i commando israeliani si trovavano
illegalmente
)
, si appresta a bloccare anche la «Rachel Corrie» e un’altra imbarcazione.
 Gli attivisti a bordo hanno dichiarato che non opporranno resistenza all’arresto.
 Obama, dalla Casa Bianca, esprimerà il proprio «rincrescimento», ma gli Usa metteranno il loro veto su qualsiasi iniziativa concreta che l’Onu possa intraprendere per far finire la prepotenza di Israele.
 L’Italia ha firmato un trattato di collaborazione militare con Tel Aviv. Se il nostro governo non fosse quello che è, varrebbe la pena di tempestarlo di e-mail per chiedere almeno lo stralcio di questo accordo.
  

 Continuano intanto le proteste contro l’omicidio plurimo e atto di pirateria praticati dalla marina israeliana.
 QUI il sit in di questo pomeriggio nella mia città, Aosta, in un articolo di Silvia Berruto.
 
Boicotta in prodotti Made in Israel
 L’Unione Europea è il principale partner commerciale di Tel Aviv: boicottiamo i prodotti Made in Israel, quelli il cui codice a barre incomincia con i numeri 729.
 Pretendiamo il rispetto dei diritti umani.


 Il video qui
sopra è abbastanza lungo e non è in italiano. Vale però la pena vederlo.

 Leggi anche l’articolo Aspettando la Rachel Corrie (2).

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Leopardi e Dante in lombardo su Telepadania

 Apprendo da Adnkronos che la Lega proporrà su Telepadania, nella trasmissione «Le nostre lingue», la lettura di testi di classici della letteratura italiana tradotti in lombardo.
 Per una volta non ho niente in contrario: ci sono cose che si possono fare e credo che nessuno debba sindacare sulle scelte letterarie di una tivù privata. Non è come costringere la Rai a produrre, con i soldi dei cittadini, film ideologici sulla figura di Alberto da Giussano, o immaginare che la tivù di Stato produca fiction in dialetto.

 Certo, non ho idea del perché un telespettatore, sia pure leghista, dovrebbe volersi sentir dire: «Se’nsa fi’ / Sta colina solinga la m’e’ cara, / come sta se’sa, che la me scond via’/ ona gran part de l’oltem oriso’nt», «L’Infinito» di Leopardi, con tutto ciò che segue, nella versione bergamasca curata da Umberto Zanetti.
 Oltre a Leopardi, saranno recitati in bergamasco Dante, Foscolo e alcune pagine evangeliche, per qual ragione non so: se l’intento era dimostrare la statura di lingua delle parlate lombarde, sarebbe stato più logico proporre testi dialettali originali, magari recitati dai loro autori. O andare sul letterario e riscoprire i testi di Ruzante e Goldoni. O, ancora, ospitare la costruzione linguistica originale del Grammelot, che ha fruttato il Nobel per la letteratura a Dario Fo.
 Si sarebbe trattato però di fare cultura, un’idea incompatibile con Telepadania e la Lega. Che a furia di proclami, battute e trovate d’ingegno sta trovando il modo di dividere davvero il Paese, quel che è peggio, mettendo gli uni contro gli altri i suoi abitanti.
 Salvo poi scendere nella poco padana Toscana a rubare i versi a Dante per sciacquarli in Morla, in Serio o in Brembo.

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Due comunicati e un’iniziativa contro la furia omicida della marina israeliana

 Due comunicati sul grave attacco di Israele alle navi pacifiste della Freedom Flotilla, che crecavano di violare il blocco di Gaza. Il primo è della famiglia di Angela Lano, direttrice di Infopal.it; il secondo del collettivo A/I che gestisce, fra l’altro, la piattaforma NoBlogs sulla quale ci troviamo.
 Per chi abitasse dalle mie parti, domani, martedì 1° giugno, il presidio di solidarietà è in piazza Chanoux ad Aosta a partire dalle ore 17. Iniziative analoghe si stanno tenendo in tutte le città d’Italia.
 
 Comunicato della famiglia di Angela Lano [da InfoPal]
 
 Malgrado le varie agenzie stampa italiane ripetano che gli italiani sequestrati dalle autorità israeliane "stanno bene", la famiglia di Angela Lano, direttrice di Infopal.it, informa che la Farnesina e l’Ambasciata d’Italia in Israele non sono in possesso di informazioni al riguardo.
 
 I cittadini italiani a bordo della Freedom Flottilla sono pertanto "spariti" a tutti gli effetti.
 
 Il porto di Ashdod, infatti, dove sono state condotte la navi della Freedom Flotilla, è stato dichiarato "zona militare" dalle autorità israeliane e nessuno può entrarvi, tanto meno i giornalisti.
 
 Israele si rifiuta inoltre di fornire la nazionalità dei sequestrati, pertanto le stesse ambasciate in Israele non possono comunicare alcuna informazione precisa al loro riguardo.
 
 Comunicato del collettivo A/I
 
 Una notte. Una nave. Decine di uomini e donne che vogliono portare aiuto ad altri uomini e donne. Improvvisamente: spari, bombe, elicotteri, assalti, morti (per ora 19), feriti, un massacro. Uno sterminio. Luci ed esplosioni che squarciano il cielo. Grida e sangue innocente. I visi distorti dalla ferocia.
 Non è il racconto dell’attacco notturno di una squadraccia contro i partigiani, o quello di un blitz delle SS per scovare ebrei nascosti in territorio tedesco. È la storia di quello che lo Stato di Israele ha appena compiuto contro una nave di aiuti umanitari diretta verso la Striscia di Gaza.
 La Freedom Flotilla è stata assaltata e le persone a bordo massacrate. Le ultime di migliaia di vittime della foga omicida dello Stato di Israele.
 
 Non è un videogame. Non è un incidente. È un atto premeditato di prepotente violenza per mandare un segnale a tutti coloro che non accettano la dittatura di Tel Aviv, che non accettano che milioni di persone siano rinchiuse da anni in un lager a cielo aperto. Senza cibo. Senza medicinali. Senza libertà.
 Allo Stato di Israele e a molti dei suoi cittadini e sostenitori la storia non insegna nulla. Un terribile rovesciamento della storia in cui i protagonisti del più grande genocidio si rendono protagonisti a loro volta dell’oppressione e dello sterminio lento e inesorabile di un intero popolo.
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Marina militare israeliana: pirati e assassini

 Pirati e assassini. Non c’è altro modo per definire la marina militare israeliana che ha attaccato in acque internazionali la "Flotilla" pacifista che avrebbe dovuto raggiungere Gaza per forzare il blocco. Assassinio premeditato. Sprezzo del diritto internazionale. Tra i 10 e i 19 morti, barche sequestrate e attivisti in carcere in Israele (benché non abbiano MAI tentato di entrare in Israele).
 Per una volta lasciamo perdere le accuse di nazismo, che servono solo ad alzare polveroni e usiamo i nomi giusti: illegali, pirati, assassini. Questo si sono dimostrati, per l’ennesima volta, i soldati dello Stato d’Israele, sedicente democrazia del tutto incurante dei diritti umani e di quello internazionale.
 Al ministro Frattini e a tutti i governi occidentali chiedo di condannare l’accaduto e di adoperarsi tanto per la liberazione degli attivisti internazionali (ci sono anche – lo dico per Frattini – degli italiani), quanto per la condanna della politica israeliana e per la fine del blocco illegale di Gaza.
 Le notizie in mio possesso sono ancora scarne; seguirò la vicenda e pubblicherò aggiornamenti.
 Di seguito il bel comunicato ricevuto per mailng list da Alkemia, che annuncia anche il presidio di oggi (31 maggio) a Modena.
 

 PIRATI E ASSASSINI!

 
 Israele ha assassinato un  numero imprecisato di attivisti internazionali in acque internazionali tra Cipro e Gaza, tra le 19 e le 25 persone. L’attacco pirata portato questa notte alla nave ammiraglia della Flottiglia della Libertà era stato pianificato e annunciato da giorni. Le autorità israeliane, non temendo di cadere nel ridicolo, parlavano di arrembaggio.
 Non è la prima volta che Israele assassina attivisti internazionali, né è sorprendente che Israele si faccia beffa delle acque internazionali e del diritto internazionale.
 Questa flottiglia disarmata aveva come obiettivo quello di tentare di rompere l’assedio che Israele e l’intera comunità internazionale impone a Gaza fin dal 2006: un milione e mezzo di civili ostaggi, privati dei più elementari beni di prima necessità e diritti.
 Mentre scriviamo questo comunicato si apprende che Israele ha sequestrato l’intera flottiglia con gli attivisti che la compongono, per dirigerla verso il porto di Ashdod, dove, preventivamente svuotata, la prigione locale «accoglierà» gli attivisti internazionali che, dopo l’identificazione, dovrebbero essere forzatamente rimpatriati.
 Questo atto di palese illegalità internazionale non ha nessuna giustificazione. Israele lo ha commesso forte dell’impunità internazionale di cui gode e della complicità internazionale su cui può contare.
 Quello che ora le autorità internazionali devono fare sono cose elementari:
 
 –    chiedere l’immediata liberazione delle navi e degli attivisti;
 –    condannare senza appello Israele per questo atto piratesco senza senso;
 –    portare di fronte a un tribunale internazionale i responsabili politici e militari di questo atto barbarico;
 –    imporre a Israele di togliere l’assedio a Gaza e non solo per motivi umanitari;
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