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Il referendum di Vicenza e i «Tornado» italiani in Afghanistan

mariobadino | 30 Settembre, 2008 23:38

 
 4 cacciabombardieri italiani «Tornado» partiranno dalla base di Ghedi (Brescia) diretti in Afghanistan. La notizia proviene dall'Aeronautica, quindi è ufficiale. I «Tornado» sono armi d'attacco. Il ministro della Difesa sostiene che i caccia italiani saranno impiegati soltanto «per osservare». Osservare che cosa? Il «nemico» o gli ordini? E gli ordini di chi? Perché non guasta ricordare che dall'agosto del 2003 il comando della «missione internazionale di pace» in Afghanistan, con mandato Onu, è stato assunto dalla Nato con un vero e proprio colpo di mano, che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dovuto ratificare a cose fatte. Se gli ordini sono quelli della Nato, ai vertici della quale c'è sempre un generale americano, si può affermare che i nostri «Tornado» agiranno su indicazione di Washington che, ormai da anni, cerca di ottenere dagli alleati un ruolo «più attivo», che includa la possibilità di combattere. E il tipo di combattimento che va per la maggiore oggi in Afghanistan consiste nel bombardamento degli obiettivi sospetti (ufficiali italiani sono da tempo impiegati nella localizzazione dei bersagli).
 
 Nella base italiana di Ghedi (italiana italiana, non americana in Italia) sono depositate 40 testate atomiche (altre 50 ad Aviano), in aperta violazione del Trattato di non proliferazione, con il quale l'Italia s'impegna, fra l'altro, a non ospitare sul proprio suolo armi nucleari. I «Tornado» che raggiungeranno l'Afghanistan possono essere armati con testate nucleari. Naturalmente in questo caso non lo saranno. Però la possibilità induce a una riflessione sulla pericolosità dell'arsenale nucleare Usa in Italia che
, rilevano Tommaso di Francesco e Manlio Dinucci sul manifesto del 30 settembre, «consiste nel fatto che il nostro paese viene ad essere agganciato alla strategia nucleare statunitense». Una strategia che non sembra disdegnare l'ipotesi di perfezionare l'arma atomica per poterla utilizzare realmente in caso di guerra.
 
 Anche
per questo si rende necessario rifiutare la logica della sudditanza militare. L'Italia, per la propria posizione strategica nel centro del Mediterraneo, è necessaria, dal punto di vista logistico, alla macchina da guerra americana. Quanti credono nella possibilità di un sistema diverso da quello della guerra permanente hanno il dovere di sabotarne gli ingranaggi: è importante battersi perché i soldi delle nostre tasse non siano utilizzati per l'esercito e gli armamenti, così come è importante che la volontà dei cittadini di un territorio prevalga sugli accordi tra Stati, anche a proposito dell'installazione di una nuova base.
Il caso di Vicenza è esemplare, ma non è l'unico visto che, tanto per fare un esempio, gli Usa vogliono anche il raddoppio di Sigonella.
 
 Domenica prossima, 5 ottobre, la cittadinanza di Vicenza sarà chiamata a esprimersi, con un referendum, per dire ciò che pen
sa a proposito della base. Per dire no, bisogna votare «Sì», perché il quesito chiede se si desidera che il Comune acquisti l'area per destinarla ad altro uso. Il Presidente del Coniglio ha invitato il sindaco di Vicenza, Achille Variati, a revocare la consutazione perché ha paura del responso delle urne. A proposito, ho scritto Coniglio al posto di Consiglio, che sbadato! Dal Presidio permanente, invece, invitano lo zio Sam a rassegnarsi, perché Vicenza, lei, non si rassegna e la base non si farà. Un buon voto, domenica, alle donne e agli uomini di Vicenza, e a tutt* l'invito ad accompagnarli nella loro lotta.
 
 Siamo tutti vicentini
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