Martedì, Dicembre 18, 2007
Vicenza, 15 dicembre 2007 - Cronaca e foto della manifestazione No Dal Molin
La prima cosa che colpisce, a Vicenza, è l’organizzazione.
La prima indicazione per il parcheggio ce la dà la polizia, al casello, ma subito dopo vediamo alcune persone con la bandiera No Dal Molin, “appostate” ai bivi. Anche i cartelli con le frecce hanno il logo con il caccia sbarrato. Quando il pullman si ferma davanti alla stazione, non c’è ancora molta animazione. Rispetto al 12 febbraio, è attesa meno gente e gli organizzatori sostengono che la manifestazione potrà considerarsi riuscita se si presenteranno 20-30 mila persone. Il tempo di quattro passi nel centro, fino alla basilica del Palladio in fase di restauro, lungo le belle vie di una città d’arte incantevole, soltanto un po’ nascosta dalle bancarelle natalizie, poi torniamo verso la stazione. Nel frattempo, la folla è cresciuta e il corteo bell’e formato. La gente è tanta; anche questa volta decine di migliaia di persone, provenienti da tutta Italia, hanno risposto all’appello di Vicenza.
Quella di donne e uomini, semplici cittadini (né agitatori, né professionisti della politica) che da circa un anno mettono in gioco se stessi e la propria esistenza quotidiana per lottare contro l’ennesima ferita inferta al territorio da un modello di sviluppo insostenibile, che trova nelle armi la sua prosecuzione naturale. La nuova base dovrebbe diventare la testa di ponte delle incursioni militari aeree americane in Medio Oriente e in Africa. La nuova base dovrebbe sorgere sulla falda idrica più importante della zona. La nuova base potrebbe ospitare le armi atomiche statunitensi, come già avviene a Ghedi e ad Aviano, sebbene l’Italia abbia firmato il Trattato di Non Proliferazione nucleare.
Tutto questo è avvenuto nel silenzio quasi totale dei media che, dopo la manifestazione di febbraio, hanno azionato la sordina, stendendo sulla lotta di Vicenza una cortina di silenzio.
Contro quest’indifferenza, aprendo il corteo, i vicentini hanno indossato una maschera bianca, simbolo della loro invisibilità. Dietro lo striscione d’apertura, il camion-palco, sul quale si sono alternati gli oratori, quindi ancora i vicentini, una vera folla, con tante bandiere bianche No Dal Molin e quelle arcobaleno della pace.
Uno striscione recita, in veneto: «Paroni del mondo gavi’ toca’ el fondo», un grande telone multicolore s’improvvisa, guizzando in aria, mongolfiera; sfilano la delegazione di Emergency, gli abitanti di Quinto Vicentino (che «ha detto NO al villaggio Usa»), bambini con le pentole, gli statunitensi contro la guerra, incappucciati che portano il patibolo con, appesa, la colomba della pace, i No Tav della Val di Susa, uno dei gruppi più numerosi, i socialisti rivoluzionari, i No Mose, quelli del Partito umanista, i No F-35 di Novara e tanti, tanti altri. Un anarchico “occupa” la cima di un semaforo, dalla quale sventola la bandiera rosso-nera; sotto, si fanno avanti quelli di Acerra («No inceneritore»), gli «studenti e studentesse» contro il precariato, i veterani dell’Iraq contro la guerra, poi chi denuncia l’«accordo militare Italia-Israele» e invoca una «Palestina libera», e ancora i No Expo 2015 di Milano, il tarantino Comitato di Quartiere di Città Vecchia… Chiude il corteo la miriade di sigle dell’universo anarchico e dei partiti comunisti.
Il risultato, stando a ciò che si dice il giorno dopo, è che siamo 80 mila.


Vicenza non è sola, perché a Vicenza «è in gioco una questione cruciale di democrazia», come scrive Gianfranco Bettin sulla prima pagina di Carta, in edicola sabato 15 dicembre.
In ballo sono le ragioni «di chi pensa che il diritto di decidere su [certe] questioni non possa che appartenere alla comunità che dovrebbe sopportarne le conseguenze». «In questo senso», dice Bettin, «il richiamo alla democrazia partecipativa, alla imprescindibile condivisione delle scelte quando esse siano di [una certa] portata, supera perfino lo specifico contenuto di politica militare». Che, naturalmente, è del tutto inaccettabile. Questo, mi sembra, è il punto principale: il diritto delle comunità a decidere in prima persona del futuro, del proprio modello di sviluppo. Un’esigenza alla quale la politica oppone continuamente il proprio rifiuto, motivato dalla necessità di rispettare veri o presunti accordi internazionali. Per questo la lotta delle comunità è oggi ancora più preziosa: perché il Palazzo non ha il coraggio (lasciamo stare l’intelligenza politica) di rispondere alle richieste dei cittadini e continua con ostinazione ad approfondire il solco tra sé e loro.
Cioè, per dirla con Dario Fo, presente sul palco: «Non ascoltate la gente, cari politici, e questa sarà la vostra tomba. Cretini!».
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