Ma se ghe pensu…

 Ma se ghe pensu... Se ghe pensu m'incazzo, non c'è altro da fare.
 
 
Come quando leggo le cronache degli ordinari soprusi di regimi lontani. Ricorda molto il Cile di Pinochet questa mia Italia del luglio 2001… Sono passati sette anni e chi ha reso possibile la mattanza di Genova, al G8, è nuovamente candidato alla poltrona del governo. Chi l’ha eseguita è stato promosso ed è, al momento, Commissario ai rifiuti campani. Intanto si profila all’orizzonte un nuovo G8 italiano, meta prescelta l’isola della Maddalena.
 
 Occorre ricordare, allora. Magari prima del 13 aprile, prima di decidere che Berlusconi è una buona carta perché ci toglierà la tassa sulla casa, perché Prodi ha imposto troppi sacrifici e, in breve, perché il centrosinistra ha deluso (il che, peraltro, è vero). Occorre ricordare chi sono questi signori, che candidano le Mussolini e i Ciarrapico e che si apprestano a mettere le mani sulla Costituzione con la connivenza del Partito democratico e del Quirinale. Occorre ricordare Bolzaneto, la «Guantanamo italiana», contro chi minimizza, perché – dice – «i delinquenti mica si possono trattare con i guanti».  (Continua)

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Mastella? Ma stella...

 Cade o non cade?Oggi ho pranzato al bar, così, sfogliando La Stampa, ho letto che tra le «mine fatali» al governo Prodi (evidentemente già dato per caduto) c'è la lettera, definita anti-Ratzinger, del professor Marcello Cini, quella che chiedeva conto al rettore dell'ateneo romano circa la visita papale alla Minerva. Secondo il quotidiano torinese, evidentemente, se il vescovo di Roma decide di non accettare un invito, la responsabilità va cercata a Palazzo Chigi. Se è così, buona notte a qualunque idea di separazione tra la sfera laica e quella religiosa.
 C'è poi, naturalmente, l'affaire Sandra Lonardo, divenuto poi la «bomba» Mastella. L'ex ministro ha molto protestato perché il governo non lo ha difeso a sufficienza. «Ti sbagli, lo abbiamo fatto!», potrebbe replicargli Prodi, e a buon diritto. Ma forse il problema è proprio quello: forse Mastella ritiene poco dignitoso restare in un governo disposto a tutto per sopravvivere, persino a difendere una posizione indifendibile come quella di Mastella...
 In prima pagina, Massimo Gramellini, vicedirettore della Stampa, addita nella chiusura del sito istituzionale Italia.itdopo due anni di nulla costati sette milioni di euro») il simbolo della crisi italiana: «ideata per farci conoscere, Italia.it è riuscita solo a farci riconoscere», commenta Gramellini:
«inconcludenti, arruffoni e immancabilmente pronti a trasformare una sconfitta di tutti in un pretesto per nuova faziosità». Riferimenti all'imminente crisi di governo?
 Tra i propositi per l'anno nuovo metto anche questo: meno politica spiccia sul blog, più cultura, più movimenti e più idee.

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Vuole che le ceneri siano disperse e gli negano il funerale

 Un tempo credevo che una messa funebre non si negasse a nessuno (l’ha ottenuta anche Pinochet, tanto per fare un esempio). Poi il caso di Piergiorgio Welby, tenuto alla larga dal rito per aver desiderato la morte, mi ha insegnato che non era così. L’uomo non può giudicare il dittatore sanguinario perché il giudizio appartiene al Signore, ma può tranquillamente condannare l’ammalato stanco di soffrire. Potremmo cavarcela dicendo che i gusti son gusti, ma questo benedetto papa tedesco ci ripete tutti i giorni che non bisogna cadere nel relativismo. Che pensare, allora? Nuovo materiale per queste riflessioni mi è stato fornito dalla mia città, Aosta, nella quale a un defunto sono stati negati i funerali in chiesa (la parrocchia di Santo Stefano, a circa 200 metri da casa mia) per aver espresso il desiderio, prima di morire, che le sue ceneri fossero sparse al vento. Un desiderio, lo dico per inciso, che condivido in pieno (la Chiesa prenda nota: ho giusto compiuto da qualche giorno l’età di Cristo). Secondo quanto scrive La Stampa nelle pagine regionali, il parroco si è giustificato dicendo alla vedova che «la dispersione delle ceneri è contraria al dogma della Resurrezione». Allora, mi dico, il punto non è la dispersione, ma la cremazione! Che va evitata, perché altrimenti il corpo non potrà più risorgere, visto che si sarà consumato... Ma allora, mi chiedo, bisognerà scomunicare i vermi e impedire al tempo, con apposito decreto pontificio, di mangiarsi i cadaveri, poco o nulla difesi dal legno delle casse o dal marmo dei sepolcri? O risorgeranno solo gli antichi faraoni, grazie alla tecnica della mummificazione e i cartelli indicatori, in Paradiso, saranno pieni di geroglifici? Mentre così ragiono, l’occhio mi cade su uno specchietto, inserito in mezzo all’articolo, e scopro che recentemente la Chiesa ha ammesso la cremazione e che è la dispersione delle ceneri a essere vietata. Non riesco a capire. Leggo meglio il «pezzo» e scopro che nella dispersione delle ceneri è insito il rischio di «panteismo». Così si esprime un altro sacerdote. Sbagliato, insomma, sarebbe il desiderio di “ricongiungersi con il tutto”, perché ciò supporrebbe un sentimento di appartenenza al cosmo, nel quale la vita finirebbe con l’identificarsi per intero nel contingente, elevato a dimensione spirituale e quasi divina. Provo qualche timore, dunque, per il destino ultraterreno di San Francesco, che per tornare alla terra volle essere seppellito senza cassa… (Continua)

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ThyssenKrupp

 «Siamo di fronte ai drammatici risvolti dell’applicazione di politiche neoliberiste avvenuta negli ultimi anni, con la riduzione a merce della vita dei lavoratori», ha denunciato Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, commentando le recenti tragedie sul lavoro e la morte di Giuseppe Demasi, l’ultimo dei 7 operai coinvolti nell’incidente alla ThyssenKrupp di Torino. Anche Severino Poletto, cardinale della città, è andato alla radice del male, ricordando che «il capitale serve per creare lavoro e non per accumulare, creando benessere solo per qualcuno». In un’intervista al manifesto, il premio Nobel Dario Fo ha citato in proposito Bertolt Brecht, secondo il quale «quando uno schiavo si libera dalla schiavitù e diventa un operaio perde i diritti che aveva». «Come schiavo era tutelato», ha detto il premio Nobel: «gli veniva garantito un abito, persino una moglie gli veniva trovata. Da operaio perde di valore, di peso, perde di diritti». «Un operaio mi ha detto che i padroni pagano le multe per il mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza, ma se ne fregano, perché le multe costano molto meno che tenere a regola gli impianti». Non spetterebbe, in questo caso, al governo di prendere in considerazione provvedimenti estremi, quali un inasprimento delle multe tale da rendere antieconomico il non adeguamento delle ditte agli standard di sicurezza richiesti dalla legge, o ancora la revoca della licenza, o magari il carcere, soprattutto in caso di grave incidente? È alla politica che compete di governare l’economia, non viceversa. Ed è il Parlamento che deve stabilire le leggi, leggi che poi dovranno essere rispettate da tutti. Chi ci potrà salvare, altrimenti, dalla logica del profitto e dalle sue esigenze? Alla proposta che il presidente del consiglio comunale di Torino ha rivolto a Confindustria di espellere dall’associazione le aziende che violano le leggi sulla sicurezza, Luca Cordero di Montezemolo ha risposto su questo tono: «Il nostro mestiere è fornire servizi, non fare giustizia». Il che, parafrasato, suona: «Non è affar nostro e ce ne laviamo le mani». (Continua)

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L'epidemia (un racconto e un augurio per chiudere bene l'anno)

 Il blog pubblica sotto questa licenza
 Oggi è il 31 dicembre e non mi sembra bello salutare il navigante (per non parlare del vecchio e caro 2007) con le consuete lamentazioni sul mondo. Voglio pubblicare un racconto dal titolo forse non proprio beneaugurante (L'epidemia), ma comunque simpatico, e mettere in pratica quanto più volte affermato (e scarsamente mantenuto) in queste pagine: non limitarmi a criticare, ma offrire qualcosa, innanzitutto materiale utilizzabile, come questo testo. Come tutto ciò che viene proposto in questo blog, anche il testo che segue è pubblicato sotto una licenza Creative Commons (perciò puoi riprodurlo liberamente a patto di rispettarne l'integrità, dire chi è l'autore, non avere scopo di lucro).
 Detto questo, buona lettura e buon 2008!


 L'epidemia
 

 
Il vecchio Pasquale fu la prima vittima. Lo trovarono svenuto in pieno centro, mentre cercava di ripararsi dal sole del dopopranzo sotto una tettoia. Lo caricarono sopra un carretto e lo portarono all’Ospedale policlinico, dal quale uscì dopo un giorno appena, poiché le sue condizioni erano nella norma e la responsabilità dell’accaduto, secondo la dichiarazione del primario, dottor Ludovico Sezze, andava addebitata «all’estrema calura di questi giorni, che sembra che il sole sia disceso nelle strade e a quell’età non conviene passeggiare da soli».
 
 Tutto ciò era perfettamente plausibile. Non pioveva da parecchie settimane e il caldo era stato causa di numerosi incendi che – si diceva – scoppiavano spontanei nei campi. Anche la cascina di Pasquale era andata in fumo, ma il vecchio sosteneva che il sole non c’entrava niente e che la colpa andava addebitata all’invidia di qualche nemico.
 
 Ora vagabondava di locale in locale e si proclamava l’eletto: diceva di essere superiore agli altri uomini, viveva di boria e non mangiava quasi più, tanto che s’era ridotto a uno spaventapasseri avvizzito. Intanto, la vita cittadina continuava come sempre: nelle botteghe ferveva il lavoro, la Rocca forniva un rifugio malinconico ai poeti e agli innamorati e il mare faceva avanti e indietro sulle sue onde eterne, solcate dalle barche dei pescatori. Nei vicoli, però, i vecchi edifici guidavano il vento per cento corridoi intonacati, raccogliendo le confidenze del vecchio chiacchierone e dispensando agli uomini incertezze e timori. E fu così che nessuno provò realmente stupore quando, una settimana dopo il mutamento di Pasquale, anche Tonino, il gestore del Caffè di Santa Spé, principiò a dare i numeri.
 
 «Sono il migliore», ripeteva senza sosta; e rifiutava di servire i clienti malvestiti. (Continua)

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“Guernica, 1937 – Le bombe, la barbarie, la menzogna”.

 Guernica, 1937. Si parla del passato ma anche del presente, nel libro del professor Angelo D’Orsi. L’incontro, tenutosi all’espace populaire di Aosta qualche giorno fa, comincia con una serie d’immagini d’epoca. Nel 1937 i baschi sono gli unici cattolici repubblicani di Spagna; dal nuovo governo sperano di ottenere quell’autonomia, che certo il generale Francisco Franco non sarebbe disposto a concedere. Sullo schermo assistiamo alla fuga della popolazione dalla guerra, sui carri, con le proprie masserizie. Osserviamo gli incendi, frutto dei bombardamenti, bambini che mangiano per strada, gli abitanti di Bilbao che corrono verso i rifugi durante l’allarme aereo. Una donna ha due bambini con sé: ne porta uno in braccio, l’altro lo tiene per mano. “Rubo” al volo qualche frase in spagnolo. «Acabaron con Guernica», dice la voce fuori campo, mentre la videocamera esibisce le macerie della città-simbolo della nazione basca, bersagliata dalla Luftwaffe. «Población exhausta», sento ancora. E finalmente ecco le navi francesi e inglesi, che imbarcano i bambini per metterli in salvo.
  
 Parlare della guerra civile spagnola significa parlare di tutte le guerre successive. (Continua)

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S'i' fosse foco

 
 
 A volte nella mia testa certe notizie evocano associazioni d’idee piuttosto strampalate. Il Presidente della Repubblica, Garante supremo della Costituzione italiana (cito un articolo a caso, l’undicesimo: «L’Italia ripudia la guerra»), ha appena assicurato agli americani che la nuova base al Dal Molin di Vicenza si farà. «La decisione è stata presa e non ci sono ripensamenti», ha detto. E ai giornalisti, che chiedevano un commento sulla lettera con cui i quattro ministri della Sinistra-Arcobaleno chiedevano a Prodi un ripensamento, ha spiegato serafico che «Scrivere lettere è previsto dalla Costituzione» (parola di Garante). Di fronte allo sberleffo pronunciato dal Capo dello Stato, se fossi ministro rassegnerei le dimissioni.
 
Così ho pensato a quella vecchia poesia di Cecco Angiolieri, drammaticamente attuale, e ne approfitto per proporre un gioco(Continua)

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Al panzerotto impazzito

 
 A Torino, Intesa-Sanpaolo vuole una sede nuova, così ha commissionato un grattacielo a Renzo Piano. Il nuovo edificio sarà una torre di 200 metri d'altezza, più di due volte la Mole Antonelliana, il simbolo e, allo stato attuale, la "vetta" della città. Quand'ero piccolo ero innamorato dei grattacieli: nutrito di film americani, sognavo di vivere in una metropoli stile New York. Poi sono cresciuto. Quand'ero piccolo gli adulti avevano una visione delle cose troppo moderata per i miei gusti. Poi tutti sono impazziti e si è perso il senso del limite.
 Un grattacielo, oggi, non rappresenta il futuro, non è l’evoluzione contro cui si battono gli spiriti retrogradi. Oggi il futuro passa attraverso strutture ecosostenibili, piccine piccine, poco impattanti, orientate verso l’autosufficienza energetica. Un grattacielo non può rispettare questi requisiti. Oggi, poi, la cementificazione avanza e molti stabili non sono utilizzati. Dovrebbe essere vietato costruire nuovi edifici quando si possono recuperare quelli esistenti!
 Renzo Piano è un grande architetto e la sua torre sarà senz'altro un capolavoro.
Ma un capolavoro inserito in un contesto che non gli appartiene, un palo piantato in mezzo al cuore di una città dai tratti armoniosi, con uno spirito proprio. O dobbiamo aspettarci tanti altri palazzoni? Facciamo un salto a vedere che cos’è diventata Milano (prossimamente pubblicherò qualche foto).
 E infine. È mai possibile che si parli di modificare il piano regolatore della città per consentire a una banca di costruire la propria sede secondo i propri standard? Ecco l’ennesima capitolazione del senso civico (o più semplicemente, del buon senso) di fronte agli interessi dell’economia. Una città è fatta di persone, se al loro posto metti i titoli di borsa significa che stai giocando al Monopoli e non te n'eri accorto.
 
 Visita il sito Non grattiamo il cielo!
 Partecipa alla discussione su Nuova Società. (Continua)

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