La testa sopra le nuvole

  Sotto di noi la massa bianca delle nuvole appare compatta come una distesa di neve, banchisa artica sconfinata e vaporosa, che sorvoliamo illuminati dal calore del sole. Qualcosa a un tratto, sembra un palo, sporge da sotto le nubi, sbuca al di sopra del manto: siamo troppo alti perché sia un manufatto, a meno che non si trovi sulla cima d’un monte. Ma le Alpi sono più in là, cosa ci sia là sotto è un bel mistero: che cosa potrebbe essere il piccolo pilastro simile a punta d’obelisco che emerge dal bianco? Reale è reale, questo è sicuro: il “palo” proietta nitida la sua ombra lunga e sottile sulle nubi di sotto, simile a un monolito, oggetto del culto di qualche stormo d’uccelli. Non posso fotografare, e non soltanto per la possibilità di manovra limitata, dovuta al finestrino.
 
A quanto pare, siamo ancora in fase di ascensione e mi è stato vietato di scattare foto, benché non creda affatto che una macchinetta digitale sia un apparecchio elettronico in grado d’influenzare la strumentazione di bordo. Intanto, più in là, verso l’orizzonte, compaiono tre cime di montagna imbiancate e messe in fila l’una accanto all’altra. Guardo meglio e capisco che stavolta proprio di nuvole si tratta: le vette si sfaldano e abbandonano la loro consistenza di roccia, mentre in basso a sinistra, nel campo visivo lasciato libero dal finestrino, s’innalza sbuffando una piccola tromba d’aria, subito pronta a trasformarsi in drago.
 
Abbiamo superato Ancona, lo dice il capitano, e procediamo al di sopra delle nubi, a un’altezza di 10 mila metri sul livello del mare, più di mille metri al di sopra dell'Everest, la stessa altitudine dalla quale i moderni bombardieri sganciano le loro bombe sulle città nemiche (sto leggendo Guernica, 1937 di Angelo D’Orsi, che un po’ influenza le mie associazioni mentali…). Ora la foto è libera, così immortalo più e più volte la bianca distesa, simile a quando, all’arrivo della seggiovia, butti lo sguardo a valle e lo recuperi abbacinato dalla nitidezza di quel panettone candido, negazione e premessa della discesa incipiente. Così sistemi il laccio dei bastoncini e parti, desideroso d’esplorare.

 

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“Guernica, 1937 – Le bombe, la barbarie, la menzogna”.

 Guernica, 1937. Si parla del passato ma anche del presente, nel libro del professor Angelo D’Orsi. L’incontro, tenutosi all’espace populaire di Aosta qualche giorno fa, comincia con una serie d’immagini d’epoca. Nel 1937 i baschi sono gli unici cattolici repubblicani di Spagna; dal nuovo governo sperano di ottenere quell’autonomia, che certo il generale Francisco Franco non sarebbe disposto a concedere. Sullo schermo assistiamo alla fuga della popolazione dalla guerra, sui carri, con le proprie masserizie. Osserviamo gli incendi, frutto dei bombardamenti, bambini che mangiano per strada, gli abitanti di Bilbao che corrono verso i rifugi durante l’allarme aereo. Una donna ha due bambini con sé: ne porta uno in braccio, l’altro lo tiene per mano. “Rubo” al volo qualche frase in spagnolo. «Acabaron con Guernica», dice la voce fuori campo, mentre la videocamera esibisce le macerie della città-simbolo della nazione basca, bersagliata dalla Luftwaffe. «Población exhausta», sento ancora. E finalmente ecco le navi francesi e inglesi, che imbarcano i bambini per metterli in salvo.
  
 Parlare della guerra civile spagnola significa parlare di tutte le guerre successive. (Continua)

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