Domenica la quinta Aicram!


Giusto per ricordarlo ancora una volta a tutt*…

Questa domenica, 16 ottobre, avrà luogo la quinta edizione dell’Aicram Granparadiso «I colori del bosco», con ritrovo a Cogne (Aosta), nei prati di Sant’Orso (vicino al parco giochi) alle ore 8.30 del mattino.

Nessuna spesa d’iscrizione. Vietato correre. Il vincitore si compra la coppa.

Clicca per sapere che cos’è l’Aicram.

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Di che cos’ha bisogno questo Paese in crisi sempre più nera? D’indignazione, insurrezione, ribellione (quale? come?), manifestazione, protesta? Delle barricate – pacifiche, ma sempre barricate; volte, cioè, a impedire l’accesso a quegli altri, ad esempio a chi vuole sfruttare l’aria di default per saccheggiare le ricchezze residue, a cominciare da quei beni comuni che sono stati rivendicati come intoccabili da 27 milioni di italiani (e a quegli altri non gliene frega un accidente)?

Di certi presidi toscani, in ogni caso, sicuramente no. Non sa che farsene, il Paese, di dirigenti che di fronte a studenti finalmente partecipi, intenti a occupare le scuole per difendere, con gli strumenti che hanno a disposizione, il sistema dell’istruzione pubblica, mettono mano alla penna per dire che la loro è una protesta sbagliata, che non è «seria», che non serve a nessuno. C’è bisogno di loro, invece, degli studenti che occupano, che lottano e che ragionano, e che scrivono cose stupende, come questa risposta del Collettivo studentesco di Pontedera, pubblicata sull’Unità.

«Cari Presidi,
scriviamo da una terra lontana, parole che forse non siete più in grado di capire. Siamo gli studenti del collettivo delle scuole superiori di Pontedera, cinque scuole superiori, quasi cinquemila alunni. Insieme, in questo collettivo, dopo un anno di proteste condivise, dopo nove giorni di occupazione condotti senza far danni, facendo proposte, incontrando esperti, assessori, senatori, gruppi musicali. Siamo ancora insieme dopo una fiaccolata per festeggiare insieme l’Unità d’Italia e ancora insieme dopo un concerto di fine anno in difesa della scuola pubblica. Insieme, noi studenti, qualche professore, qualche genitore, qualche operaio della Piaggio, qualche amministratore e poco altro. Insieme a discutere, a fare politica, a impegnarci come in una fortezza, ultimo baluardo prima della deriva, ultimo baluardo che crede ancora nella scuola pubblica che difende ancora la cultura e la bellezza, quella vera, quella che ci guida per il domani e non quella inutile e triste di una escort. Ultimo baluardo di un paese alla deriva che non crede più nella solidarietà ma che diventa ogni giorno più solo e più cattivo. Noi siamo qui. Ancora a ritrovarci, ancora a guardarci negli occhi ancora a parlare, ancora.
E voi? Voi dove eravate quando a poco a poco la scuola, e con essa il futuro di un intero paese, veniva scippata, derubata, quando a poco a poco tagliavano i bilanci, le ore, i professori, i banchi, la carta, le iniziative? Voi dove eravate mentre a poco a poco aumentavano le spese militari, le spese per la politica, le spese per le scuole private, per i privilegi, per le caste? Voi dove eravate quando si precarizzava il lavoro nel nome del libero mercato e della concorrenza, quando i vostri diplomati non sapevano dove sbattere la testa per trovare un lavoro? Voi dove eravate quando la cultura, che noi difendiamo era calpestata, derisa, ridicolizzata da grandi fratelli e idiozie televisive, quando l’informazione si faceva sempre di più disinformazione di regime?
Forse dietro scrivanie ad applicare circolari contraddittorie e inapplicabili, contrarie al buon senso, contrarie a chi vuol difendere il diritto di una scuola pubblica di tutti e per tutti. Forse a dire che la legge è legge, che va applicata! Probabilmente dissero così anche i Presidi quando nel 1938 furono emanate le leggi razziali, forse dissero così, sicuramente dissero così.
La Vostra generazione ci consegna un paese sull’orlo di un abisso economico, pieno di privilegi e di marciume, una mignottocrazia dove la cultura, quella che noi vogliamo difendere, ha meno valore di un calciatore panchinaro del Frosinone o di una velina semiscoperta di un programma in tarda serata.
Ci dispiace ma non accettiamo le Vostre lezioni su come protestare, se Voi aveste saputo farlo a quest’ora non saremmo qui, a quest’ora avremmo un altro tipo di scuola. Ci dispiace ma la Vostra lotta, se lotta c’è stata, è fallita, le Vostre parole ormai sono vuote, forse inutili, smentite dai fatti, rinnegate dalla storia.
Forse occuperemo, forse metteremo in atto altre forme di protesta o forse non faremo niente, ma non saranno le Vostre parole a dirci come fare. Incontriamoci, guardiamoci negli occhi, perché così bisogna fare, costruiamo insieme, senza ruoli. Ma niente lezioni e niente moralismi, per favore, la scuola non ne ha bisogno».

L’occupazione studentesca come scuola di politica e di vita, Continua a leggere

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Se Wikipedia non c’è più

Di Wikipedia (come di ogni altra cosa, del resto) pensate pure ciò che vi pare. L’enciclopedia collaborativa fatta dagli utenti, gratuita e in continuo aggiornamento, è oggi uno strumento comodo e molto utilizzato per acquisire velocemente informazioni sugli argomenti e i personaggi più disparati. Opera meritoria o meno, è inevitabile che certe voci e pagine si riferiscano a temi controversi e c’è anche chi, non avendo di meglio da fare, passa la giornata a modificare le varie voci in maniera come minimo discutibile (penso in particolar modo agli antifemministi e a certa gente, in massima parte politici, che si modifica – a quanto si dice – la propria pagina da sola).

La scientificità di un progetto come Wikipedia è dunque opinabile e tuttavia oggi l’enciclopedia online è un progetto presente, nel mondo, in ben 270 lingue. Leggere il comunicato (dello scorso 4 ottobre) che annunciava l’oscuramento temporaneo della versione italiana di Wikipedia (è rimasta chiusa i giorni 4, 5 e 6 ottobre) in protesta contro la legge bavaglio e il comma “ammazza blog” (che, di fatto, metterebbe nei guai tante altre realtà della rete) mi ha fatto impressione. Sarà perché è comparso su uno strumento ben inserito nel sistema, che in fondo non si propone di fare la rivoluzione (nonostante la sua gratuità che, di questi tempi, è davvero un elemento rivoluzionario), ma il grido di allarme di Wikipedia mi ha colpito più delle mie stesse riflessioni. L’Italia sarebbe il primo Paese occidentale in cui persino un progetto difficilmente etichettabile come sovversivo, Wikipedia, è costretto a chiudere i battenti, per tutelare la rispettabilità di qualche potente, in realtà già tutelata dal codice penale, articolo 595. Il codice, però, se la prende con un reato vero: la diffamazione; l’obbligo di rettifica (oltretutto senza la possibilità di aggiungere un commento), invece, è a discrezione di chi si senta diffamato e dunque ne faccia richiesta, senza che a decidere sia una parte terza e senza che c’entri qualcosa la veridicità della notizia pubblicata.

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Chissenefrega del bavaglio!

«Ma quale bavaglio, cittadino! Siamo in democrazia: nessuno può impedirti di dire ciò che vuoi! Al limite ti impediamo di dirlo gratis… Ma ci dovrai appena 12mila 500 euro, quando la legge sarà passata, se tarderai un solo istante, oltre le quarantottore che ti sono concesse, per pubblicare qualsiasi rettifica ti sia notificata. Notificata come e dove preferiamo non precisarlo troppo, così magari ti sbagli e contribuisci, con il tuo piccolo obolo, al contenimento del deficit del Paese, aiutandoci ad azzerare il debito entro il 2013, la bella età dell’oro in cui, oltre al debito italiano, scompariranno tumori, guerre e aids, e Sergio Marchionne inizierà la produzione dei suoi Suv (iperecologici) a Mirafiori».

Io però sono furbo e ho già in mente la contromossa: immaginate che un politico importante (del quale non posso dirvi il nome) sia coinvolto in un grosso scandalo (preferisco non specificare quale). Di fronte alle accuse di qualcuno (anche qui: che importanza ha dire chi, a rischio di essere fraintesi?) la persona in questione («persona» è termine accettabile: difficilmente potrebbe trattarsi di un canguro o di un armadio!) ha rilasciato una dichiarazione che mi irrita e indigna profondamente. Ciò che mi fa più male è la premessa su cui poggia tutta l’argomentazione, nonché il tono utilizzato (e soprattutto la diciassettesima parola di un ideale virgolettato che non riporto per cautela).

Ecco: sfido chiunque a impormi la rettifica di una notizia di questo tipo. Certo, alla fine non si capisce nulla, ma la libertà di espressione è salva, il blog resta online e l’Italia si conferma un Paese democratico!

PS: Io le rettifiche le pubblico, ci mancherebbe. Negli anni, comunque, non ho ricevuto nessuna richiesta. Sarebbe singolare se incominciassero a fioccare proprio all’indomani dell’eventuale approvazione della cosiddetta “legge bavaglio”.

>>> Sul comma “ammazza blog” contenuto nel disegno di legge sulle intercettazioni, leggi il Post a Rete unificata promosso da Valigia Blu.

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La Padania esiste e ho le prove [di Alessandro Robecchi]

Ripubblico, con il consenso dell’autore, un articolo di Alessandro Robecchi, uscito sul manifesto del 2 ottobre 2011.

Voi siete qui – La Padania esiste e ho le prove

Titolo su La Padania: «Io esisto e sono padano». Ecco, se uno comincia a ripetersi, «Io esisto, io esisto, io esisto…», è il momento di chiamare lo psichiatra. Ma dire che il popolo padano non esiste è un’esagerazione. Esiste Maga Magò? Certo che sì. E lo yeti? Forse. Ecco qui di seguito alcune prove inconfutabili di esistenza in vita della Padania, del suo popolo e dei suoi illuminati dirigenti.

Le ronde. Le famose ronde non esistono. Pigrizia padana. Eppure in Italia (che esiste) si è parlato di ronde tutti i giorni su tutte le prime pagine, per mesi e mesi, anche con densi e dotti interventi di pensatori (?) della sinistra (?) che dicevano «perché no…».

Malpensa. L’aeroporto di Malpensa esiste. È un lungo campo di bocce vicino a Varese che paga alcuni milioni di euro ai suoi incapaci dirigenti padani. Per essere una cosa che non esiste, la Padania ci costa parecchio.

Il pacchetto sicurezza. Affossato dalla Corte Costituzionale, il grottesco insieme di leggine e regolamenti e ordinanze per sindaci mitomani non esiste più. Eppure, con gran strepito del padano Maroni, l’Italia intera ne parlò per mesi e mesi come se fosse una cosa reale.
Il porcellum. Pur avendo le ore contate, la legge elettorale più schifosa del mondo l’ha scritta Calderoli. Per essere una cosa che non esiste, la Padania produce cazzate notevoli.
Il reato di clandestinità. Esiste, riempie le galere di innocenti ed è il più clamoroso esempio di esistenza della barbarie padana.

Sono solo alcuni casi, ma forse bastano per dire che il popolo padano, i suoi politici, i suoi ministri, esistono. Purtroppo. Per fortuna, invece, si stanno estinguendo da soli e speriamo facciano in fretta. Solo, una volta estinti i padani, dovremmo affrettarci a cancellare anche i segni che hanno lasciato tra noi. Andiamo, chi vivrebbe in un posto dove i dinosauri sono spariti ma restano a terra enormi, gigantesche, cacche di dinosauro?

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12 novembre – manifestazione nazionale No F-35 a Novara

Update: la data della manifestazione è stata spostata dal 5 al 12 novembre!

Il comunicato: Il movimento NO F-35 è costretto dalle circostanze avverse a spostare la data della manifestazione nazionale dal 5 novembre al 12 novembre.

La ragione sta nel fatto che le autorità di pubblica sicurezza ci hanno fatto sapere di non poter sostenere la contemporanea presenza in città di manifestanti pacifisti/antimilitaristi e di tifosi della Roma in arrivo per la partita di calcio.

Preso atto delle difficoltà di gestione della sicurezza pubblica e volendo evitare polemiche-trappola, il movimento decide di comportarsi da soggetto “responsabile” e dà appuntamento a tutte/i per le ore 14 di sabato 12 novembre.

Vi aspettiamo da tutta Italia (e anche da fuori, perché no?) per dare vita a una manifestazione grande, pacifica e fortemente determinata.

* * *

[il vecchio post, corretto] Esco dal delirio autoreferenziale degli ultimi giorni ripubblicando l’appello per la manifestazione nazionale No F-35 del prossimo 5 novembre 12 novembre a Novara. È chiaro che nella presente situazione di crisi economica un aspetto importante della mobilitazione contro i cacciabombardieri che dovrebbero essere assemblati a Novara è il loro costo, un prezzo del tutto inaccettabile se si considerano i tagli contemporanei al welfare e alle politiche sociali (si veda anche, in proposito, l’appello di Alex Zanotelli).

Le fabbriche di morte, tuttavia, sono in primo luogo tali e non bisogna dimenticare il ruolo dell’Italia nella spesa militare internazionale, come anche nell’appoggio alle cosiddette «guerre umanitarie», fatte in realtà per il controllo geopolitico delle aree strategiche del mondo e delle risorse energetiche senza curarsi del diritto come delle inevitabili vittime civili.

Per queste ragioni occorre rilanciare la mobilitazione pacifista e per una gestione diversa della spesa pubblica. Tutte e tutti a Novara il prossimo 12 novembre!

L’appello:

L’acquisto e l’assemblaggio di cacciabombardieri F-35 nello stabilimento che Lockheed Martin e Alenia stanno facendo costruire all’interno dell’aeroporto militare di Cameri, a pochi chilometri da Novara, costituiscono l’ennesimo spreco di soldi pubblici.

La ditta vicentina Maltauro, che ha vinto l’appalto per la costruzione dei capannoni dall’inizio del 2011, ha cominciato i lavori.

Mentre si tagliano spese sociali, sanità, pensioni, scuola, ecc. si spendono venti miliardi di euro per produrre strumenti di morte e distruzione (131 sono i cacciabombardieri che saranno acquistati dall’Italia).

Scarse saranno le ricadute occupazionali sul territorio; al contrario queste risorse saranno  sottratte ad altre attività socialmente utili che creerebbero posti di lavoro e benefici sociali (energie pulite e rinnovabili, servizi sociali, istruzione, ricerca, cultura, difesa del territorio, ecc).

Inderogabili ragioni morali contrarie alla guerra e a tutte le fabbriche di armi, unite alla pesante crisi economica, che viene fatta pagare ai cittadini (soprattutto ai ceti sociali più deboli) e tocca le tasche e la vita di tutti ci costringono a prendere una posizione chiara e decisa.

Per questo continuiamo un percorso di decisa critica pubblica al progetto e proponiamo una Manifestazione di carattere nazionale da tenersi a Novara nella giornata di sabato 12 novembre 2011.

Chiediamo l’apporto plurale di diverse realtà che concordino nel contrastare la costruzione e l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 (e il relativo spreco di almeno venti miliardi dei nostri soldi) e rivolgiamo un appello a tutte/i ad aderire e partecipare.

CONCENTRAMENTO ORE 14 PIAZZA GARIBALDI (stazione FFS)

MOVIMENTO NO F-35 NOVARA

Per adesioni: info[at]noeffe35.org > http://www.noeffe35.org.

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Legge bavaglio e blog

Il contenuto e le conseguenze del comma “ammazza blog”, previsto nel disegno di legge sulle intercettazioni, sono spiegati nel dettaglio nel post a Rete unificata che ho ripreso da Valigia Blu. Aggiungo alcune riflessioni mie.

Per chi si collegasse solo ora, comunque, preciso che con il comma in questione si intende introdurre l’obbligo di pubblicare, entro due giorni, tutte le richieste di rettifica che si ricevono (indipendentemente dalla loro fondatezza o dalla correttezza di quanto pubblicato), pena un’ammenda di 12.500 euro, importo che, scusate l’autocitazione, mi rovinerebbe alla prima infrazione.

Io posso controllare tutti i giorni i miei indirizzi di posta elettronica per sapere se ho ricevuto una richiesta di rettifica o no, ma mi capita anche di essere stanco, di ammalarmi, di andare in vacanza e stare qualche giorno senza internet; gestisco il blog da solo e non sono sicuro di potermi accorgere in tempo di ogni richiesta. Di più, dal momento che il materiale di un blog rimane online tendenzialmente all’infinito, mi inquieta molto l’idea di poter essere colpito da richieste di rettifica per cose scritte e pubblicate anni fa. L’obbligo di pubblicazione della rettifica, insomma (secondo me illegittimo: un blogger si limita a esprimere il proprio pensiero, una cosa che dovrebbe far parte, se ben ricordo, dei diritti fondamentali del cittadino), rischia di trasformarsi in una trappola con cui far fuori chi “rompe i coglioni”.

Anzi, a ben vedere la norma non minaccia neppure i “grandi rompicoglioni”, quelli che hanno al loro servizio vari collaboratori e sono online 24 ore al giorno. L’ammazza blog si limita a scoraggiare quella partecipazione diffusa che internet ha fin qui favorito. I potenti non sono tanto spaventati dall’idea che ci sia un Beppe Grillo che dalla Rete lancia i suoi strali contro di loro, neppure se Beppe Grillo è una macchina da guerra che ai suoi post può sommare i libri, i dvd, gli spettacoli e anche le liste civiche del Movimento 5 Stelle, ormai presenti in tutto il Paese.

Ai potenti il nemico singolo non interessa. Quello che proprio non accettano è il concetto di cittadinanza attiva, la possibilità di informazione “altra” rispetto a quella del regime, il fatto di poter raggiungere tanta gente e far circolare le proprie idee senza essere per forza “qualcuno”, politico, comico o giornalista famoso non importa. Si cerca di bloccare un’opportunità di demorazia e partecipazione, di soddisfare l’esigenza consueta di avere un popolo bue per poterlo governare a piacimento.

Ho più possibilità io di essere rovinato attraverso una rettifica non pubblicata in tempo (e non ho mai avuto nessun problema a pubblicarne una!) di quante non ne abbia un qualsiasi grosso nome della Rete. E questo anche se saranno loro a ricevere il maggior numero di richieste. Del resto, benché abbia più volte scritto lettere di fuoco a Berlusconi e altri signori, non è da loro che mi aspetto di essere “attaccato”. Internet consente di agire allo stesso tempo localmente e globalmente e io mi aspetto di dover avere a che fare con qualche signorotto di zona, qualche sindaco la cui “grande opera” o il cui provvedimento ho contestato, il piccolo imprenditore che ho accusato di aver voluto perseguire il proprio interesse contro quello comune.

Perché ci sarà sempre la possibilità di voler rettificare anche solo un’imprecisione, un termine che proprio non è andato giù, o magari il semplice desiderio di colpire un avversario attraverso un’arma “impropria”, ma legale.

L’altro giorno, una mia “amica di Facebook” diceva di aver provato l’impulso, sentendo la Santanchè in televisione, di gettare il pc dalla finestra, ma di non averlo fatto perché non se lo poteva permettere. Credo che la differenza tra le persone normali e i rappresentanti delle varie “caste” sia essenzialmente questa: noi non ci possiamo mai permettere niente, neppure di pagare 12.500 euro perché non ci siamo accorti di una richiesta di rettifica. Loro hanno stuoli di segretarie, passacarte, maggiordomi, non devono perdere tempo a lavare i piatti o pulire la casa, hanno a disposizione tutto il tempo e tutti i mezzi del mondo. Possono permettersi, se vogliono, anche di scagliare il proprio pc dalla finestra. Ma, a quanto pare, preferiscono spegnere il nostro.

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