
Oggi nel cantiere vicino a casa mia è stato tranciato un cavo elettrico e siamo rimasti senza luce più di due ore. Due ore senza elettricità, per gli standard occidentali, è un sacco di tempo. Ho avuto modo di pensare che la roba nel congelatore avrebbe potuto scongelarsi e che sarebbe stato un problema mettere a letto i bambini senza cartoni animati e senza lucettina “antififa”. Ho fatto in tempo a invidiare chi aveva ancora le finestre illuminate: l’ospedale, la pasticceria dall’altra parte della strada.
A un paio di isolati di distanza, tutto era normale: luce nelle case, nelle vetrine, insegne luminose e lampioni che iniziavano ad accendersi a causa della sera e della pioggia. Per quanto certi raffronti valgano quello che valgono, mi è venuto in mente chi ha tutto e chi non ce l’ha. Mi è venuto in mente che ci sono posti in cui un black-out di due ore non è un’enormità, ma la prassi quotidiana. Posti in cui ci si confronta un giorno dopo l’altro con disagi – e pericoli – che in occidente giudicheremmo straordinari, se non addirittura intollerabili.
Ho pensato a una poesia che ho scritto qualche anno fa – non necessariamente una bella poesia – in seguito a una riflessione balneare, nata cioè in un contesto vacanziero, sulle spiagge dello Ionio, forse al passaggio di un aereo militare. La nostra indifferenza trova normale che “calamità” come la guerra colpiscano sempre gli stessi popoli: «chi c’è abituato, / chi non ce l’ha la casa; / porti con sé in malora / chi al treno gli finiscono i binari, / chi non ha l’acqua e cosa resta a fare». Ho pensato alla testimonianza dalla Palestina, ripubblicata sul manifesto di oggi, di Rachel Corrie, attivista americana dell’International Solidarity Movement (ISM), assassinata all’età di 23 anni da un bulldozer dell’esercito israeliano il 16 marzo del 2003, mentre cercava d’impedire la demolizione delle abitazioni palestinesi a Gaza, al confine con l’Egitto, frapponendosi con il proprio corpo, armata soltanto di un megafono.
Anche Rachel, in una lettera dalla Palestina scritta due settimane dopo il suo arrivo, metteva a confronto i luoghi in cui morire è “normale” e quelli in cui i bambini, di solito, «non hanno i genitori uccisi e qualche volta vanno a vedere l’oceano».
«Ma quando tu hai visto l’oceano, vissuto in un posto tranquillo dove l’acqua è un bene scontato e non rubata di notte dai bulldozer, e quando hai passato una notte in cui non ti sei meravigliato che le pareti della tua casa non siano crollate svegliandoti dal sonno, e quando hai incontrato gente che non ha perso nessuno, quando hai sperimentato la realtà di un mondo che non è circondato da torri di morte, carri armati, insediamenti armati e ora da una gigantesca parete metallica, mi chiedo se puoi perdonare il mondo per tutti gli anni della tua infanzia spesa esistendo – solo esistendo – in resistenza al costante strangolamento da parte della quarta più grande potenza mondiale, sostenuta dall’unica superpotenza mondiale, nel suo sforzo di cancellarti dalla tua casa».
Con queste parole, rubate al giornale di oggi, voglio ricordare Rachel, a un giorno di distanza dalla sentenza del tribunale israeliano di Haifa che ha respinto il ricorso della famiglia Corrie, assolvendo l’esercito di Israele e l’autista del bulldozer da qualsiasi accusa di negligenza o peggio. Si tratterebbe, secondo il giudice Oded Gershon, di «uno spiacevole incidente», determinato per di più dal comportamento della vittima che avrebbe potuto allontanarsi dalla zona «come ogni persona di buonsenso» e che «si mise da sola in una situazione pericolosa».
Avrebbe potuto. E invece era lì, disposta a opporre la propria vita a chi non rispetta la vita. Avrebbe potuto scegliere il «buonsenso», magari tornandosene a casa, allo stesso modo in cui, qualche anno più tardi, sarebbe potuto tornare Vittorio, anche lui volontario dell’ISM, dopo aver sfidato le bombe del «Piombo Fuso». Eppure hanno scelto di restare.
Più o meno nelle stesse ore in cui veniva pronunciata la sentenza della corte israeliana, la Striscia di Gaza è stata vittima di nuovi bombardamenti. Leggi la testimonianza di Rosa Schiano, attivista per i diritti umani attualmente presente a Gaza.
>>> In formato pdf il testo della mia poesia. L’ho citata e devo allegarla ma, in coscienza, esiste di meglio.
>>> Scarica e diffondi il volantino dell’ISM Italia.