E così sono 7 anni di blog. In attesa di riprenderlo un po’ sul serio, accetto eventuali auguri.
Qui sotto.
E così sono 7 anni di blog. In attesa di riprenderlo un po’ sul serio, accetto eventuali auguri.
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Di fronte alle conseguenze ambientali delle attività produttive umane, dei consumi, alla continua devastazione e occupazione di spazi naturali, ci troviamo spesso inconsapevolmente indifferenti.
Eppure siamo, per molti versi, attaccati alla vita, affezionati ad altre persone, intenzionati a garantire il meglio (almeno) ai nostri figli. Siamo spesso disposti a convincerci che determinate condotte alimentari, sportive, certi stili di vita debbano essere seguiti al fine di preservarci in salute, rasentando talvolta il retropensiero di peter essere eterni.
Ciò nonostante, accettiamo, forse perché convinti di non poter farci nulla:
1) il cibo spazzatura;
2) una pessima qualità dell’aria;
3) la contaminazione dei suoli, compresi i terreni agricoli e quelli adibiti a uso residenziale;
4) l’impiego di prodotti tossici nel confezionamento e nella colorazione di vestiti (anche per bambini), giocattoli e alimenti;
5) l’onnipresenza delle onde elettromagnetiche derivanti dall’uso quotidiano del wi fi e della telefonia mobile.
Analizzando uno per uno i punti di questo elenco incompleto, possiamo dedurre che non tutte le voci hanno la stessa rilevanza e – in alcuni casi – non sono al cento per cento sottratte alla nostra possibilità di intervento.
Ritengo ovvio, tuttavia, che alle azioni di “autodifesa” occorre affiancare la pressione e la lotta su chi realmente conta – aziende, politica, altri poteri – in una prospettiva che è e dev’essere sociale, economica e politica. È il modello vigente, che non funziona, innanzitutto quello economico, al quale però tutta la politica parlamentare è uniformata.
Per questo non posso proprio sopportare le lodi di Renzi o il rimpianto che non sia passata la linea – più di sinistra – di Civati, o chi per lui. Tutte le forze politiche presenti in Parlamento – in gran parte anche il Movimento 5 Stelle – sono sottomesse all’ideologia del mercato, responsabile dello sfacelo, in primo luogo umano e ambientale, cui stiamo andando incontro, e le ricette proposte per uscire dalla crisi economica costituiscono un piede fieramente pigiato sull’acceleratore della devastazione e dell’avvelenamento.
Della Terra, e nostro. Il che fa di noi dei condannati. Almeno finché non prenderemo in considerazione l’idea di cambiar strada. Alle elezioni, naturalmente, e dal basso – com’è di moda dire – nella nostra vita quotidiana. Senza buonismi o autoindulgenze, che la situazione è grave.

Stavo per ricominciare a scrivere un articolo alla vecchia maniera. Un po’ di sdegno, qualche dato, ecco fatto. Non ci sono riuscito. Ma vi rendete conto della situazione?
Voi che v’indignate perché Berlusconi non è uscito di scena. Voi che sperate, o avete sperato, persino in Renzi. Voi che parlate, in pieno golpe, delle preferenze nella scheda elettorale e non v’importa che al Parlamento siano tolte prerogative e poteri, perché bisogna risparmiare, e meglio lì che altrove (tanto fanno schifo tutti, ecc ecc. Tutto il potere a uno solo, allora?). Voi, vi rendete conto della situazione?
Io ho due figli. Che tengo tutto l’anno esposti ai fumi dell’acciaieria locale, a quelli del traffico, dei camini, nella piccola Aosta, cittadina incassata tra montagna e montagna (perciò il fumo ristagna).
Ho due figli piccoli. Ai quali continuo a dar da mangiare i prodotti che acquisto al supermercato. Nel Paese della terra dei fuochi. Ai quali, quando l’estate siamo a Mesagne (Brindisi), la città natale di mia moglie, do da mangiare la verdura delle campagne vicine. Salvo leggere oggi che alcuni imprenditori mesagnesi avrebbero contribuito a impastare i terreni del brindisino con i fanghi del drenaggio del porto di Taranto.
Io non ce la faccio a ricapitolare, mettere insieme i dati, a informare. Viene meno la concentrazione, la voglia. Troppe sono le aggressioni subite. Quando compro un vestito, quando compro un giocattolo, ho sempre paura che i coloranti usati siano tossici. Il recente allarme di Greenpeace sulle sostanze presenti nei vestiti per bambini mi ha gelato il sangue.
Vien voglia di gettare la spugna. Ma ho due bambini. Qualcosa bisognerà fare.
>>> L’immagine è di Lara Cavagnino.

Ne succedono troppe per tacere. Io mi sono preso un sacco di tempo, tempo in cui il blog è stato fermo, tempo in cui non sono riuscito a mettere ordine nella confusione, nelle mille faccende, nei dati che affluiscono rapidi alla mente, sempre troppi, sempre in massa.
Ma ne succedono troppe per tacere.
Questo blog non è autorevole, non è una voce ascoltata. Questo blog raggiungeva poche e oggi raggiunge pochissime persone. Soprattutto, non ho più la libertà che avevo fino a qualche anno fa di gestire il mio tempo, perciò pubblico poco.
Ma ne succedono troppe per tacere.
È dunque un prossimamente? Mettiamola così. Date un’occhiata ogni tanto, e prima o poi sarà la volta buona. Io mi sto concentrando su un paio di buone iniziative – tanto per tenere alto il morale – e su cose meno belle: la qualità dell’aria che respiriamo, del cibo che mangiamo, dell’acqua che beviamo, ad esempio.
Ho deciso di lottare attraverso i miei versi, ma la poesia non è sufficiente, se si desidera lanciare iniziative, e soprattutto portare dati. Vedremo che cosa verrà fuori.
Ah, e come genitore sono rimasto profondamente colpito da questo rapporto di Greenpeace sui vestiti che mettiamo addosso ai nostri bambini.
Ne succedono troppe, e impegnarsi per inventare una via d’uscita è sempre più necessario.
È morto Nelson Mandela.

Basta un libro di storia del ‘900, non ci vuole la Treccani.
La guerra è guerra fra poveri. I contadini e i piccoli artigiani arruolati negli eserciti del primo conflitto mondiale non sapevano dove fossero Trento e Trieste, oppure l’Alsazia-Lorena, ma sapevano che «lo straniero» era il «maledetto straniero», che «ci» odiava, che non doveva «passare».
Sapeva, perché glielo avevano detto a scuola, al militare, perché lo ripetevano il capo del governo, il sindaco e il padrone della fabbrica (di armi, magari, o di automezzi), che «noi» eravamo, che noi siamo meglio di «loro». Ed è sempre così facile trovare un «loro» da contrapporre al «noi».
La guerra è guerra fra poveri. Negli inutili assalti alla trincea nemica (correre con la baionetta innestata sotto il fuoco della mitragliatrice) come per strada. La guerra è tra poveri: quelli italiani, occidentali, nostrani, e quelli immigrati, stranieri, non più umani, derubricati a semplici «clandestini».
Aumenta il livello di razzismo nella nostra società, man mano che la crisi avanza. La crisi avanza apposta.
«Non è razzismo, per carità, è che loro…».
Per carità.
E invece va sopita l’altra guerra, quella verticale, quella tra ricchi e poveri (e non viceversa, ché l’iniziativa è prerogativa dei piani superiori), quella tra l’imprenditore che delocalizza o distrugge le garanzie e i diritti, e l’operaio, l’impiegato, il piccolo imprenditore che, invece di coalizzarsi con chi si trava nella stessa condizione, pensa a fare le scarpe a qualcun altro.
Pensa a togliere le tutele anche a chi ce le ha ancora, invece che reclamarle per tutti.
Pensa a linciare il «diverso», invece di fare la rivoluzione.
La guerra orizzontale è consentita, favorita, cercata da chi comanda, come antidoto all’altra, quella verticale, più naturale, più utile. Meno cretina.
Sia detto con tutta la nonviolenza possibile.