Giovedì, Aprile 03, 2008

Il sottomarino giallo

  FINO AL 4 MAGGIO!
 
 Ho approfittato
della settimana della cultura (cinema e musei gratis e varie iniziative fino a lunedì 31) e sono andato al Museo archeologico di Aosta, a vedere la mostra «Arrivano i Beatles. Storie di una generazione» (dal 9 dicembre al 4 maggio: a meno di proroghe è quasi finita). Anche se non sono mai stato esattamente un patito del gruppo, ricordo che quando ho deciso di abbandonare Bimbo Mix e le canzoni dei cartoni animati per qualcosa di più “adulto” mia mamma mi ha portato in un negozio di musica, dove ho acquistato una cassetta dalla copertina verde, intitolata (se non sbaglio) A collection of oldies, e contenente i primi successi dei Beatles. Che in un certo senso, quindi, sono stati il mio primo incontro con il rock e forse persino una specie di rito di passaggio.
 
 La mostra è bella e la consiglio a tutt*. Fra l’altro, si tratta anche di un salto nel passato recente, in pieno mito anni ’60, agli albori della società dell’immagine, un percorso guidato da oggetti dell’epoca, fotografie, filmati…
 
 Cominciamo con le «curiosità»: i Beatles in numeri, dalle 18 canzoni che hanno un nome di donna nel titolo ai 24 «yeah» gridati in She loves you, ai 3 miliardi e 740 milioni di persone nate dopo lo scioglimento del gruppo, passando per 42 dischi d’oro, 60 milioni e mezzo di voci su Google (un milione e 800 mila i risultati solo in italiano). Secondo punto, il costume: la pettinatura alla Beatles, suggerita alla formazione da Astrid Kirchten, artista tedesca legata a Stuart Sutcliffe, primo bassista del gruppo. Ci troviamo proiettati in un mondo che sembra lontano anni luce, con una copertina della Domenica del Corriere (anno 1964, tavola a colori di Walter Molino ambientata in un salone da barbiere): «Rapati dai genitori i fans dei Beatles», s’intitola. A Melbourne, informa, a seguito di una «sfrenata manifestazione d’isterismo collettivo» costata il ferimento di 150 ragazzi, alcuni genitori, «dopo aver sculacciato a dovere i propri figli, li hanno trascinati dai parrucchieri e, legati i più recalcitranti alle sedie, li hanno fatti “tosare” eliminando così quelle orribili capigliature con le frangette “alla Beatles”». Poco più in là, i quattro «zazzeruti» (così li definiscono i giornali italiani) fanno la loro figura al «simposio dei calvi londinesi» dove sono stati invitati a suonare, a prescindere dall’abbondanza delle loro capigliature. E l’abbondanza è il filo conduttore dell’intera mostra, tentativo di restituire la «Beatlemania» che fu: un numero impressionante di copertine e dischi originali, banconote con la faccia dei quattro (dollari, ma anche euro), francobolli, tantissime foto e poi gli scrapbooks, album fotografici sui Beatles, artigianali alcuni, composti di ritagli di giornale, altri “ufficiali”, pubblicati per essere venduti…

 
«Come avete trovato l’America?»
 «A sinistra dopo la Groenlandia» (John, 1964)

 
 C’è il video della trasmissione americana Ed’ Sullivan Show, ospiti i Beatles, puntata dell’8 febbraio ’64, seguita da 73 milioni di telespettatori Usa, inframmezzata dalla pubblicità del preparato per pizze e torte, delle compresse per il mal di testa. I Beatles cominciano con Twist and Shout, bellini, tranquilli, colle chitarre e le vocettine pulite, la cravatta e i coretti, l’inchino dopo ogni canzone e il pubblico in delirio: ragazze giovanissime li seguono a ritmo, cantano e gridano.
 
 
Continua la «Beatlemania»: nelle teche scarpe, spille, astucci, taccuini, scotch, fibbie, cappellini, portachiavi, libri, cuscini, adesivi, matrioske, satuine, puzzle, piatti, fiammiferi, gomme da masticare, valigette di latta, bicchieri, teiere, tazze, vassoi, carte da gioco, tutto con la faccia o l’effigie dei quattro, lettere d’amore pubblicate, pagine di giornale, biglietti di concerti… I Beatles risollevano da soli l’economia inglese: Londra diventa la capitale della «Beatlemania», richiamando moltissimi turisti che vogliono vestire come loro, sfoggiare la loro pettinatura, ballare la loro musica. Nel 1965 la regina in persona ringrazia i quattro musicisti nominandoli baronetti.
 
 Continuo il giro, m’imbatto nel tour italiano (Milano, Genova, Roma): The Beatles con Peppino di Capri MILANO – Velodromo Vigorelli 24 giugno ore 16 e ore 21.15 presentati da Leo W. Poi manifesti di tutto il mondo, moltissime riviste, biografie, guide, spartiti: Help! tradotta in Se non mi aiuti tu, testo italiano di Mogol. E ancora: vestiti, magliette, picture disk, un vinile con immagini in 3D e gli occhialetti, fumetti, giradischi portatili, portadischi, cartoni animati, audiocassette, un oblò dal quale si osserva un sottomarino giallo luminoso, cravatte, la pubblicità del sandwich Submarino amarillo (da Pizza Kingmucho más que pizza!), un disco d’oro per le oltre 500.000 copie dell’album The Beatles 1967-1970.
 
 
Passo sulle strisce pedonali in Abbey Road e mi vedo riflesso nello specchio (deformante) assieme ai Beatles. Sono decisamente più alto. Ecco la copertina di The Abbey Road EP dei Red Hot Chili Peppers, che attraversano la strada nudi, con la parte davanti infilata in un calzino bianco. Ecco le foto dell’India, la leggenda della morte di Paul McCartney, un teatrino delle marionette, infine, e la scritta: «Go to Saint Bénin and visit Pepperland!» [Vai al Saint Bénin e visita Pepperland!]
 
 Il priorato Saint Bénin, dice la targa in francese, nacque nel 1596 come collegio e fu la «culla intellettuale della maggior parte dei valdostani che hanno lasciato tracce durevoli nella storia del Paese di Aosta». Oggi questo «monumento medievaleggiante, dalle linee scure e armoniose, aureolate di prestigio» ospita esposizioni in coppia con il Museo archeologico. Se nella prima parte Arrivano i Beatles si concentra sugli aspetti dell’epopea legati a musica e costume, al Saint Bénin è di scena il cinema, con foto originali e manifesti. Sono presenti i film dei Beatles, i film in cui recita Ringo Starr, i film ai quali i Beatles avrebbero dovuto partecipare, ma poi non se ne fece più niente. Ricordiamo, in particolare:
 
 A Hard Day’s Night (Tutti per uno), 1964;
 
 Help! (Aiuto!), 1965;

 Come ho vinto la guerra, 1967;
 
 Yellow Submarine, «film d’animazione simbolo del ‘68»;

 Let it be, 1969-’70 (esce insieme all’omonimo disco, quando il gruppo si è già sciolto da un mese. «Fu il documentario del nostro scioglimento», commentò McCartney).
 
 
Ammetto di non aver fatto una gran cronaca, ma non sono un esperto. Consiglio invece di vedere la mostra; c’è tempo fino al 4 maggio. A questo proposito, mi scuso per le anticipazioni (e anche per il disegno del sottomarino giallo). Dal momento che ho rotto la macchina fotografica (mi è rimasto incastrato l’obiettivo, non esce più), vi regalo questa meraviglia, che ho realizzato con… Word, il tipico programma di grafica! Le altre due illustrazioni dell’articolo rappresentano fronte e retro del biglietto d’ingresso, passati allo scanner per voi. Insomma: ci si aggiusta come si può, clemenza nei commenti!

Inviato da mariobadino (piccolo spazio pubblicità) :: Commenti (0) :: Permalink :: Trackback (0)
Questo articolo è stato letto 75 volte

Aggiungi un commento

Argomento

Testo

Il tuo nome

Your email address

Il tuo sito (se ne hai uno)


authimage