18.02.08
Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah - Collezione Gianfranco Moscati
Se siete in zona, andate a vederla.
Fino al 22 febbraio il Liceo classico di Aosta
ospita la
Collezione Gianfranco Moscati, Documenti e immagini dalla
persecuzione alla Shoah. Il percorso della mostra – piuttosto estesa e
ricchissima di materiali autentici (dalla cartolina di propaganda antisemita
alla stella di David di stoffa, strappata al vestito che la portava) – è
introdotto da un pannello che presenta «i ricordi dei testimoni sopravvissuti»
come «l’unico momento da opporre all’oblio, affinché la Memoria della Shoah non
perda la sua valenza umana e non rimanga solo un fatto fra i tanti sugli
scaffali polverosi delle biblioteche». Tra gli oggetti esposti, la prima pagina
del Messaggero dell’11 novembre 1938 (XVII anno dell’era fascista), che titola:
Deliberazioni del Consiglio dei Ministri – Le leggi per la difesa della razza.
L’effetto è tutto un altro, rispetto ai libri di scuola: migliaia di persone,
un giorno d’autunno di 70 anni fa, hanno letto quel titolo e i relativi
articoli, che presentavano come una cosa normale – magari anche una decisione
storica, ma dopotutto una cosa normale – l’orrore assoluto della persecuzione
razziale. Basti scorrere il sommario: Proibizione dei matrimoni misti –
Trattamento giuridico degli ebrei in Italia – Limitazione di attività e diritti
– Enti che non possono avere ebrei alle proprie dipendenze – Divieto agli ebrei
di avere domestici ariani – Coordinamento delle norme scolastiche: solerte, il
giornalista si sforza di spiegare al bravo cittadino fascista, seduto magari al
tavolo di un caffè, le ultime decisioni del governo. Accanto al titolo, un
ritratto di Sua Maestà ricorda il «genetliaco» del «Re Imperatore».
«Per arrivare ai nostri cuori
distratti», dice il pannello iniziale, «occorre creare un ricordo che sia
contatto diretto con le cose di tutti i giorni, quelle semplici che ci
accomunano». Quale oggetto è più quotidiano del giornale?
Più avanti, la carta
d’identità di una signora belga reca il timbro rosso bilingue “Juif-Jood”,
“ebreo” in francese e fiammingo. Segue una stella gialla di stoffa, quindi la
lettera di un professionista, commentata nell’italiano neutro, preciso, tipico dei
cartellini delle mostre: «nei paesi occupati dai nazisti i titolari di imprese,
se ebrei, dovevano specificarlo su tutta la propria corrispondenza». Qualche
passo e siamo nella Francia occupata: in una foto di classe insegnanti e alunne
esibiscono la stella di David sull’uniforme. Un fumetto di propaganda
antisemita si conclude con l’invito: «Adhérez pour une liquidation définitive
des questions juives» («Aderite per una liquidazione definitiva delle questioni
ebraiche»). Quello che segue è il delirante soggetto della storia.
Arrivato cent’anni prima dal suo ghetto
natale, l’ebreo pidocchioso invade la
Francia, si arricchisce a spese degli autoctoni, si butta in
politica e divide i francesi; diventa potente e spinge il Paese alla guerra
(«Pour la dignité humaine!», proclama, di fronte allo Stato maggiore
dell’esercito). Durante la guerra, s’imbosca mentre i «veri» francesi si fanno
ammazzare ed esporta in America i capitali della nazione. Alla fine la Francia è sconfitta e
l’ebreo organizza il mercato nero, sabota nell’ombra la politica del
Maresciallo Pétain, finché le nuove leggi lo estromettono dalla comunità.
Finalmente la Francia può rialzarsi e i francesi possono vivere pacificamente fra loro nella
riconciliazione nazionale.
Spesso le mostre sulla persecuzione
degli ebrei durante il nazismo si concentrano sull’universo Lager.
La prima
parte della Collezione Moscati, invece, rende l’idea di ciò che dovette
significare la propaganda antisemita, una tecnica di controllo della società in
grado di modificare la percezione della realtà. Una cartolina commemorativa del
Patto d’Acciaio tra Germania e Italia reca senz’alcun imbarazzo il motto «PACE
CIVILTÀ LAVORO». Un cartello affisso sulla porta di un ambulatorio medico a
Vienna nega prestazioni agli ebrei: «FÜR JUDEN KEINE ORDINATION». Scopro che
gli uomini ebrei dovevano obbligatoriamente apporre al loro nome il prenome
ebraico Israel, le donne Sara. Germania: un falso biglietto ferroviario porta
stampata la scritta «Treno espresso – Valido da tutte le stazioni tedesche per
Gerusalemme – Andata senza mai ritorno – III classe (00,00 M)». Una foto mostra
degli alberi e in primo piano il cartello «Nei nostri boschi gli ebrei non sono
graditi». Seguono le locandine di due pellicole di propaganda razzista: Der
ewige Jude (L’eterno ebreo) e Jud Süss (Süss l’ebreo), voluto nel 1940 da
Goebbels.
Probabilmente non era consentito fare
fotografie all’interno dell’esposizione, ma ho pensato che non ci dovrebbero
essere problemi di diritto d’autore almeno sui manifesti comunali. Così ne ho
immortalato uno del Municipio di Pesaro, illustrazione di testa di questo
articolo. Argomento della locandina è la «DENUNCIA dell’appartenenza alla razza
ebraica». «Il commissario prefettizio», indica il manifesto, «visto il R.D. 17
novembre 1938 – XVII n. 1728 avverte che l’appartenenza alla razza ebraica deve
essere denunziata ed annotata nei registri dello Stato Civile e della
popolazione e che tutti gli estratti dei precedenti registri ed i certificati
relativi, che riguardano appartenenti alla razza ebraica, devono fare espressa
menzione di tale annotazione, come uguale menzione deve farsi negli atti
relativi a concessioni e autorizzazioni della pubblica Autorità».
Un senso d’incredulità e di orrore
produce l’editoriale de La
Difesa della Razza (V, 16 26/06/1942-XX) che, in piena guerra
mondiale se ne esce con l’esclamazione che, grazie alle misure di lavoro coatto
loro destinate, finalmente gli ebrei lavorano! Prima, dice la rivista, si
riposavano beati, perché lo Stato aveva loro vietato quasi tutte le attività e,
non potendo servire nell’esercito, non potevano neppure combattere. Ora,
finalmente, lavorano. Non come gli ariani, ovviamente, ma lavorano. Milano, 14
ottobre 1943: Ordine di presentazione per il servizio di lavoro obbligatorio
per gli ebrei inviato a Gianfranco Moscati al compimento della maggiore età.
1944, Lombardia occupata: anche un gioco
da tavola può trasformarsi in strumento di propaganda. Ecco Il gioco delle tre
oche: avanzando di casella in casella, il concorrente dovrà raggiungere quella
finale, denominata «Ordine nuovo». Chi capita sulla casella occupata dal
faccione di Stalin retrocede, chi trova «W la Germania!» suppongo vada
avanti. Le tre oche rappresentano gli Stati uniti, la Gran Bretagna e
l’Unione sovietica. Anche nella Svizzera neutrale, intanto, compaiono volantini
antisemiti. Nel Canton Ticino, un foglio reca scritto «Difendete la razza –
Proteggete la stirpe – Rivendicate i diritti – Cacciate gli ebrei». E anche in
Svizzera sui documenti dei cittadini ebrei compare la “J” di “Jude-Juif”.
Poco conosciuta è forse la storia dei
campi d’internamento per ebrei in Italia, spesso ricavati all’interno di
strutture fatiscenti. La seconda sala della mostra si apre con quello di
Ferramonti di Tarsia, situato in una zona allora malarica della provincia di
Cosenza.
Il campo rimase aperto dal 20 giugno del ’40 al 14 settembre 1943,
quando fu liberato dagli inglesi. Sono esposte alcune lettere (la
corrispondenza dei prigionieri), disegni di bambini, una fascia di tessuto
colorato per celebrare la «Festa di primavera», il 23 marzo 1941 (XIX). Il
campo di Ferramonti non era un Lager: c’erano una scuola e una sinagoga e si
celebravano i matrimoni. Dalla sezione dedicata ai campi italiani, si passa ai
ghetti europei, con i disegni dei bambini di Terezienstadt. È incredibile, mi
dico, come appaiano colorati, in quella che per me è in assoluto l’epoca
più in bianco e nero della Storia. Ormai si sta facendo tardi e la mostra è
ancora lunga. Mi faccio strada tra i ghetti polacchi, dove nel ’39 furono
rinchiusi tre milioni di ebrei. Osservo una cartolina illustrata che ritrae
alcuni bambini del ghetto di Lodz. Alcuni ragazzi con la stella di David gialla
cucita sugli abiti sono intenti a contendersi il cibo, per terra: sembra di
assistere a una partita di rugby. Mi riprometto di tornare, restano ancora da
vedere altre sezioni: Campi di concentramento, Sopravvissuti, I giusti,
Gioventù trucidata; questi sono i titoli. E infine (territorio poco battuto
anche questo) la
Partecipazione ebraica alla resistenza in Italia (con la
biografia e i nomi dei partigiani).
La mostra resta aperta fino al 22
febbraio, ad Aosta, presso il Liceo classico (Via dei Cappuccini, 2). Orario d'apertura: dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 17.30; il sabato dalle ore 8.30 alle 13.30.
Come indicato sopra, solo la prima foto di questo articolo è tratta dalla mostra. Le altre ritraggono alcuni particolari del campo di detenzione nazista di Terezienstadt, vicino a Praga. Questo articolo è stato letto 120 volte





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