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Tcheu son ya - Storia di un esodo dimenticato

mariobadino | 15 Febbraio, 2008 15:40

 La Valgrisenche (Aosta)Tcheu son ya. Chissà che vuol dire: sembra una lingua esotica. Poi scopro che si tratta del dialetto della mia regione, il patois, il franco-provenzale. Significa «se ne sono andati tutti». Tcheu son ya è il titolo di un film girato da un giovane regista bresciano, Davide Vanni, che ha conosciuto la Valgrisenche qualche anno fa (vi ha fatto il pastore, d’estate, per tre mesi) e vi è tornato per filmarne la storia. Proiezione all’espace populaire di Aosta, presenti il regista e il sindaco di Valgrisenche, Piergiorgio Barrel.
 
 Un passo indietro, al 1959, appena qualche anno dopo la fine della guerra. Una diga taglia in due la Valgrisenche, costringendo la popolazione che vive a monte della parete di cemento ad andarsene. Sevey, Beauregard, Supleun, Fornet, Chapuis, Uselières, Surrier: 7 villaggi saranno sommersi dal lago artificiale generato dalla diga, 150 persone dovranno abbandonare le loro case. In cambio, sarà prodotta elettricità, per consentire la rinascita italiana del secondo dopoguerra. «Fino all’ultimo minuto, la gente non voleva andarsene», racconta il sindaco Barrel. «Restava a osservare le cose che aveva, case, terreni, sommerse dall’acqua». «Una volta si nasceva, si viveva e si moriva nello stesso posto».
 
 
Tcheu son ya restituisce il sapore di un mondo che non c’è più, ripercorre le vicende degli antichi protagonisti della costruzione della diga e degli abitanti costretti a emigrare in altri comuni della Valle d’Aosta. Pone l’accento sul sopruso perpetrato dall’autorità (statale) e dall’interesse (economico) su una comunità che vive nella vallata a partire (se ricordo giusto) dal XII secolo.La diga di Valgrisenche (Aosta) Ma la voce dei protagonisti (gli ultimi rimasti, oppure i loro discendenti), volutamente in dialetto (sottotitolata in italiano), più che dell’accusa ha il tono della rassegnazione, della nostalgia. Erano anni che si sentiva parlare della costruzione di un lago artificiale, ormai la gente non ci pensava più. I primi rilievi dell’Ansaldo erano stati effettuati nel 1935. Nessuno si era degnato di spiegare agli abitanti che cosa sarebbe stato di loro. Ma a partire dal ‘52 fu necessario abbandonare i villaggi.
 
 Oggi la diga di Valgrisenche è utilizzata per un decimo della sua capacità: dopo la tragedia del Vajont, il bacino è stato rapidamente svuotato, facendo calare il livello di un metro al giorno per venti giorni, perché si temeva per la stabilità del terreno. In questa maniera è stato scongiurato il pericolo di un nuovo disastro, ma oggi la popolazione della Valgrisenche si chiede che cosa fare per attenuare l’impatto del muro di cemento che taglia in due la valle. «Si è pensato di abbassare il muro», spiega Barrel, «tagliandone la sommità, e di risistemare la zona a monte creando un lago con finalità turistiche». Lavori per centinaia di milioni, ma la Valgrisenche ha sofferto abbastanza la presenza della diga e ora cerca soluzioni per il proprio futuro.
 
 
Clicca per allargare l'immagineAl di là dell’aspetto politico, del documentario ho apprezzato soprattutto le immagini, la capacità di Davide Vanni di ridestare le atmosfere di un mondo perduto. Ho pensato ai libri di Mauro Corona, all’interno dei quali lo scrittore-alpinista-scultore descrive il mondo lontano della sua infanzia, i mestieri di allora, la vita dura, ma vera, prima della tragedia del Vajont.
 

 
 
Sono andato a Valgrisenche apposta per le foto. Quella grande mostra la vallata inquadrata in maniera da escludere la diga e dà l’idea di ciò che doveva essere il panorama di questa zona prima dello scempio. La seconda foto mostra il muro di cemento, che taglia in due la valle. Qui accanto, se volete, trovate un piccolo “collage”. Cliccateci sopra per vederlo nelle sue dimensioni reali.

Commenti

sembra un bel film

Ivan | 20/02/2008, 17:32

Da vedere ! Me lo sono perso.
Chissà se qualcuno me lo presta ....

Re: Tcheu son ya - Storia di un esodo dimenticato

Mario | 20/02/2008, 19:28

Io credo che lo abbiano all'espace populaire. Se c'è un gruppo di persone interessate lo dica, così si organizza una serata.

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