Una petizione per Pino Masciari

 Mi permetto di copiare e incollare il testo della petizione on line in favore di Pino Masciari, imprenditore calabrese che da 11 anni "sconta" la sua decisione di non piegarsi al racket della 'ndrangheta e di aver fatto arrestare alcuni appartenenti all'organizzazione criminale attraverso la denuncia. Oggi Pino Masciari ha lasciato il Programma speciale di Protezione ed è tornato a vivere in Calabria senza scorta, come atto di protesta contro il «silenzio dei fatti» delle istituzioni che a tutt'oggi non hanno saputo garantire a lui e alla sua famiglia, il ritorno a una vita normale. Per informarsi e per aiutare Pino Masciari il suo sito. È anche possibile firmare la petizione on line, indirizzata al vecchio governo ma (a quanto credo) automaticamente reindirizzata a quello nuovo.
 
 Pino Masciari è un imprenditore calabrese che non si è piegato al racket, che ha denunciato, fatto arrestare e condannare decine di appartenenti alla `ndrangheta.
 
 La sua storia, a riflettori spenti, va avanti da ben 11 anni: da quando, nel 1997, fu sottoposto a un Programma Speciale di Protezione, insieme a sua moglie Marisa e ai suoi due bambini.
 
 Rientrare in “un Programma Speciale di Protezione” e diventare “testimone di giustizia” significa lasciare la propria terra per trasferirsi in una località protetta, incognita e isolata; significa essere privati del diritto di lavorare e ricevere dunque un sussidio statale; significa stare sotto scorta e sforzarsi di vivere il più possibile nell’ombra.  (Continua)

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Costruire un tessuto di resistenza democratica - incontro con Luigi De Magistris

 Luigi De Magistris all'espace populaireÈ venuto a portare un messaggio di speranza il magistrato Luigi De Magistris, lunedì sera all’espace populaire di Aosta. Una speranza che deriva dalla mobilitazione dei cittadini della Calabria, dalla qualità degli interventi in occasione degli incontri in giro per l’Italia, i migliori dei quali sono avvenuti nelle realtà più degradate. È la speranza di costruire un tessuto di resistenza democratica, di vigilanza, perché la Costituzione repubblicana è a rischio, soprattutto per quanto riguarda la libertà d’informazione (garantita dall’articolo 21) e l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Se questi diritti fossero toccati il Paese potrebbe cadere in una situazione senza uscita. Solo attraverso la conoscenza e la cultura sarà possibile invece cambiarlo in meglio. Oggi esiste un atteggiamento aggressivo del potere nei confronti di «una certa informazione» e «una certa magistratura», ma il problema è che bisogna parlare di «una certa» componente dell’informazione e della magistratura, perché c’è un’altra parte che è allineata. Ogni magistrato dovrebbe tenere d’occhio, con molta umiltà, l’articolo 3 della Costituzione, che dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. La legge e il suo rigore devono essere gli stessi per tutti.
 
 De Magistris parla di come la criminalità è evoluta nel corso degli ultimi anni. Tra il ’92 e il ’93, con Tangentopoli, si è avuta un’occasione storica per farla finita con il sistema della corruzione. L’occasione è stata mancata, tanto che oggi la situazione è peggiore di prima, perché ora il sistema di pagamento di illeciti è cambiato e non si fonda più sui contanti, ma sulle partecipazioni, sull’offerta di lavoro. È nata in questo modo una vera e propria emergenza democratica, perché questo tipo di corruzione favorisce il controllo del voto. Negli ultimi anni, la criminalità organizzata ha abbandonato la strategia dinamitarda, ciò che deriva da un rafforzamento delle mafie, che non hanno più bisogno del «colpo militare», perché si sentono sicure: la criminalità organizzata è penetrata nelle istituzioni. Parte della magistratura, dal canto suo, si è avvicinata al sistema, al potere. È un quadro a tinte fosche, ma ci sono alcuni elementi positivi, ad esempio una consapevolezza più diffusa di una volta tanto circa il problema, quanto al riguardo dei diritti del cittadino. Questa conoscenza produrrà un cambiamento forte, che in gran parte verrà dal basso.  (Continua)

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Camminante - Comunicazione di servizio

 Le strade son fatte d'asfalto e dei passi che le hanno solcateChe cos'è Camminante è scritto qua. Con l'arrivo della primavera (tra un po' siamo in estate, è vero, però solo da qualche giorno s'è deciso a fare finalmente bello) conto di arricchire l'archivio delle passeggiate. Nei prossimi giorni, poi, penso d'inserire nuovo materiale nella Biblioteca di Babele (materiale, lo ricordo, interamente scaricabile aggratis, fatte salve tre condizioni: dire chi è l'autore, non avere scopi commerciali, non modificarlo), perché credo che, con i tempi che tirano, la resistenza debba essere anche culturale. Tutte e tutti sono invitati a inviare testi con una semplice e-mail all'indirizzo info.blog at libero.it.
 
 Pubblico volentieri!
 
  Intanto comunico di aver appena aggiunto all'articolo le foto scattate nel corso della serata su Goel, Consorzio di cooperative della Locride, nel corso della quale è intervenuto il presidente, Vincenzo Linarello, che ha parlato del rapporto tra 'ndrangheta, massoneria deviata e istituzioni. Mi scuso invece per i molti argomenti che avrei voluto trattare negli ultimi tempi e che non ho trattato perché, semplicemente, sono stato molto, molto impegnato.
 
 Uno fra tutti, le elezioni regionali in Valle d'Aosta, per le quali invito a votare libero, cosa che potrebbe sembrare inutile in una regione efficiente del ricchissimo nord del Paese, ma, come hanno detto Linarello e Luigi De Magistris, entrambi presenti ad Aosta nei giorni scorsi, certe dinamiche si sono diffuse un po' dappertutto e il controllo del voto è l'arma più importante dei potentati.
 
 Ricordo ancora una volta (repetita iuvant?!) che l'unico «voto utile» è quello fatto secondo coscienza e che non bisogna aver paura della diversità. Lo dico dopo che oggi l'insediamento del nuovo governo alla guida del Paese ha dimostrato che non esiste più un'opposizione vera. In Parlamento è tutto un susseguirsi di salamelecchi e battimani, dove le Finocchiaro difendono gli Schifani dai Travaglio. Ma un Paese democratico ha sicuramente bisogno di un'opposizione vera, a meno di non trovarsi di fronte l'(impossibile) esecutivo perfetto talmente interessato al bene comune da non penalizzare nessuna componente della società.
 
 Però un governo simile io non lo vedo all'orizzonte, né in Italia, né in Valle d'Aosta...

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Verona, 17 maggio 2008

 Per dire no al fascismo, e alla violenza, per dire sì alla vita.
 
  
 
 Vai al sito della manifestazione.

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Peppino è vivo e lotta insieme a noi

 Don TotòCome il navigante più assiduo sa bene, sono insegnante in una scuola media. Ieri mattina (9 maggio) alle 12 era previsto un minuto di silenzio, disposto dal Ministero, in memoria di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse. Io non ho nulla contro Aldo Moro, né sono mai stato un sostenitore delle Brigate Rosse; non amo l’usanza del minuto di silenzio, è vero, ma lo avrei osservato o, quantomeno, avrei parlato dell’omicidio Moro e della stagione dei terrorismi politici. Dopotutto insegno storia; dopotutto insegno educazione civica. Ieri mattina, comunque, ho aderito allo sciopero dei Cobas (non sono iscritto, ma siccome la Cgil è diventata un “sindacato amico”…) e di conseguenza non ho fatto proprio nulla.
 
 Intanto però, sul giornale, ho letto vari articoli su Peppino Impastato, ucciso dalla mafia la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 (trent’anni giusti giusti; io allora ne avevo tre); mi sono collegato al sito del Centro Giuseppe Impastato e pure a un altro sito;ho riflettuto, pure, e sono giunto alla conclusione che se Aldo Moro è diventato il simbolo della Giornata della Memoria per le vittime del terrorismo, se la sua figura è stata ammantata di un’aura di sacralità dai custodi dello Stato, lo stesso non può dirsi per il giovane siciliano di provincia, di quel Peppino, che cercò di lottare – dal basso, come si direbbe ora – contro il boss del suo paese, per una società diversa, migliore, capace di dire pane al pane e vino al vino, non succube della mafia e neppure delle logiche degli affari.
 
 Un Peppino capace d’insegnare, e molto, ancora oggi, una figura che dovremmo studiare a scuola, per quello che ha da dirci, lasciando da parte la vuota retorica. Lo dimostra l’attenzione dei miei alunni (III media, non dico di più perché non mi sembra giusto parlare di loro sul blog), sia quando a marzo avevamo visto I cento passi (lo splendido film di Marco Tullio Giordana), sia stamattina, quando abbiamo letto tre poesie di Peppino, una poesia su di lui in siciliano (e, devo dire, perfettamente intelligibile anche in Valle d’Aosta), e abbiamo ascoltato la canzone I cento passi dei Modena City Ramblers (ascolta). È stato bello, conoscendo la vicenda, è stato molto commovente vederli cantare tutti e 26, sin dal primo ascolto. Mi ha dato un po’ di fiducia nel futuro
 
 Ieri, intanto, a Cinisi (Palermo) si sono ritrovati in 6 mila, provenienti da tutta l’Italia, nel corteo che ha ripercorso il tragitto fatto da Peppino la sera in cui fu ucciso. Avrei voluto esserci anch’io, spero di riuscirci l’anno prossimo. 6 mila persone, provenienti da tutta la Penisola, ma pochissimi cinisensi: «Il ricordo di Peppino è vissuto in paese come un’invasione di campo da parte di vecchi comunisti rompiscatole e giovani rumorosi», ha detto Salvo Vitale, amico di Peppino e suo compagno di battaglie. La gente ha ancora paura di aprire le finestre o di scendere in strada contro la mafia. A dimostrazione del fatto che è essenziale non dimenticare chi ebbe il coraggio di sfidare Cosa nostra. E che il ponte sullo Stretto non è il primo dei problemi della Sicilia.

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Tre belve feroci nella foresta scura

 Il boscoMentre mi trovavo a passeggiare in un bosco, intento a meditare sugli odierni liberismi (qualunque cosa essi siano), come non so, però mi sono perso. Mi sono spaventato e tremo ancora tutto, solo a pensarci, ma la cosa più dura è dover ammettere d’aver smarrito la strada, come un idiota. Vagavo un poco qua e un poco (per par condicio) anche là, finché ho scorto dietro agli alberi la sommità d’un monte e mi son detto: «Orpo, saliamovi in cima, così vedremo, dall’alto, dove andare».
 
 Allora ho principiato la mia ascesa, ma ecco all’improvviso uno strano animale, minaccioso all’aspetto, che mi ha costretto (solo al vederlo) a fare qualche passo indietro. Aveva in volto due colori e nelle zampe teneva, da una parte, la tessera della Cgil, dall’altra quella di Confindustria. Due code aveva, ma la destra e la sinistra si toccavano, fino a fondersi insieme, formando un cerchio solo, tondo come la “o” di Giotto, simbolo dello stupore. Allora ho compreso che si trattava del subdolo Produsconi, un animale dalle mille astuzie, ma non tanto feroce da impedirmi di salire: mi sono fatto animo e ho ripreso il mio cammino, facendo un breve giro, onde evitare il bestione.  (Continua)

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Su 60 milioni d'italiani si poteva scegliere meglio

 Il cambio della guardia al Castello di PragaIn una vignetta di Vauro si legge che, secondo Eugenio Scalfari, nessuno dei parlamentari della nuova legislatura ha realmente ricevuto il proprio mandato dai cittadini italiani. Nella vignetta, però, un cittadino dice di provare vergogna lo stesso.
 
 Del resto, con 60 milioni d’individui che c’erano a disposizione, è stato eletto Presidente del Consiglio per la terza volta Silvio Berlusconi (è il suo quarto governo, se consideriamo un rimpasto). Perché il Cavaliere non è idoneo a governare il Paese lo sappiamo tutt*: che lo ripetiamo a fa’?
 
 Ministro per i Rapporti con le Regioni è Raffaele Fitto, ex governatore della Regione Puglia. Chi lo conosce ricorda con rimpianto che per quel posto c’erano altri 59 milioni 999 mila 999 cittadini papabili.
 
 Ministro per l’Attuazione del Programma è Gianfranco Rotondi, il che mi fa pensare: perché non scegliere a caso al supermercato? (Fuor di metafora – giacché non è riuscita particolarmente bene – chi rappresenta il signor Rotondi? Qual è il suo merito politico?)
 
 Pubblica amministrazione e Innovazione: Renato Brunetta, scelto per non fare ombra a Berlusconi. (Ok, il fatto che sia basso non significa nulla)
 
 Pari opportunità, Mara Carfagna: per lei, naturalmente, il coronamento di una lunga carriera politica.  (Continua)

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Antindrangheta: Vincenzo Linarello e il Consorzio Goel

 Vincenzo Linarello all'espace populaireQuella che segue è una relazione sull’incontro, tenutosi l'altro ieri all’espace populaire di Aosta, con Vincenzo Linarello, presidente del Consorzio sociale Goel di Locri e portavoce di Comunità libere, Movimento di difesa popolare per la democrazia e la libertà in Calabria. L’incontro è stato organizzato in collaborazione con Trait d’Union, Consorzio delle cooperative sociali operante in Valle d’Aosta. Nel suo intervento, Linarello è stato chiaro e determinato: ha spiegato i meccanismi del potere mafioso in Calabria e indicato azioni concrete, accessibili a tutti, per lottare contro la ‘ndrangheta. Propongo di seguito le sue parole, così come le ho sintetizzate nei miei appunti. Eventuali passaggi poco chiari dipendono in tutto e per tutto dalla mia penna.
 
 
«È sempre stato così, non cambierà nulla». È questo il ragionamento che permette alla ‘ndrangheta di vivere tranquilla, perché quando subentra l’ineluttabilità non c’è più bisogno di trovare un modo per reprimere le istanze di cambiamento, che smettono addirittura di formarsi nella testa e nel cuore delle persone. Non è razionale correre il rischio di fare una strage come quella avvenuta la scorsa estate in Germania, oppure far saltare un’auto. La ‘ndrangheta accetta il rischio perché ha bisogno di convincere tutti (non solo i calabresi) di essere invincibile. Perché nei periodi delicati i media moltiplicano gli episodi di cronaca? Per convincerci che tutto fa schifo, che non è possibile cambiare il mondo, che tanto vale trincerarsi nel privato. Il consorzio Goel ha cercato di rompere «il muro del destino», di partire, secondo l’espressione evangelica, dalle pietre scartate, per farle divenire testate d’angolo. Fare attività imprenditoriali tipicamente impossibili, ad esempio. Come una cooperativa di confezioni tessili di sole donne in un paesino dell’interno della Calabria. Donne che hanno dovuto lottare contro tutto e tutti, compresi gli uomini della loro comunità, e che, dopo un po’, sono riuscite perfino a dare lavoro a qualche disoccupato maschio. Come una cooperativa specializzata nella produzione di frutti di bosco, che impiega i carcerati e le famiglie a rischio di coinvolgimento mafioso, tra Patì e San Luca, dove praticamente tutti hanno un parente in prigione.
 
  (Continua)

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