20 ottobre: le foto del corteo e una riflessione.
La cronaca. Partenza col pullman all’una di notte. Due pause pipì, una semplice, a Ovada; con colazione inclusa la seconda, ad Arezzo. Finalmente rivedo il cielo dell’Italia centrale, così grande, bello. La Toscana cede il posto all’Umbria. Oggi il manifesto ha la prima pagina a colori, il titolo è: «Avanti pop». Non abbiamo ancora incontrato nessun pullman di manifestanti, ma siamo decisamente in anticipo. Abbiamo sorpassato tre barche, invece, trasportate su rimorchio. Intorno, nei campi, balle di fieno arrotolate. Dicono che oggi farà freddo, ma fortunatamente è uscito il sole.
A Roma ci disperdiamo appena scesi dal pullman, dandoci appuntamento in piazza Esedra alle due e mezza. Silvia e io vagabondiamo un po’ per il centro. Davanti a Montecitorio stanno girando una fiction, con Massimo Boldi nei panni di un onorevole. (Continua)
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A Roma perché.
Perché andare a Roma?
All’appello mancheranno i No Tav, i No Dal Molin, i centri sociali. Molti precari resteranno a casa, traditi da un governo che si è appena macchiato di un vero e proprio omicidio sociale, stabilendo che si può vivere nell’incertezza del proprio domani. Di fronte alle politiche quotidiane del “governo amico”, ci si potrebbe chiedere che senso abbia la manifestazione di domani, promossa (fra gli altri) da Liberazione, organo di un partito di governo; un “carro” sul quale, oltretutto, non hanno esitato a saltare Rifondazione e Comunisti italiani, in cerca di consensi. Se lo scopo di questa manifestazione non è far cadere il governo, perché dovremmo crederci, noi che non riteniamo possibile un dialogo vero con il presente esecutivo?
Eppure, la manifestazione di domani costituisce un’opportunità: quella di parlare chiaro, di dire al governo (e a chi, sennò?) che cosa ci aspettiamo, di richiamare Prodi al rispetto del programma. L’appello cadrà nel vuoto, ma avremo la possibilità di contarci e di mostrarci, di far vedere che la sinistra e le sue istanze esistono ancora, nei cuori e nel voto di tantissime persone.
La manifestazione di domani parlerà al governo, ma si rivolge ai partiti, a quei partiti che – per la sensibilità di molti – hanno tradito, immolando i propri amministrati alla poltrona o sull’altare del sacrificio necessario a impedire il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi.
Su di loro, in primo luogo, dobbiamo concentrarci. Affinché abbiano il coraggio di pensare una politica altra, a partire dai valori e dalle lotte delle comunità, e costituiscano una sponda politica capace di appoggiare nel Palazzo le battaglie di chi non accetta un inceneritore o una base militare vicino a casa. Affinché ripensino l’accordo sul welfare, lo prendano di petto in Parlamento, non esitino a contraddire Confindustria, cerchino di superare la legge 30. A questo proposito, le sette proposte dei promotori della manifestazione costituiscono un buon punto di partenza.
Se non saremo in grado di mostrare la strada ai partiti che maggiormente, negli ultimi anni, hanno incarnato i valori e gli ideali progressisti, dovremo semplicemente rassegnarci al liberismo, trovarci tutti un secondo lavoro, correre a fare la pensione integrativa e magari anche l’assicurazione sanitaria. Iscrivere i nostri figli alla scuola privata (ma finanziata coi soldi delle tasse), sposarci tutti per fare legittimamente la spesa in coppia al supermercato, abbonarci al digitale terrestre.
In fondo, così è stato stabilito, da qualche parte, fra Washington e Bruxelles.
Informazioni sulla manifestazione di Roma, sui parcheggi, l’itinerario: www.20ottobre.org
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Tra Pd e sindacati
Sono democratica perciò decido io. Lo dice il cartello. E, al di là dell’ironia, è un cartello sincero. Esprime la voglia di decisionismo del mondo politico. Perché occorre fare le riforme, indispensabili per non far arretrare il Paese. Quali riforme, come, sono dettagli: ora c’è Veltroni. Habemus leader. Ma io perché dovrei essere entusiasta del Partito democratico? C’era il PCI (tempi di prima) e non occorre essere nostalgici filosovietici per capire che, quando c’era una forza dalla parte dei lavoratori, i lavoratori stavano meglio.
All’indomani del sì al referendum sul welfare (a proposito, è interessante l’uso dell’inglese: almeno tre persone, chiacchierando, mi hanno confessato di non sapere che cosa sia il welfare), Rossana Rossanda scriveva sul manifesto che non dobbiamo essere «sorpresi e amareggiati per le misure prese dal governo di centrosinistra». Con chi pensavamo di avere a che fare? L’Unione ha vinto le elezioni mettendo insieme la sinistra e quei partiti democratici che non sopportavano «i traffici e il disprezzo della costituzione» da parte dell’esecutivo Berlusconi, «ma che perlopiù avevano lasciato alle spalle, come i Ds, o non avevano mai avuto, come la Margherita, un impegno sociale». Perciò di cosa ci stupiamo? Perché avevamo supposto che Prodi avrebbe fatto qualcosa di sinistra? Perché dovremmo credere che Veltroni sia meglio di un altro? E' la cornice il problema. Oggi i grandi partiti condividono la stessa ideologia, sono convinti assertori della centralità del mercato, non accettano che i dogmi neoliberisti possano essere messi in discussione dal semplice fatto che il compito dello Stato dovrebbe essere garantire la felicità dei cittadini.
Il Partito democratico non fa certo eccezione. (Continua)
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licenzafissa commenta La Casta (e Ballarò)
Non ho mai letto il libro La Casta, di cui si parla tanto, ma in un commento a un articolo di un po’ di tempo fa, licenzafissa ne ha fatto una recensione, parlando anche di Ballarò. Copio e incollo, semplicemente.
L’altro giorno ho guardato un pezzo di Ballarò… Era un po’ di tempo che
non lo guardavo, sarà più di un anno. La ricordavo come trasmissione
tutto sommato apprezzabile, se paragonata ad altre, con un conduttore
in gamba. L’altro giorno invece mi è venuta la nausea soltanto dopo 5
minuti: che schifo. Che vergogna. Che retorica. Che teatrino. Che
falsità. Sarà l’effetto V-day, o cosa? Quello che un anno fa mi
sembrava tutto sommato apprezzabile ora mi dà il vomito. Evidentemente
la misura è colma. Il livello di sopportazione di un cittadino come me
è andato oltre il limite. Forse prima si dava semplicemente la colpa a
Berlusconi e soci, il problema era lui. L’attuale maxi governo di
centro-sinistra sta dimostrando che il vero problema è ben più grosso,
è l’attuale sistema politico, ovvero “La Casta” ben descritta e messa a
nudo nel libro di Rizzo e Stella (oltre che dal Beppe nazionale).
Un
libro che pare abbia contribuito a risvegliare non poche coscienze in
questi ultimi tempi. Sono andato ad ascoltare la viva voce di Rizzo
l’altra settimana (a Pont-st-Martin). Raccontando alcuni fatti
contenuti nel libro, con pacatezza non faceva che confermare
scientificamente quello che “l’uomo medio” sospetta da sempre nei
confronti della classe politica: di approfittarsene. Di ambire unicamente
ad avere o a mantenere una poltrona. Di ambire a fare più soldi, non
tanto per cattiveria, ma perché quando si è in posizioni di potere in
questo sistema diventa naturale e scontato “favorire l’interesse
particolare rispetto a quello collettivo”, per dirla con Rizzo.
Ebbene, alla luce di queste drammatiche conferme, mi è diventato
insopportabile assistere passivamente all’eterna commedia messa in atto
in trasmissioni come Ballarò (per non parlare di altre, che da tempo mi
rifiuto di guardare). La scena è sempre la stessa: il politico al
governo, interpellato rispetto al suo operato, anziché cercare di
rispondere alle questioni tecniche poste dal presentatore, va
all’attacco provocando gli esponenti del precedente governo. I quali,
ovviamente, non possono resistere e iniziano a protestare animatamente
senza aspettare il loro turno, dicendo che quando c’erano loro andava
tutto bene, dando il via a miseri battibecchi assolutamente
incontrollabili privi di ogni contenuto (a parte qualche numero o
percentuale sparato a vanvera…) e mirati soltanto a gettar fango
sull’altro. In tutto ciò, ed è qui che mi sono ulteriormente
disgustato, il conduttore non interviene e lascia che il tutto degeneri
allegramente. (Continua)
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Una vittoria storica, dicono così...
Pubblico questo articolo con un po' di ritardo. Ultimamente sono stato preso dal lavoro e dai preparativi dell'Aicram, che si è tenuta ieri e ha visto la vittoria di Luigi Sorcelli, insegnante di Nus (Aosta). Nei prossimi giorni racconterò la vicenda. Ma voglio tornare sull'accordo sul welfare, votato dai lavoratori. Del resto, mica dobbiamo per forza seguire i media, che dopo due giorni decidono che un argomento è vecchio. E poi di che dovremmo parlare? Del Partito democratico? Iniziamo, allora. 81% di sì. I giornali parlano del trionfo dei sindacati confederali. Epifani, intervistato dalla Stampa, dice che «ora non ha più senso sfilare il 20 ottobre». Tanta euforia mi fa pensare che forse m’ero sbagliato: pensavo che il sindacato volesse solo evitare la caduta del “governo amico”, invece voleva proprio difendere l’accordo. Delle due l’una, allora: o i sindacati sono in malafede e hanno svenduto i lavoratori alle ragioni (all’interesse) dell’impresa, o sono in buonafede. Volendo credere alla seconda ipotesi, mi chiedo una volta di più: perché tanta miopia? E come spiegare la miopia dei lavoratori, che hanno scelto il sì nell’81,59% dei casi? Solo i metalmeccanici hanno detto di no (col 52,5%), mentre in altri comparti si sono raggiunti consensi bulgari (scontato – ?! – il 99,81% dei pensionati; imponente il 90,32% dei tessili). In cerca di una spiegazione, accetto di prendere in considerazione di essere io quello che non ci vede bene. Ma torno a dire: i soldi ci sono, i conti dell’inps vanno bene, certe scelte (spese militari, regali all’impresa) non sono obbligatorie e, a queste condizioni, trovo vergognosa l’idea che quando andrò in pensione (se ci andrò) avrò il 50% dell’ultimo stipendio. Trovo vergognoso che i lavoratori precari continueranno a essere sottoposti a forme contrattuali atipiche. Trovo una presa per il culo mandare i lavoratori usurati a casa tre anni (tre anni!) prima, e solo 5 mila all’anno.
A tutti gli entusiasti chiedo un istante di riflessione su questi dati. A tutti i disperati chiedo lo stesso. Ma se, a riflessione conclusa, prevalesse il disagio, invito a esprimerlo, innanzitutto partecipando alla manifestazione di sabato a Roma. Con buona pace di Epifani.
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F16 parte da Aviano e precipita a due passi da un paese
Strage sfiorata martedì scorso in Val di Zoldo (Belluno), dove un aereo militare F16 decollato dalla base statunitense di Aviano è precipitato dopo avere sfiorato le abitazioni di Fusine e Soramaè, frazioni del comune di Zoldo Alto. L’incidente, secondo indiscrezioni, sarebbe imputabile a un’avaria del motore. Soltanto l’abilità del pilota, poi salvatosi grazie al paracadute, avrebbe permesso di evitare le case. A quanto pare, l’F16 americano stava effettuando «un’operazione di routine» e non trasportava armi. Ancora una volta la base militare di Aviano è responsabile di un incidente aereo, evenienza che rientra nell’ordine delle probabilità anche senza supporre una particolare mancanza d’attenzione da parte delle forze aeree Usa, perché una base militare è di per sé fonte di rischio per il territorio che la circonda. Il pensiero dei testimoni e degli abitanti dell’area è subito andato al 3 febbraio 1998 «quando», rileva il Comitato unitario contro Aviano 2000, «un aereo militare partito […] dalla base di Aviano tranciò il cavo della funivia del Cermis, in Val di Fiemme e provocò la morte di 20 persone». Ma se il rischio è condizione endemica in presenza di strutture militari di questo tipo, spetta alla politica compiere una valutazione del rapporto costi benefici: quale reale esigenza difensiva giustifica il pericolo che le basi militari Usaf costituiscono per la sicurezza della popolazione civile? Ad Aviano, ad esempio, sono dislocate 50 bombe termonucleari, ciò che fa della struttura friulana la più importante base nucleare d’Europa (nonostante l’Italia aderisca al Trattato di non proliferazione nucleare). I comandi americani hanno detto che l’aereo caduto era disarmato. Anche a crederci senza riserve, è normale provare una certa apprensione pensando a quell’altro bombardiere americano che, giusto qualche settimana fa, aveva sorvolato gli Usa (la Madrepatria!) armato «per errore» di testate atomiche.
Di fronte all’esistenza reale di un pericolo, cui vanno aggiunti elementi di disagio per la popolazione, come l’inquinamento prodotto dai velivoli e il loro rumore assordante, il programma elettorale dell’Unione aveva proposto di ridefinire le «servitù militari». Oggi il governo Prodi ha riconfermato tutti gli accordi del precedente esecutivo con l’amministrazione Bush, anche quelli puramente verbali, come il placet di Roma per la costruzione di una nuova base al Dal Molin di Vicenza, o l’acquisto di più di cento bombardieri F35 di nuova generazione, o ancora gli accordi di cooperazione militare con Israele. Questo atteggiamento dispiace, soprattutto perché mancano condizioni di necessità tali da giustificare gli inconvenienti e il rischio accollati alle comunità che, dal canto loro, hanno cominciato a difendersi da decisioni prese al di sopra della volontà popolare. L’esempio vicentino è uno stimolo per tutte le comunità che lottano per dire no alla strategia della guerra preventiva e permanente voluta dal presidente americano, cui l’Italia aderisce nonostante l’andamento fallimentare delle guerre in Medio Oriente ne abbia messo in discussione non solo la legittimità, ma persino la convenienza.
«È giunto il momento anche per noi di alzare la testa […] di manifestare la nostra ostilità allo scempio di territori utilizzati come servitù militari», scrive sul suo blog il Comitato unitario contro Aviano 2000. E intanto decine di consiglieri, sindaci, associazioni, sindacati, esponenti della sinistra hanno scritto al prefetto di Pordenone, chiedendo delucidazioni circa l’F16 precipitato. «Noi cittadini che da tanti anni viviamo vicino alla base Usaf di Aviano», esordisce la lettera, «con questo ennesimo incidente che fa parte di una lunga lista di altri incidenti imputabili alla presenza di questa base di guerra nel nostro territorio (jet caduti, pezzi persi per strada, bombe e serbatoi in orti e giardini) oltre alla presenza delle cinquanta testate nucleari, senza dimenticare la tragedia del Cermis, esprimiamo una forte e sentita preoccupazione per la sicurezza di tutti i cittadini della provincia di Pordenone». I firmatari chiedono inoltre spiegazioni circa la richiesta «da parte dei carabinieri italiani e dei militari americani di far firmare un documento all’uomo che ha incontrato il pilota statunitense sulla strada, perché non riveli nulla sull’accaduto». Sulla zona dell’incidente, infatti, è subito calato il «segreto militare» che, insieme allo speciale regime giuridico dei militari americani in Italia, mai perseguibili dai nostri tribunali, è un altro elemento di fastidio e preoccupazione per gli abitanti chiamati a convivere col personale delle basi.
Circa il bombardiere che ha sorvolato gli Usa armato di testate atomiche, consiglio di consultare L'opzione nucleare nella guerra Usa in Iran: danzando verso l'abisso, di Lucio Manisco.
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Il rientro in città (i lavavetri non m'hanno aggredito!)
Alla fine è successo. Ho dovuto lasciare i miei monti per tornare in città e riprendere il lavoro. Come ricorderanno i più assidui, sono insegnante di scuola media e, porca miseria, l’anno scolastico è iniziato. Sembra che nei giorni scorsi il ministro Fioroni abbia voluto dare un’immagine di serietà; pensate: ha persino ripristinato il voto di ammissione all’esame di terza media, quello che aveva tolto lui l’anno scorso, per intenderci (forse dovrebbe mettersi d’accordo con se stesso). Ha anche detto che d’ora in poi darà la caccia ai professori fannulloni e tutto questo mi starebbe bene, se non puzzasse di pubblicità a buon mercato. In fin dei conti, io al rientro mi sono ritrovato in una classe di 26 alunni rumorosi, la III C (che per la mia generazione evoca subito un telefilm di qualche anno fa). Per i non addetti ai lavori, preciserò che 26 alunni sono tanti, ma che, purtroppo, oggi costituiscono la norma. Vorrei invitare il ministro in aula, per vedere quanto ci mette solo a imparare i nomi… Nella nostra scuola le terze sono tre, tutte numerose. Sarebbe più ovvio farne quattro: seguiresti meglio gli alunni e daresti lavoro a qualche altro insegnante. Evidentemente, però, la logica economica non corrisponde a quella didattica, come potrebbe dimostrarci alla lavagna l’alunno Padoa Schioppa.
Cambiamo argomento. Negli ultimi giorni l’impatto con il nuovo anno scolastico mi ha assorbito molto, per cui non ho potuto commentare il Vaffanculo Day, di cui pure avevo dato notizia. Come dimostrano le foto, sabato sera ho firmato anch’io.


A proposito del V-Day, ho letto in ritardo il commento lasciatomi da Ghost CCCP, che m’invitava a vedere il suo video promozionale per la giornata di sabato. Anche se l’appuntamento è passato, il video merita, quindi ve lo “giro” (ciccate qui per vederlo).
Che altro dire? Ultimamente è successo di tutto, c’è stato persino un vertice a Palazzo Chigi in cui si è parlato di… lavavetri! Autorevoli esponenti della politica, invece, hanno tirato in ballo i graffitari. Inquietante il sito del TG5, che, cavalcando l’onda, ha lanciato un sondaggio, chiedendo ai cittadini di votare i reietti peggiori, scegliendo tra mendicanti e compagnia bella, fino ad arrivare all’incredibile voce “turisti stranieri” (che nel Paese delle contraddizioni sarà stata la più gettonata dagli albergatori).
Frattanto, nel pavese, esseri umani inermi hanno rischiato il linciaggio. Forse per una volta non è azzardato parlare di emergenza sicurezza…
Le foto che mi ritraggono sono di Silvia Rinaldi.
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Intorno al Partito Democratico - Fassino traghetta
L’altro ieri a Bologna, parlando alla Festa dell’Unità, Piero Fassino ha dichiarato di sentirsi un traghettatore, come Mosè.
Un altro traghettatore illustre era Caronte, che nel canto III della Divina Commedia stipava le anime morte nella sua barca e le portava all’inferno. Chissà come mi è venuto in mente…
È un gioco strano quello delle associazioni d’idee.
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