Avanti popolo
Voglio pubblicare la Dichiarazione d'Intenti dell'Assemblea generale della sinistra e degli ecologisti, che si è tenuta a Roma l'8 e il 9 dicembre. Quello che c'è scritto, naturalmente, è bellissimo, nobile, condivisibile e - dulcis in fundo - 99 volte su 100 in contrasto con ciò che l'esperienza di governo ha dimostrato. Che cosa significherà una sinistra unita lo scopriremo presto. Intanto vorrei far notare ai vari Mussi, Diliberto, Giordano e Pecoraro che i punti così alti di questa carta suonano come la denuncia dell'incapacità che i loro partiti han dimostrato di fare una politica "altra". Le parole vanno bene, insomma. Ora si attendono i fatti, a cominciare - magari - da un atto abbastanza insolito nella politica italiana: i segretari dei quattro partiti potrebbero lasciare il posto a qualcun altro, più giovane e meno compromesso. Non è possibile votare sì alla precarietà e alla guerra e poi proporre il contrario. Se nuovo corso ha da essere, nuovo corso sia, a cominciare da chi conduce le legioni... Soltanto allora potremo dire onestamente Avanti popolo! Sì, avanti: a cominciare da Vicenza.
Dichiarazione di Intenti
Noi, donne e uomini che abbiamo partecipato all’Assemblea generale della sinistra e degli ecologisti, siamo impegnati nella costruzione di un nuovo soggetto della sinistra e degli ecologisti: unitario, plurale, federativo. L’Italia moderna, nata dalla Costituzione repubblicana, democratica ed antifascista, ha bisogno di una sinistra politica rinnovata. Il mondo chiama a nuove culture critiche, che conservano la memoria del passato e tengono lo sguardo rivolto al futuro. (Continua)
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Giulietto Chiesa presenta "Zero" (le bugie sull'11 settembre)
Uno dei temi oggi più in voga (almeno fino alla messa in onda del prossimo “distrattore”) è il cosiddetto scandalo «Raiset». Questo mi induce a pubblicare, nonostante il grande ritardo, la cronaca dell’incontro con Giulietto Chiesa, giornalista e parlamentare europeo, tenutosi lo scorso 9 novembre all’espace populaire di Aosta. Si tratta, in particolare, della presentazione del film e del libro Zero, attenta ricostruzione degli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Usa, che pone l’accento sulle incongruenze e le menzogne della versione ufficiale dei fatti. L’argomento (informazione e bugie) è quanto mai attuale, anche perché nel corso della serata l’autore avanza alcune proposte concrete per “guarire” la tivù italiana.
Il film non ha la pretesa di spiegare cos’è accaduto davvero; si “limita” a smascherare le bugie raccontate dal governo americano. Ascoltando Chiesa, ad esempio, restiamo stupefatti nello scoprire che, nel sito dell’FBI, Osama Bin Laden figura sì nell’elenco dei ricercati, ma non per l’11 settembre: è accusato di essere il mandante di alcuni attentati più vecchi, presso ambasciate americane nel mondo. Il motivo è semplice e lo spiega la stesso FBI: per quanto riguarda gli attacchi al World Trade Center, «there is no evidence». Vale a dire, non ci sono prove. Ma sulla base di un’accusa non provata la più grande democrazia del mondo ha dichiarato due guerre.
Secondo la versione ufficiale, il crollo delle Torri gemelle andrebbe addebitato all’impatto dei due aerei, combinato col calore dell’incendio che si è sviluppato subito dopo. Nel film ascoltiamo un superstite che, al momento dello scontro, si trovava sei piani sopra il punto della collisione. Per lasciare l’edificio e salvarsi, racconta, ha attraversato la zona dell’incidente. Ma com’è stato possibile attraversare una zona che oggi viene definita un inferno di fuoco? Forse qualcuno ci ha mentito, anche perché le spiegazioni ufficiali non rendono conto di alcune strane esplosioni prodottesi in piani molto più bassi di quelli colpiti dall’aereo. A giudicare dalle tracce di zolfo rilevate, potrebbe essere stata impiegata Termite, un esplosivo capace di portare in poco tempo l’acciaio alla sua temperatura di fusione. Una temperatura che il semplice incendio di carburante non consentirebbe in alcun modo di raggiungere.
Non esistono prove neppure del fatto che i dirottatori ufficiali siano effettivamente saliti sugli aerei. Molte incongruenze, in proposito, sono state rilevate dalla relazione finale della Commissione d’Inchiesta americana. (Continua)
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8 milioni d'italiani!
DI MANDARE A CASA PRODI.
Non era difficile, ma bisognava pensarci. Segno che ad Arcore sono avanti: noi che abitiamo in Valle d'Aosta, per dire, non siamo neanche riusciti a trovare le poche decine di migliaia di voti che ci avrebbero consentito di raggiungere il quorum al referendum...
Ma adesso basta: dobbiamo imparare da chi sa fare così bene!
Clicchiamo sull'immagine qui sopra e poi prendiamo appunti!
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Siamo tutti rumeni
Qualche settimana fa, all’indomani della manifestazione del 20 ottobre a Roma, ho pubblicato un appello ai 4 partiti della sinistra d’alternativa: Rifondazione comunista, Partito dei Comunisti italiani, Sinistra democratica e Verdi. Naturalmente ho inviato un’email col testo dell’appello ai segretari di questi partiti e, come ho già detto altrove, è successa una cosa molto strana: finalmente qualcuno mi ha risposto. Mi hanno scritto prima Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti italiani, poi il ministro Fabio Mussi, leader della Sinistra democratica. Entrambi si son detti d’accordo con me sulla necessità di unire la sinistra, e anche sulla piattaforma che proponevo, quella della manifestazione del 20. «Lavoro e pensioni», quindi, «riequilibrio della ricchezza, conquista del diritto al reddito e all’abitare, diritti civili e laicità dello Stato, cancellazione delle leggi contro la libertà, cittadinanza e pienezza di diritti per i migranti, taglio delle spese militari, fine delle servitù militari, ritiro dall’Afghanistan, rifiuto della guerra preventiva di Bush»: tutti punti estremamente qualificanti, per una politica capace di lasciarsi alle spalle anni di delirio liberista. «Anche», aggiungevo, «qualora questo dovesse comportare l’uscita dall’esecutivo», perché non si possono accettare certe cose senza snaturare completamente se stessi (e perdere l’appoggio della base). (Continua)
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Ricordando i caduti della guerra
Ieri era il primo novembre e mi dispiace di aver mancato l’appuntamento con il giorno in cui si ricordano i caduti di tutte le guerre. È il tempo della memoria, che dovrebbe indurre noi fortunati abitatori d’Occidente a riflettere sul nostro presente fatato, derivante dal fatto che conosciamo la pace da circa un sessantennio. Poiché, salvo poche incursioni nel nostro territorio (i crolli dell’11 settembre, le bombe dell’11 marzo a Madrid e, al limite, il terrore di piccoli gruppi diluito nel tempo), la guerra si tiene lontana dalle nostre case. È un bene che ciò avvenga, naturalmente, anche perché non la sopporteremmo: non siamo più abituati. Della guerra noi non riusciremmo a concepire non dico i bombardamenti, ma i semplici disagi: il fatto che una lettera possa essere spedita e non arrivare a destinazione, che un treno parta soltanto quando può e giunga solo se ci riesce. Altri sono i Paesi, altri i popoli che hanno imparato a convivere con le difficoltà dei mondi senza pace.
Forse per questo, nell’illusoria speranza di perpetuare all’infinito la nostra tregua, siamo così impegnati a promuovere altrove il conflitto: si vis pacem para bellum, dicevano i romani. Se vuoi la pace prepara la guerra. Ma, grazie alla nostra opera, le conseguenze della guerra si stanno facendo avanti, spingendosi fino a noi, fino alle nostre terre. Gli americani per primi stanno pagando con 3845 vittime proprie (e chissà quante altrui) la politica estera del loro Presidente e Comandante in Capo e anche per l’Italia c’è stata Nassiriya. Per non parlare del dramma dei rapiti, dove non sempre si giunge al lieto fine, talvolta anche a causa del cosiddetto «fuoco amico». (Continua)
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Il "pacco-sicurezza"
"Non è aumentando le pene che si risolvono i problemi", dice il ministro Ferrero, motivando la sua astensione su alcuni punti del pacchetto sicurezza votato dal consiglio dei ministri. "I sindaci devono occuparsi di amministrare e le forze dell'ordine della sicurezza", aggiunge. "E' sbagliato sbattere in galera chi vende borse griffate contraffatte: non è un'emergenza sociale". E, infine, non è utile "escludere sempre le pene alternative". "Penso che il carcere per le piccole detenzioni, specie per i più giovani, non sia un elemento che aiuta a recuperare chi commette dei reati". Parole piene di buon senso, che sottoscrivo volentieri. Infatti, dopo l'indulto, misura votata dalla maggioranza assoluta dei parlamentari ma oggi dagli stessi variamente rinnegata, le carceri nostrane hanno già superato il limite di capienza regolare. Tra poco si tornerà ai livelli di sovraffollamento che hanno giustificato l'indulto. Bisognerà ripetere tale misura, quindi, oppure lasciare in condizioni disastrate la popolazione carceraria della Penisola. Alcuni, credendosi furbi, propongono di costruire altre carceri: lavori, soldi, cemento. Ma se davvero continueremo a individuare nella carcerazione l'unico intervento applicabile a chi commette reati (anche se il reato è essere clandestino senz'avere altre colpe, o aver fumato qualcosa di proibito, o magari aver proposto di lavare un vetro) di quanti nuovi carceri dovremo costellare la nostra liberissima Italia?
Sono contento che il ministro Ferrero abbia proposto un criterio diverso: la prigione va usata per le "emergenze sociali": soltanto quando lasciare una persona in libertà potrebbe essere pericoloso per tutte e per tutti. Se così non fosse, non vi sarebbe alcuna differenza tra sanzione e vendetta. Intanto, però, il ddl è passato e la filosofia repressiva che lo ispira sembra ancora una volta vincente...
Bene invece l'aver ripristinato pene severe per il reato di falso in bilancio. Senza paura di contraddirmi, poiché si tratta di un reato potenzialmente dannosissimo per la società, non esito a definirmi contento del fatto che, per una volta, il governo abbia messo gli occhi sulla sfera sociale più alta...
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Ancora sul bavaglio a internet

Che cosa penso esattamente di Beppe Grillo lo dirò prima o poi. Sicuramente, è bene che di certe cose si occupi lui. La notizia del ddl incriminato dovrebbe essere partita da qui, ma è un fatto che solo dopo l'interessamento del comico genovese il Consiglio dei Ministri abbia fatto un mezzo dietro front (solo mezzo, a quanto pare). Addirittura, la notizia è stata pubblicata da boing boing, il terzo blog del mondo (è divertente leggere i commenti), e dal Times.
Non deconcentriamoci...
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Marco Travaglio presenta Uliwood Party

Tre istantanee e tre diverse angolazioni dell’espace populaire di Aosta gremito per Marco Travaglio, in occasione della presentazione di Uliwood Party, volume che raccoglie gli articoli pubblicati dal giornalista sull’Unità, cronaca impietosa del primo anno e mezzo di governo del centrosinistra. Quello che segue è il racconto della serata, nella quale Travaglio ha “distrutto”, col suo stile sarcastico ma estremamente puntuale l’attuale maggioranza di governo. Le idee esposte non coincidono sempre con le mie, anche se – nel complesso – il mio giudizio sull’operato del governo Prodi è altrettanto negativo.
Come chi mi segue da un po’ aveva forse intuito.
Travaglio esordisce brutalmente, dicendo che quando il governo cadrà (molto presto) se lo sarà abbondantemente meritato. In due anni, infatti, l’attuale maggioranza è riuscita a bruciare grandissima parte del consenso che le aveva consentito di vincere le elezioni. Le cose buone fatte dall’esecutivo di centrosinistra sono, secondo Travaglio, due. Da un lato il ritiro dei nostri soldati dall’Iraq («ma, per qualche ragione misteriosa, non dall’Afghanistan») e dall’altro la politica di risanamento economico. Travaglio loda l’uscita del ministro dell’Economia, Padoa Schioppa, che ha definito «bellissime» le tasse, perché è stato l’unico a farlo. Negli ultimi anni, infatti, il berlusconismo si è esteso talmente che molti, anche nel centrosinistra, sono diventati berlusconiani senza neppure accorgersene. Quando nel ’94 il Cavaliere aveva detto che l’evasione fiscale non era un male, c’era stato un grande moto d’indignazione. Oggi no. Per Berlusconi bisogna tagliare le tasse, indipendentemente dal fatto che vi sia chi le paga e chi no, o da quali siano le esigenze dello Stato. Il che, commenta il giornalista, è «delinquenziale e demenziale». La cosa da fare, infatti, è pagare tutti per pagare meno, non, come sostiene l’ex premier, abbassare le tasse per convincere tutti a pagarle. «Nei Paesi seri», dice ancora Travaglio, «chi non paga il fisco finisce in galera». A proposito della berlusconizzazione della politica italiana, è esemplare come Veltroni, nel suo discorso agli imprenditori del nord est abbia recuperato il principio del leader di Forza Italia, secondo il quale occore pagare meno per pagare tutti. (Continua)
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