24.01.08

Il Treno della Memoria

Inviato in Lo straniero | 14:46

Elena CastelliL'altra sera all'espace populaire di Aosta, nell'ambito della rassegna  Collettivamente memoria, si è tenuta la presentazione di un cd rom didattico sulla deportazione nei campi di sterminio nazisti. Relatrice della serata era Elena Castelli, dell'associazione Post Quem di Torino, che ho intervistato prima della dimostrazione.
 Unica nota negativa: c'era pochissimo pubblico, il che è davvero un peccato, perché lo strumento presentato era davvero interessante, soprattutto per gli insegnanti. Sarebbe bello (perché no, del resto?) che i miei 25 lettori (o almeno quei 9 o 10 che abitano in zona) prendessero in considerazione di partecipare alle prossime attività della rassegna.
 Rinvio al calendario.

  Il cd rom nasce dall'esperienza del Treno della Memoria, un convoglio allestito nel lontano '99 presso lo scalo ferroviario in disuso di Torino Ceres (a Porta Palazzo) e poi portato in giro per l'Italia per diversi anni. «Sono stati utilizzati cinque carri bestiame», spiega Castelli,
«messi a disposizione dal museo ferroviario. Il treno era fermo, erano gli spettatori che si muovevano al suo interno, ripercorrendo idealmente le tappe della deportazione e ascoltando la testimonianza di ex deportati. Ogni tappa in giro per l'Italia è stata pensata dando spazio alla realtà locale, con il coinvolgimento di testimoni del luogo.
 
Questa iniziativa che cresceva, in quantità e in qualità, ci ha fatto venire in mente la possibilità di costruire uno strumento multimediale, in grado di restituire le varie modalità di approccio
».
«In ogni tappa il teatro si alternava a dati e storie locali e a una testimonianza finale. Lo spettatore prendeva consapevolezza che si trattava di una cosa reale. Da un lato l'emozione, dall'altro la storia. Molto probabilmente, l'esperienza del Treno della Memoria sarà ripresa quest'anno. L'iniziativa potrebbe tornare a Torino, in aprile, magari in occasione della Festa della Liberazione». (Continua)

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21.01.08

"Collettivamente memoria" + Il treno della memoria

Inviato in Lo straniero | 19:52

 Allestimento della mostra Tra qualche giorno si celebrerà la Giornata della Memoria, della quale parlerò più diffusamente più avanti. Intanto voglio segnalare la rassegna Collettivamente memoria, che raccoglie le iniziative proposte dall'Espace Populaire di Aosta sul tema della Shoah. Collettivamente perché tale è il lavoro di rete che sta dietro i vari appuntamenti, così da connotare in maniera collettiva ogni incontro, nonché l'intera manifestazione, realizzata in collaborazione con organizzazioni, enti e protagonisti della cultura e della cittadinanza attiva italiana. Il programma è tutto "al femminile" e all'insegna della didattica, del protagonismo scolastico, della storia e della memoria non solo della deportazione fascista e nazionalsocialista, ma anche della memoria e della storia attuali.
 Si comincia domani, martedì 22 gennaio alle 21.30, con la presentazione del cd-rom didattico "Treno della memoria e dei diritti umani, un percorso di testimonianza nella storia della Deportazione italiana", a cura di Elena Castelli, dell'Associazione Post Quem Cultura e Memoria Partecipata di Torino. Sin da oggi, però, e sempre all'Espace populaire, è aperta la mostra fotografica I dimenticati, a cura di Silvia Berruto, che proprio del Treno della Memoria, la ricostruzione di un treno nazista adibito al trasporto dei deportati che nel 2004 ha girato l'Italia, giungendo anche in Valle d'Aosta, propone alcune immagini. La mostra resterà aperta fino a venerdì.
 Segue il calendario della rassegna Collettivamente memoria. (Continua) Questo articolo è stato letto 218 volte

23.11.07

Il triangolo nero: violenza, propaganda e deportazione

Inviato in Lo straniero | 20:40

 Si sta come d'autunno sugli alberi le foglieUltimamente mi sono dedicato in maniera quasi esclusiva al referendum propositivo che si è tenuto in Valle d’Aosta domenica 18 novembre, così sono rimasto un po’ indietro con quanto successo in Italia negli ultimi tempi. Cerco di rimediare, pubblicando il manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza verso i rom, i rumeni e le donne. L’Italia ha appena realizzato qualcosa d'importante, portando a buon fine la proposta di moratoria della pena di morte presso le Nazioni unite. Dalle Nazioni unite è stata però anche redarguita per il trattamento riservato alle popolazioni rom della Penisola. Il titolo del manifesto è «Il triangolo nero: violenza propaganda e deportazione»: si riferisce al triangolo nero degli asociali, che i nazisti facevano cucire sugli abiti dei rom. In calce all’appello (oltre al link per firmare on line) riporto il collegamento a un altro testo, una lettera aperta alle istituzioni italiane pubblicata sul sito sucar drom all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma. Infine, una breve poesia (mia).
 
 All’Opinione pubblica
 

 Il triangolo nero: Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne.
 
 La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
 Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
 Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
 Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere. (Continua) Questo articolo è stato letto 120 volte

16.11.07

Arabia Saudita: diciannovenne vittima di stupro condannata a sei mesi di carcere

Inviato in Lo straniero | 12:18

 E in Italia?Una diciannovenne vittima di stupro è stata condannata dalla corte generale di Qatif a sei mesi di carcere e a duecento frustate. L'accusa è di uso strumentale dei mezzi di informazione al fine di influenzare l'opinione pubblica e la corte. Nel 2006 la ragazza, il cui nome non è stato reso noto, era stata aggredita mentre si trovava in macchina con un amico da un gruppo di sette uomini che l'aveva violentata per quattordici volte.
 La sentenza emessa all'inizio dell'estate comminava per gli assalitori da dieci mesi a cinque anni di detenzione e per la giovane novanta frustate per aver infranto le rigide leggi sulla segregazione sessuale vigenti in Arabia Saudita. Dopo il ricorso in appello dell'avvocato difensore della ragazza, Abdul Rahman al-Lahem, e il risalto dato alla vicenda dalla stampa nazionale, i giudici hanno deciso di inasprire le pene sia ai violentatori che alla violentata, giungendo alla sentenza definitiva due giorni fa. L'appello è costato caro anche all'avvocato: dovrà comparire davanti alla commissione disciplinare perchè sospettato di aver difeso la vittima. Per il momento è stato sospeso, in attesa di giudizio, dall'attività forense.

 Fonte: Peacereporter. Questo articolo è stato letto 60 volte

05.10.07

Per non dimenticare Anna Politkovskaja

Inviato in Lo straniero | 20:26

 Giovedì sera: espace populaire ha ospitato Andrea Riscassi, giornalista di Tg3 Lombardia. Intervento-dibattito dal titolo Per non dimenticare Anna Politkovskaja, la giornalista russa uccisa con quattro colpi di pistola da un killer che il 7 ottobre dello scorso anno, giorno del compleanno di Putin, ha agito a viso scoperto, sicuro della propria impunità. Anna Politkovskaja è morta per aver denunciato il ridimensionamento delle libertà civili e politiche nella Russia del nuovo zar e la sua morte pesa sulla coscienza dei governanti russi, rivelando oltretutto l’ipocrisia dei Paesi occidentali: fatta eccezione per Marco Pannella, ai funerali della giornalista non era presente alcun parlamentare europeo.
 Anna Politkovskaja ha sempre avuto nel mirino Putin e la società russa, per la quale additava il rischio di “cecenizzazione”. «Ciò che facciamo in periferia», diceva, «si ripercuoterà sul centro». In Cecenia, stuprando e uccidendo, l’esercito russo alleva i futuri kamikaze. Anna non se l’è mai presa con le categorie: ha sempre fatto nomi e cognomi, come quello del generale Budanov, che ha stuprato e strangolato una ragazza cecena.
 «Se Anna Politkovskaja è morta», dice Andrea Riscassi, «è perché oggi in Russia è in atto un arretramento della società civile». Dopo il cambiamento della legge elettorale, per non fare che un esempio, si sa già in anticipo che le elezioni saranno vinte dal partito del Presidente. Il 60% della popolazione ha dichiarato che voterà per chiunque sarà indicato da Putin come suo successore. La gente si è adeguata al cesarismo.
 Negli ultimi anni, il Presidente Putin è stato “sdoganato” in Europa, in particolare dall’«amico» Berlusconi e dall’ex premier tedesco Schroeder, che hanno provveduto a inserirlo nel consesso dei governanti internazionali. Su iniziativa statunitense, la Russia ha avuto accesso al G8, benché in realtà non possegga i requisiti (non solo) economici degli altri Paesi che ne fanno parte. Frattanto, Putin ha avuto modo di fare alcuni passi verso una politica di potenza, per vedere come avrebbe reagito l’Occidente. L’Occidente non ha reagito. La Russia è ai ferri corti con la Georgia, la Polonia, la Moldavia, ma l’Unione europea non ha ancora ritenuto di dover chiedere conto dell’atteggiamento di Mosca. Lo scorso inverno c’è stata la crisi del gas con l’Ucraina, voluta dal Cremlino per testare il proprio margine di manovra. Dall’oggi al domani, Putin ha chiuso i rubinetti del gas. 50 anziani sono morti di freddo. Entro il 20 di questo mese, Gazprom vuole vedere tutti i propri crediti saldati, oppure cesserà l’erogazione del gas verso l’Ucraina. Eppure, in Europa, insieme ai tedeschi, siamo i più filorussi e Gazprom venderà gas in Italia. Con il cambio di governo non c’è stata alcuna discontinuità nella nostra politica verso la Russia. (Continua) Questo articolo è stato letto 99 volte

06.07.07

Italiani nuovi

Inviato in Lo straniero | 12:18

 Secondo il rapporto annuale Istat, la popolazione italiana ha superato quota 59 milioni. Ma se si torna a crescere il merito è degli immigrati. Quegli immigrati che, secondo il ministro Ferrero, «rappresentano ormai una parte consistente della popolazione del nostro Paese e contribuiscono alla crescita dell’Italia» (costituiscono il 7% della popolazione nelle regioni del Nord). Tanti italiani nuovi, nostri connazionali, insomma, ufficialmente oppure “di fatto” (è un po’ come per le coppie non sposate, che funzionano come tutte le altre, ma non hanno alcun riconoscimento istituzionale). Persone che lavorano, pagano le tasse e fanno figli. Cittadini cui ancora la politica stenta a riconoscere i diritti, ma cui l’impresa ha già assegnato il ruolo, speriamo solamente temporaneo, di manovalanza da sfruttare.
 Un piccolo vicentino
Nell’articolo di fondo del manifesto in edicola oggi, Gabriele Polo, condirettore del quotidiano, traccia un quadro impietoso del «melassoso declino», al tempo stesso «sociale, istituzionale, politico» del nostro Paese, cui oppone un unico dato positivo, quello demografico. L’Italia, sostiene Polo, cresce grazie agli immigrati, che incidono positivamente sul tasso di occupazione e su quello di natalità. Che, silenziosamente, stanno cambiando il nostro Paese, arricchendolo tanto dal punto di vista economico, quanto da quello culturale.
 Con buona pace dei calderoli di tutti gli schieramenti, aggiungo io.
 
Non si tratta, naturalmente, di «un percorso indolore, per “loro” come per “noi”, perché ciascuno porta con sé anche le proprie miserie». Ma, il percorso è, da un lato, l’unico possibile, e dall’altro, estremamente arricchente.
 
Nel confronto tra i motivi di sfiducia e quelli di speranza per le sorti della Penisola, dall’articolo emerge un contrasto tra il «ristagno del piccolo mondo “ufficiale” del Belpaese», che pensa unicamente di inglobare o respingere lo straniero, e l’«evento dinamico, incomparabilmente innovativo», costituito dalla «creativa contaminazione del nuovo mondo», vero «sasso» lanciato «nello stagno della melassa italiana».
 
L’immigrazione, «processo inarrestabile», aiuterà il Paese a sprovincializzarsi, a mettere «in discussione le nostre chiusure», a porre, «in tempi di asseriti scontri di civiltà […] l’obiettivo di una civiltà più larga e universale».
 
Fin qui l’articolo di Polo.
 
Naturalmente, nel Paese esistono anche movimenti “autoctoni”, che spingono al cambiamento e si propongono di riformare il sistema, cercando di spezzare i poteri delle caste, delle lobby e di riformare ciò che oggi appare irrimediabilmente corrotto. Tra i motivi di speranza, possiamo metterci anche questo: molti immigrati cominciano a partecipare alle manifestazioni, ai movimenti (la foto che correda questo articolo è stata scattata a Vicenza, durante il corteo del 17 febbraio), realtà di lotta democratica che forse sapranno costituire il punto d’incontro delle diverse realtà, fino a diventare fucine di integrazione, quell’integrazione che nasce dalla reciproca contaminazione, non dall’omologazione del più debole alle istanze del più forte. Questo articolo è stato letto 102 volte

26.05.07

Ancora lo straniero

Inviato in Lo straniero | 17:50

 Più che un sentiero è una traccia quella che sale al villaggio, un passaggio appena accennato, coperto, talora, e nascosto dall’erba. Poi la via diventa più nitida e in terra compare una rozza pavimentazione di pietra. Sul lato a monte del sentiero, inizia una serie di muriccioli a secco, cui sembra spetti il compito (davvero sproporzionato per così piccole forze) di tener su la montagna.

 Le case abbandonate esercitano un fascino impenetrabile che, a volte, si traduce in paura. Paura dei crolli, spavento delle vipere e timori meno razionali, di spiriti in attesa fra le pietre, ricordi conservati nelle mura e nei viottoli di luoghi un tempo vivi, ormai disabitati. 

  

 Le costruzioni si tengono addossate l’una all’altra, come a difendersi dal freddo, e procedono in salita, lungo il fianco della montagna. L’erba ha invaso tutto; un albero è cresciuto in mezzo alle case. Osservo una cimice dei campi aggrappata a una pianta d’assenzio, poi alzo lo sguardo ad abbracciare il piccolo paese. A sinistra, un edificio ancora in buone condizioni conserva intatto il tetto di lose e il fienile, un soppalco esterno, di legno, con la scala a pioli ancora appoggiata e, dentro, un po’ di fieno. Più a destra, proprio nel centro del mio campo visivo, i resti di una casa completamente diroccata. Tra i due edifici si apre il viottolo che, poco più in su, con una curva, conduce in centro al villaggio. Mi giro verso valle e, per un attimo, ammiro il panorama che altri occhi, un tempo, dovevano osservare quotidianamente: la Dora, i prati del fondovalle, i boschi di castagni e, oltre, la montagna, dietro la quale il cielo oggi è appesantito di grossi nuvoloni bianchi. M’ingegno per guardare con gli occhi di chi fu, trascurando così la statale e l’autostrada, concentrandomi invece sui boschi, sul filo di fumo che s’alza da un paese lontano. 

 Faccio un giro tra le case. Breve. Mi sento inquieto, è come se dai vani delle porte dovesse sgusciare fuori all’improvviso qualcuno, uomo o spirito. Del resto, i paesi abbandonati non lo sono mai del tutto. Sotto il fienile c’è una bottiglia vuota, dimenticata. Più in là trovo un ombrello.

 

 Ma so che il mio stato d’animo è condizionato da qualcosa che è accaduto prima, mentre salivo lungo il sentiero che porta al villaggio. Dopo una svolta, all’improvviso, ho visto in terra un uomo. Girato su un fianco, sembrava addormentato. Era, però, completamente immobile, tanto che dapprincipio ho pensato a un cadavere. Ho tirato dritto, dicendomi che non era possibile e che tornando indietro avrei verificato se il corpo si fosse mosso o meno. Non sapevo se dovevo chiamarlo, se dovevo toccarlo. Trovavo strano che dormisse coricato proprio sul ciglio del sentiero, anche se quel sentiero non è molto frequentato. E poi era davvero immobile. Così, durante la visita, il mio umore è stato sempre teso. 

 All’aspetto, l’uomo sembrava un immigrato. Chissà, magari un clandestino che aveva scelto quelle case per ripararsi dalla notte. Ho immaginato la sua vita: la ricerca di un lavoro, il bisogno di un posto in cui andare… Ormai un alone fantastico aveva circondato il piccolo villaggio. Per un istante ho visto le pietre rianimarsi, trasformando quelle rovine in una sorta di città libera, il rifugio sicuro di molti irregolari.

 Quando sono ridisceso, tossendo e facendo rumore per annunciare il mio passaggio, l’uomo non c’era più. Era scappato, spaventato dalla mia presenza? Rimasto infastidito perché avevo violato la sua solitudine? In ogni caso era vivo e questo mi pareva un buon inizio.

 

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25.05.07

Lo straniero

Inviato in Lo straniero | 17:11

 Ragioni non ne avete per fermarmi:

 perché impedirmi il passo?

 o negherete a chi cammina

 di mettere la terra sotto i piedi?

 Esito ancora un poco,

 poi mi decido e varco la frontiera;

 forse per ciò mi verrà meno l’aria?

 O il vostro cibo non mi sazierà la bocca?

 Non è vostra la scelta:

 percorrerò queste strade ordinate,

 fatte di passi, d’asfalto, di case,

 mangerò i piatti della tradizione

 e amerò le vostre donne, alla fine,

 se loro lo vorranno.

 «Di chi sono, domando, queste terre?»

 E di rimando voi mi rispondete:

 le terre sono vostre, e ve le lascio;

 ma di chi è la strada?

 Come puoi dire: «Non è tuo»

 del metro su cui appoggio il passo,

 del sasso dove poso il culo?

 Sono padrone almeno del mio corpo,

 di tutto ciò che abbracciano i miei occhi.

 Mi tiro su dall’erba del giaciglio,

 fresca la mente e tersa

 come i campi gualciti del mattino.

 

  

 Il villaggio abbandonato di Barmaz,

 in Valle d'Aosta.

 
PS: Come tutti i testi di cui non fornisco una diversa attribuzione, la foto e la poesia sono mie. Intendo, d'ora in poi, integrare documenti, appelli, analisi e commenti con testi di tipo "letterario" (versi e prose) per trattare i temi consueti con minor retorica e - forse - un grado maggiore di incisività. Questo articolo è stato letto 194 volte