20 marzo: 5 anni di guerra
Domani è il 20 marzo e si "festeggia" il quinto compleanno dell'attacco americano all'Iraq, una guerra che non c'entrava niente (è stato dimostrato) né con Al Qaeda, né con le favolose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Una guerra sbrigativamente liquidata con un "missione compiuta" pronunciato a bordo di una portaerei, davanti alle telecamere. Una guerra che ha fatto (si dice) più di un milione di morti tra gli iracheni, qualche migliaio tra gli occidentali.
La seconda guerra mondiale è durata 7 anni, che dovettero sembrare eterni. L'Iraq ci ha stufati da un pezzo: l'abbiamo già dimenticato, a parte gli sproloqui dell'ex ministro Martino, che propone di tornarci. Ma Martino, come nella migliore tradizione della destra italiana, è stato frainteso dalla stampa stalinista.
Aspettando la pace, propongo un'immagine: la colomba è opera di Danilo Cavallo, il fotomontaggio è di Paolo Rey.
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«Mettete nel programma la fine dell'assedio» - Lettera aperta ai candidati alle elezioni politiche del 13-14 aprile
Non possiamo in alcun modo giustificare i missili che piovono su Israele, mietendo qua e là una vita innocente e costringendo migliaia di abitanti a vivere nell’angoscia di un’esplosione improvvisa. Noi che dalla solidità delle nostre case non ascoltiamo sirene e non temiamo l’impatto, dobbiamo ribellarci alla logica della morte. Nessuno, per favore, giustifichi i missili. E non si apprezzi la deriva di Hamas verso un fanatismo fino a ieri estraneo alla popolazione palestinese. Ma si ricordi che in fondo alla questione, andando a grattar via l’ultima terra, si troverà la decisione d’Israele d’impedire la costruzione d’uno Stato palestinese, il mancato rispetto delle risoluzioni Onu, l’insediamento illegale di migliaia di coloni e l’uso della forza da parte di uno degli eserciti più forti del mondo. Se questo non bastasse, c’è ancora il muro, che stringe Gaza d’assedio, ci sono i check point, c’è l’embargo su tutto: un milione e mezzo di palestinesi senza cibo, senz’acqua, senza energia. Ospedali senza corrente elettrica e senza medicine.
Qualcuno di noi può capire che cosa significhi vedere frantumata la propria casa a causa d’un sospetto o d’un errore? I giorni scorsi, l’esercito israeliano ha bombardato ed è entrato a Gaza: più di 60 morti, molti dei quali civili. Ma l’orrore va avanti, cresce ogni giorno, nella popolazione schiacciata dalla fame e dalla sete. E ogni giorno la sete e la fame arruolano nuovi lanciatori dietro alle rampe dei missili Qassam. Non ci sarà mai pace per la Palestina, non vi sarà pace per Israele, finché l’embargo imposto dal governo di Tel Aviv con la complicità degli Stati uniti e di gran parte delle nazioni occidentali non sarà revocato. Ma qui da noi destra e sinistra ignorano la situazione drammatica dei due popoli. Pubblico un appello ai candidati alle elezioni politiche italiane, promosso da molte associazioni, scritto affinché inseriscano nel loro programma tutte le azioni necessarie per mettere fine all’assedio di Gaza. Ricordo che il governo Berlusconi ha firmato con lo Stato di Israele un accordo di cooperazione militare, che il governo Prodi non ha mai stralciato.
«Mettete nel programma la fine dell'assedio»
Lettera aperta ai candidati alle elezioni politiche del 13-14 aprile
Ci rivolgiamo a voi, candidati nelle prossime elezioni politiche, per invitarvi a mettere all'ordine del giorno dei vostri programmi iniziative urgenti per la fine dell'assedio di Gaza, imposto da Israele, dopo averla dichiarata «entità ostile». La sua popolazione subisce da mesi una pesante punizione collettiva, in violazione della legalità internazionale e dei diritti umani di tutte e tutti.
Vi chiediamo di esprimervi contro una politica che penalizza duramente un'intera popolazione di un milione e mezzo di persone, per le azioni e decisioni di una piccola minoranza. (Continua)
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Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah - Collezione Gianfranco Moscati
Se siete in zona, andate a vederla.
Fino al 22 febbraio il Liceo classico di Aosta
ospita la
Collezione Gianfranco Moscati, Documenti e immagini dalla
persecuzione alla Shoah. Il percorso della mostra – piuttosto estesa e
ricchissima di materiali autentici (dalla cartolina di propaganda antisemita
alla stella di David di stoffa, strappata al vestito che la portava) – è
introdotto da un pannello che presenta «i ricordi dei testimoni sopravvissuti»
come «l’unico momento da opporre all’oblio, affinché la Memoria della Shoah non
perda la sua valenza umana e non rimanga solo un fatto fra i tanti sugli
scaffali polverosi delle biblioteche». Tra gli oggetti esposti, la prima pagina
del Messaggero dell’11 novembre 1938 (XVII anno dell’era fascista), che titola:
Deliberazioni del Consiglio dei Ministri – Le leggi per la difesa della razza.
L’effetto è tutto un altro, rispetto ai libri di scuola: migliaia di persone,
un giorno d’autunno di 70 anni fa, hanno letto quel titolo e i relativi
articoli, che presentavano come una cosa normale – magari anche una decisione
storica, ma dopotutto una cosa normale – l’orrore assoluto della persecuzione
razziale. Basti scorrere il sommario: Proibizione dei matrimoni misti –
Trattamento giuridico degli ebrei in Italia – Limitazione di attività e diritti
– Enti che non possono avere ebrei alle proprie dipendenze – Divieto agli ebrei
di avere domestici ariani – Coordinamento delle norme scolastiche: solerte, il
giornalista si sforza di spiegare al bravo cittadino fascista, seduto magari al
tavolo di un caffè, le ultime decisioni del governo. Accanto al titolo, un
ritratto di Sua Maestà ricorda il «genetliaco» del «Re Imperatore». (Continua)
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Tcheu son ya - Storia di un esodo dimenticato
Tcheu son ya. Chissà che vuol dire: sembra una lingua esotica. Poi scopro che si tratta del dialetto della mia regione, il patois, il franco-provenzale. Significa «se ne sono andati tutti». Tcheu son ya è il titolo di un film girato da un giovane regista bresciano, Davide Vanni, che ha conosciuto la Valgrisenche qualche anno fa (vi ha fatto il pastore, d’estate, per tre mesi) e vi è tornato per filmarne la storia. Proiezione all’espace populaire di Aosta, presenti il regista e il sindaco di Valgrisenche, Piergiorgio Barrel.
Un passo indietro, al 1959, appena qualche anno dopo la fine della guerra. Una diga taglia in due la Valgrisenche, costringendo la popolazione che vive a monte della parete di cemento ad andarsene. Sevey, Beauregard, Supleun, Fornet, Chapuis, Uselières, Surrier: 7 villaggi saranno sommersi dal lago artificiale generato dalla diga, 150 persone dovranno abbandonare le loro case. In cambio, sarà prodotta elettricità, per consentire la rinascita italiana del secondo dopoguerra. «Fino all’ultimo minuto, la gente non voleva andarsene», racconta il sindaco Barrel. «Restava a osservare le cose che aveva, case, terreni, sommerse dall’acqua». «Una volta si nasceva, si viveva e si moriva nello stesso posto».
Tcheu son ya restituisce il sapore di un mondo che non c’è più, ripercorre le vicende degli antichi protagonisti della costruzione della diga e degli abitanti costretti a emigrare in altri comuni della Valle d’Aosta. Pone l’accento sul sopruso perpetrato dall’autorità (statale) e dall’interesse (economico) su una comunità che vive nella vallata a partire (se ricordo giusto) dal XII secolo.
Ma la voce dei protagonisti (gli ultimi rimasti, oppure i loro discendenti), volutamente in dialetto (sottotitolata in italiano), più che dell’accusa ha il tono della rassegnazione, della nostalgia. Erano anni che si sentiva parlare della costruzione di un lago artificiale, ormai la gente non ci pensava più. I primi rilievi dell’Ansaldo erano stati effettuati nel 1935. Nessuno si era degnato di spiegare agli abitanti che cosa sarebbe stato di loro. Ma a partire dal ‘52 fu necessario abbandonare i villaggi.
Oggi la diga di Valgrisenche è utilizzata per un decimo della sua capacità: dopo la tragedia del Vajont, il bacino è stato rapidamente svuotato, facendo calare il livello di un metro al giorno per venti giorni, perché si temeva per la stabilità del terreno. In questa maniera è stato scongiurato il pericolo di un nuovo disastro, ma oggi la popolazione della Valgrisenche si chiede che cosa fare per attenuare l’impatto del muro di cemento che taglia in due la valle. «Si è pensato di abbassare il muro», spiega Barrel, «tagliandone la sommità, e di risistemare la zona a monte creando un lago con finalità turistiche». Lavori per centinaia di milioni, ma la Valgrisenche ha sofferto abbastanza la presenza della diga e ora cerca soluzioni per il proprio futuro.
Al di là dell’aspetto politico, del documentario ho apprezzato soprattutto le immagini, la capacità di Davide Vanni di ridestare le atmosfere di un mondo perduto. Ho pensato ai libri di Mauro Corona, all’interno dei quali lo scrittore-alpinista-scultore descrive il mondo lontano della sua infanzia, i mestieri di allora, la vita dura, ma vera, prima della tragedia del Vajont.
Sono andato a Valgrisenche apposta per le foto. Quella grande mostra la vallata inquadrata in maniera da escludere la diga e dà l’idea di ciò che doveva essere il panorama di questa zona prima dello scempio. La seconda foto mostra il muro di cemento, che taglia in due la valle. Qui accanto, se volete, trovate un piccolo “collage”. Cliccateci sopra per vederlo nelle sue dimensioni reali.
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Danimarca: Opposizione nonviolenta al nazismo.
Negli ultimi tempi, complice la ricorrenza della Giornata della Memoria, ho pubblicato diversi articoli sulla Shoah e, più in generale, sulla deportazione e lo sterminio di milioni di donne e di uomini all’interno dei lager nazisti. Li elenco di seguito, così da renderli più facilmente consultabili.
Collettivamente Memoria
Il Treno della Memoria
La Giornata della Memoria La parola libertà. Vite da donne: "44145 Anna"
L’orrore assoluto
Questo che segue è un altro articolo sullo stesso tema, ma affronta il periodo nazista in una prospettiva diversa: quella della resistenza nonviolenta della popolazione danese contro l’occupazione tedesca. Anche quest’incontro si è svolto all’espace populaire di Aosta, nell’ambito della rassegna Collettivamente Memoria: è stato proiettato il video A Force More Powerful (Una forza più potente), di Steve York, presentato da Angela Dogliotti Marasso del Centro Studi Sereno Regis di Torino.
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L'orrore assoluto
Il 3 gennaio del 2005 mi trovavo a Otranto, uno dei centri più belli del leccese, tutto case chiare, addossate l’una all’altra, e tra le case strette stradine in salita, in discesa, e muri che chiudono giardini. Una città stupenda, accomodata sul mare, dominata dal massiccio castello aragonese. All’interno della fortezza, ho visitato una mostra sulla tortura nel Medioevo, distribuita su quindici sale, dov’erano custoditi gli antichi strumenti di supplizio. Prima di cominciare, un cartello invitava a riflettere sui «secoli crudeli e bui» che, diceva,
hanno accompagnato l’umanità sino ai giorni nostri prima che ci venissero riconosciuti quei diritti di uguaglianza che una legge naturale conferisce all’uomo al suo stesso apparire in questo Universo.
Il cartello proseguiva:
Questi diritti, riconquistati tra orrori e sofferenze e tuttavia ancor oggi spesso calpestati […] hanno ridato ad ognuno di noi quella dignità e quella libertà che dovrebbero generare una ragione lucida e consapevole, capace di scegliere il bene. (Continua)
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La parola libertà. Vite da donne: "44145 Anna".
27 gennaio, Giornata della Memoria. Proiezione del film 44145 Anna, all'espace populaire di Aosta. Sono presenti Silvia Berruto, curatrice della rassegna Collettivamente memoria, Michela Cane, la regista del film, Lucio Monaco, curatore del libro La parola libertà. Ricordando Ravensbrück, scritto dall'ex deportata Anna Cherchi e lo storico Carlo Ottino. È infine presente l'ex deportata Ida Désandré.
Il film, nato all'interno del Progetto Memoria che coinvolge gli istituti superiori di Moncalieri (Torino), è stato realizzato alcuni anni fa nel corso di un viaggio didattico al campo di sterminio di Ravensbrück, in compagnia delle ex deportate Anna Cherchi e Natalìa Tedeschi. Le immagini riprese dalla giovane regista (che al tempo aveva 18 anni) hanno il merito di mostrare Anna Cherchi intenta a spiegare il lager agli alunni.
Dell'ex partigiana traccia un ritratto l'amico Carlo Ottino, visibilmente commosso. «Era così come nel video», dichiara: «semplice, rigorosa, precisa, molto chiara. Era una persona che non ha mai tradito se stessa». La vita di Anna Cherchi non è stata facile. Anna è stata operaia, dentro il lager (dove venivano fabbricati i Messerschmitt, arma dell'aggressione nazista al mondo), ma anche fuori, al rientro in Italia, alla Fiat. Anna, continua Ottino, «non aveva la patacca dell'università; aveva il segno della vita e il dono di trasmetterla». Trasmettere moralità, ideali, la capacità di giocarsi fino in fondo la propria responsabilità. «Anna era una persona eccezionale», anche se non si sentiva tale. Era semplice e sapeva ascoltare. (Continua)
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Il Treno della Memoria
L'altra sera all'espace populaire di Aosta, nell'ambito della rassegna Collettivamente memoria, si è tenuta la presentazione di un cd rom didattico sulla deportazione nei campi di sterminio nazisti. Relatrice della serata era Elena Castelli, dell'associazione Post Quem di Torino, che ho intervistato prima della dimostrazione.
Unica nota negativa: c'era pochissimo pubblico, il che è davvero un peccato, perché lo strumento presentato era davvero interessante, soprattutto per gli insegnanti. Sarebbe bello (perché no, del resto?) che i miei 25 lettori (o almeno quei 9 o 10 che abitano in zona) prendessero in considerazione di partecipare alle prossime attività della rassegna.
Rinvio al calendario.
Il cd rom nasce dall'esperienza del Treno della Memoria, un convoglio allestito nel lontano '99 presso lo scalo ferroviario in disuso di Torino Ceres (a Porta Palazzo) e poi portato in giro per l'Italia per diversi anni. «Sono stati utilizzati cinque carri bestiame», spiega Castelli, «messi a disposizione dal museo ferroviario. Il treno era fermo, erano gli spettatori che si muovevano al suo interno, ripercorrendo idealmente le tappe della deportazione e ascoltando la testimonianza di ex deportati. Ogni tappa in giro per l'Italia è stata pensata dando spazio alla realtà locale, con il coinvolgimento di testimoni del luogo.
Questa iniziativa che cresceva, in quantità e in qualità, ci ha fatto venire in mente la possibilità di costruire uno strumento multimediale, in grado di restituire le varie modalità di approccio».
«In ogni tappa il teatro si alternava a dati e storie locali e a una testimonianza finale. Lo spettatore prendeva consapevolezza che si trattava di una cosa reale. Da un lato l'emozione, dall'altro la storia. Molto probabilmente, l'esperienza del Treno della Memoria
sarà ripresa quest'anno. L'iniziativa potrebbe tornare
a Torino, in aprile, magari in occasione della Festa della Liberazione». (Continua)
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