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Il degrado sociale in Italia e l'attacco alla scuola

mariobadino | 04 Settembre, 2008 22:35

 
 
 
Chi ha letto
il libro, o visto il film Gomorra capisce bene di cosa sto parlando, se dico che oggi in Italia intere porzioni del territorio nazionale sono sottratte alla legalità e al controllo (ma anche all’erogazione di servizi) dello Stato. Esistono palazzoni-quartiere, a Napoli, degradati e invivibili, dove le leggi che regolano la vita di tutti i giorni sono quelle della criminalità organizzata, dove i cittadini sono tali soltanto di nome e la Costituzione e i diritti non contano nulla. Ho detto Napoli perché sono partito da Gomorra, ma certo situazioni di questo tipo non sono solo napoletane, o campane. Nonostante la smania securitaria oggi prevalente in tutto il Paese, con un governo diviso a metà tra cultori dell’orgoglio patrio e figli del dio Po (non meno determinati dei «patrioti» nel richiamare all’«ordine»), il concetto di legalità in Italia continua il suo declino, trovando terreno fertile nella presenza delle mafie, ma soprattutto nel nuovo impoverimento diffuso presso ampi settori della cittadinanza. Ci sono dunque aree nelle quali il livello di depressione (sociale, economica e anche psicologica) è tale che sono assolutamente normali episodi di cronaca come quelli legati al tifo «malato» o fenomeni gravissimi di disastro ambientale, come la campagna partenopea trasformata in luogo di smaltimento abusivo dei rifiuti tossici del nord. Al di là delle iniziative dal basso, che forse ci salveranno e forse no, porre rimedio a questa situazione richiederebbe la presenza, nel corso di una o due legislature almeno, di un governo seriamente intenzionato ad affermare il «rispetto delle regole» e capace di promuovere la diffusione di un lavoro non precario e di servizi di qualità, pubblici e accessibili a tutti. Questo, del resto, dovrebbe essere il compito dello Stato. Dovrebbero essere applicate parole d’ordine logore e dimenticate come «lotta alla mafia», «sicurezza del lavoro», «intervento pubblico nell’economia», istanze che non trovano nell’impiego delle forze dell’ordine (e dell’esercito) il loro compimento.  (Continua)

Vite precarie (2)

mariobadino | 04 Settembre, 2008 22:08

 

 
 
 «L’Italia
è una Repubblica fondata sul lavoro».
 E ancora: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto».
 Cito dagli articoli 1 e 4 della Costituzione.
 
 Ma nella notte tra il 10 e l’11 aprile del 2007 io mi trovavo sull’espresso Brindisi-Torino, un’odissea che ho raccontato altrove. Insieme a me, il «muratore di Mesagne (BR)», che «viaggia verso Modena con un collega. Stanno lavorando alla costruzione della nuova centrale idroelettrica sul fiume Secchia, a Sassuolo. Qualche giorno a casa per Pasqua, ma ora ricomincia il lavoro». La donna che mi siede accanto «è un’insegnante di Porto Cesareo (LE) e lavora in un centro territoriale di Modena. Domani sera ha lezione; sono quattro anni che fa avanti e indietro nord-sud».
 
 Si può essere immigrati nel proprio Paese. Correre dietro al lavoro.
 
 Come gli insegnanti che il 26 agosto di quest’anno hanno invaso le Fondamenta di Cannaregio, a Venezia: piccola mandria che avanza nella luce del mattino, proveniente da ogni parte d’Italia e diretta verso l’ex macello civico, ora sede della facoltà di Economia dell’Università Ca’ Foscari. Li attende il test di ammissione ai corsi SOS (la scuola di specializzazione per insegnanti di sostegno). C’è chi viene da vicino, chi dalla Sicilia, chi è appena arrivato, chi ha dormito in qualche bed & breakfast. Neolaureati e cinquantenni avanzano tutti assieme, ancora assonnati, per conquistare l’opportunità di un’(altra?) abilitazione e ottenere, dopo sei mesi di corso e 2 mila euro di tasse universitarie, una possibilità in più per un incarico a scuola o addirittura, Dio volesse, l’ambita immissione in ruolo.  (Continua)


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