17.07.08
Genova, il processo per Bolzaneto e una testimonianza di Alex Glarey

30 assolti su 46 imputati e in più pene lievissime, che presto saranno cancellate dalla prescrizione: si conclude così il primo processo alle forze dell’ordine macchiatesi di tortura nella caserma di Bolzaneto ai tempi del G8 di Genova. A distanza di sette anni (proprio in questi giorni cade l’anniversario) le ferite inferte alla democrazia non si sono ancora rimarginate. Del resto, chi ha sferrato i calci e i pugni, chi ha costretto i fermati ad attendere per ore in piedi e ha loro imposto di cantare: «Uno due tre, viva Pinochet» e «Duce, Duce», chi si è macchiato di quella che, secondo Amnesty International, è «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale», è ancora al proprio posto, a tutela dell’ordine pubblico, quando non ha fatto direttamente carriera. Fino a oggi, le forze dell’ordine non sono state ripulite dalle «mele marce» e chi al tempo ricopriva la carica di Ministro degli Interni ha solo cambiato Ministero. I massacri, alla fine, resteranno impuniti. Ciò nonostante, ha ragione Vittorio Agnoletto, all’epoca portavoce del Genoa Social Forum, quando afferma di ritenere «positivo il riconoscimento dei reati e delle vittime attraverso i risarcimenti e il fatto che i ministeri siano chiamati in solido a rispondere». Secondo Agnoletto, inoltre, «le assoluzioni per insufficienza di prove riconoscono la gravità dei fatti anche se si tende a diminuire la portata delle responsabilità individuali».
Di fronte all’orrore, i risultati del processo genovese suonano insultanti. Ma non si può fare a meno di condividere il parere di Agnoletto almeno su un punto. Certo, i «cattivi» non pagheranno, l’«esempio» non sarà dato e questo, specie nell’attuale clima politico, non potrà che avere ripercussioni negative sulla società italiana. Ma, almeno, una cosa è stata detta: le forze dell’ordine si sono comportate male. Oggi è assodato. È un dato di fatto. E scrivo queste parole pensando a tutte quelle persone, che pure stimo, convinte che i fatti del G8 siano stati una questione di ordine pubblico reso impossibile da tutelare dalla violenza dei manifestanti, o magari dal fatto che il governo aveva accettato di trattare con i vari Casarini, per essere poi da questi «tradito». L'ho sentito dire tante volte, anche a persone intelligenti e buone. Che la sentenza di Genova, del tutto insufficiente a rendere giustizia, serva almeno a questo, allora: a mettere nero su bianco, una volta per tutte, che in una democrazia il comportamento delle forze dell’ordine non può essere quello dei delinquenti (veri o presunti) e che ci sono regole che bisogna rispettare. Certo, la pratica è in grado di schiacciare la teoria e la promozione di molti fra i torturatori parla più forte delle condanne emesse. Per questo sta a noi ricordare, parlare, tenere viva la memoria e rendere testimonianza di quanto è accaduto, ma anche vigilare per fare in modo che non si ripeta alla Maddalena, magari, oppure in Val di Susa.
Alcuni mesi fa, ho chiesto a Alex Glarey, che ai tempi del G8 era il portavoce dell’Aosta Social Forum, di scrivere intorno a quei giorni un testo «suo». Nonostante si fosse in piena campagna elettorale (Alex era candidato nella lista dell’Arcobaleno per le elezioni regionali della Valle d’Aosta), il testo è arrivato, ma io, preso da mille cose, ho sempre dimenticato di pubblicarlo. Rimedio ora, sperando che possa essere un contributo per non dimenticare. E per «resistere», come dice Alex.
Il testo di Alex:
«Genova. Solo chi è stato in quelle strade può capire», dice il collettivo di narratori Wu Ming. E hanno ragione. (Continua)
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