Elezioni. Un intervento di Alex Glarey
Pubblico, come annunciato, alcune riflessioni di Alex Glarey, militante della Sinistra Arcobaleno della Valle d'Aosta, nella speranza (del loro autore, anzitutto) che possano essere utili per costruire al meglio il nuovo progetto politico. Esse saranno rivolte, in primo luogo, a chi sente di farne parte. Per quanto riguarda me, ho espresso più volte il mio punto di vista, in molti casi critico, verso l'esistente (anche a sinistra), ma proprio per questo credo che sia importante confrontarsi tra posizioni diverse. Quelle di Alex, in realtà, mi trovano abbastanza in sintonia. Se, infine, questo spazio potrà dare una mano al dialogo ne sarò, evidentemente, lietissimo.
[NB: mi sono permesso di grassettare qua e là: è un vizio]
Buongiorno a tutt*,
Prima di entrare nel vivo delle prossime campagne elettorali [in Valle d'Aosta non ci sarà il cosiddetto election day: alle politiche di aprile seguiranno, a maggio, le regionali, ndr], vorrei affrontare alcuni argomenti delicati.
Forse ho aspettato troppo - ogni volta c’erano questioni più
importanti: le elezioni a Courmayeur, i referendum, la nascita della
mia piccola Isabeau – ma ritengo comunque opportuno che il progetto
dell’Arcobaleno VdA sia sottoposto a un esame critico prima di affrontare il voto popolare, di modo da riuscire a correggere per tempo eventuali errori e sfruttare al massimo le sue potenzialità.
Naturalmente, la mia è anche un’autocritica, in quanto faccio parte a pieno titolo di questo progetto. (Continua)
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Prospettive. Una (pacifica) sollevazione popolare
Neanche a farlo apposta (e giuro che non l’ho fatto apposta, cioè non ho copiato) il giorno in cui pubblicavo il mio invito a votare – l’astensione è una delega in bianco – subordinandolo però all’esigenza di trovare strumenti altri per incidere sulla vita sociale e politica, sulla prima pagina del manifesto (edizione del 28 febbraio) usciva un articolo che diceva più o meno la stessa cosa, firmato da Howard Zinn (storico, e scrittore, autore di «A People’s History of the United States», «Voices of a People’s History» e «A power Governments cannot suppress»). Mi permetto di citarne alcuni stralci, poiché, in effetti, Zinn è stato molto più chiaro di me.
L’articolo dell’autore americano prende le mosse da un’analisi impietosa degli Stati uniti, nei quali votare significa, ogni quattro anni, ritrovarsi incollati «al televisore, mentre i candidati ammiccano e sorridono proponendo un mare di clichè con una solennità che si addice ai poemi epici». Ci sono, è vero, «candidati che sono un po’ meglio di altri, e in certi momenti di crisi nazionale (gli anni ’30, ad esempio, o oggi) anche una leggera differenza tra i due partiti può essere una questione di vita o di morte». Nell’insieme, tuttavia, siamo chiamati a scegliere tra due alternative fra loro molto simili. «Sosterrei un candidato contro l’altro?», si chiede Zinn. La risposta è sì, ma solo «per due minuti – il tempo che serve ad abbassare la leva nella cabina elettorale». (Continua)
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