ThyssenKrupp
«Siamo di fronte ai drammatici risvolti dell’applicazione di politiche neoliberiste avvenuta negli ultimi anni, con la riduzione a merce della vita dei lavoratori», ha denunciato Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, commentando le recenti tragedie sul lavoro e la morte di Giuseppe Demasi, l’ultimo dei 7 operai coinvolti nell’incidente alla ThyssenKrupp di Torino. Anche Severino Poletto, cardinale della città, è andato alla radice del male, ricordando che «il capitale serve per creare lavoro e non per accumulare, creando benessere solo per qualcuno». In un’intervista al manifesto, il premio Nobel Dario Fo ha citato in proposito Bertolt Brecht, secondo il quale «quando uno schiavo si libera dalla schiavitù e diventa un operaio perde i diritti che aveva». «Come schiavo era tutelato», ha detto il premio Nobel: «gli veniva garantito un abito, persino una moglie gli veniva trovata. Da operaio perde di valore, di peso, perde di diritti». «Un operaio mi ha detto che i padroni pagano le multe per il mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza, ma se ne fregano, perché le multe costano molto meno che tenere a regola gli impianti». Non spetterebbe, in questo caso, al governo di prendere in considerazione provvedimenti estremi, quali un inasprimento delle multe tale da rendere antieconomico il non adeguamento delle ditte agli standard di sicurezza richiesti dalla legge, o ancora la revoca della licenza, o magari il carcere, soprattutto in caso di grave incidente? È alla politica che compete di governare l’economia, non viceversa. Ed è il Parlamento che deve stabilire le leggi, leggi che poi dovranno essere rispettate da tutti. Chi ci potrà salvare, altrimenti, dalla logica del profitto e dalle sue esigenze? Alla proposta che il presidente del consiglio comunale di Torino ha rivolto a Confindustria di espellere dall’associazione le aziende che violano le leggi sulla sicurezza, Luca Cordero di Montezemolo ha risposto su questo tono: «Il nostro mestiere è fornire servizi, non fare giustizia». Il che, parafrasato, suona: «Non è affar nostro e ce ne laviamo le mani». (Continua)
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Buon 2008!
Così ci siamo: anno nuovo vita nuova e via discorrendo. Mi piacerebbe tuttavia che il navigante tornasse con la mente a un anno fa, al principio del 2007. Questo blog, allora, neppure esisteva, ma stava muovendo gli ultimi incerti passi quello vecchio, che tenevo su una piattaforma commerciale
(non vi ci rimando neppure, non ne vale la pena, se proprio ci tenete
provate con un motore di ricerca). Più o meno in questi giorni, un anno
fa, mettevo in rete una poesia d’auguri, scritta con un occhio all’Iraq, dove Saddam Hussein veniva impiccato con la benedizione di Washington, ansiosa di mostrare ai popoli mediorientali i vantaggi della democrazia, e uno alla Palestina, con i Territori stretti nella morsa della repressione israeliana. 365 giorni dopo, nonostante alcune luci (la moratoria sulla pena di morte, ad esempio) e alcune ombre nuove (quanto sta accadendo in Birmania, per dirne una, o in questi giorni in Kenya), trovo che i versi della poesia siano ancora – drammaticamente – attuali. Così li ripropongo. Il titolo è Ancora due dita di sciampagna.
Auguri cari, auguri,
auguri di buon anno,
d’un poco d’entusiasmo
e di felicità. Brindiamo
ai territori martoriati
e ai supermercati,
al giro d’orizzonte, largo, ai sogni.
L’umanità si stringe
tra le macerie calde
di un palazzo o un ideale,
si sputa sulle mani impolverate
per liberarsi il viso.
Auguri anche agli eroi del Paradiso,
ai martiri ch’esplodono,
democrazie che scoppiano.
A chi s’è fatto d’henninger,
chi preferisce Ratzinger,
chi proprio non ci pensa
e tanti auguri all’umile.
E già che ci siamo, ecco alcune fra le parole nuove ascoltate in questo inizio d'anno: (Continua)
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