mariobadino | 29 Settembre, 2007 17:58
mariobadino | 28 Settembre, 2007 18:11
L'accordo sul welfare siglato a luglio (quello che i radicali della Rosa nel Pugno non sono disposti a vedere modificato) contiene qualche piccolo difetto. Vediamo se li trovate, scorrendo il seguente appello, che leggo e diffondo.
«Noi precari esclusi pronti a votare no»
Quest'estate il governo Prodi ed i sindacati (Cgil, Cisl e Uil) hanno sottoscritto un accordo su pensioni e mercato del lavoro che sottoporranno ai lavoratori, che lo dovranno approvare in una consultazione nei posti di lavoro l'8-9-10 ottobre. L'accordo viene presentato da tutti, governo, sindacati ed anche da Confindustria, come il migliore possibile per garantire un futuro ai pensionati e soprattutto ai giovani.
Tutto sembra procedere per il meglio, ma da subito emergono non solo le perplessità di circostanza ma tutte le gravi insufficienze dell'accordo: non cancella ma diluisce soltanto lo «scalone» di Maroni, conferma sostanzialmente la Legge 30 e quindi il futuro di precarietà per milioni di giovani (e meno giovani). Non solo: penalizza le lavoratrici ed i lavoratori, facendoli lavorare più a lungo, rende una beffa il miglior trattamento per i lavori usuranti limitandolo a 5000 lavoratori l'anno, introduce una sorta di scala mobile al contrario tagliando i coefficienti, riduce i contributi per gli straordinari, permette che i contratti a termine durino oltre i 36 mesi, rendendo il destino precario per milioni di giovani per i quali, inoltre, il limite del 60% delle pensioni più basse è solo un'ipotesi allo studio. Ma che bel futuro che ci hanno disegnato!
Per questi motivi questo accordo è stato immediatamente condannato da tutto il sindacalismo di base, dai centri sociali e da tutti coloro che da anni si battono contro la precarietà. Anche la discussione nella Cgil porta la Fiom ad annunciare la propria contrarietà. Un no secco, che potrà avere anche conseguenze sulla consultazione.
Da Montezemolo agli esponenti del partito democratico, passando per i sindacati, un fiume di insulti e di accuse di irresponsabilità per una componente sindacale, la Fiom appunto, che si rifiuta semplicemente di sottoscrivere un accordo che penalizza le lavoratrici e i lavoratori, soprattutto quelli precari e precarie, i disoccupati, i migranti e le migranti, gli studenti e tutti i nuovi lavoratori della conoscenza, della cultura, dello spettacolo, ma anche tutto il mondo della parasubordinazione che è completamente escluso dalle misure previste dall'accordo.
Guarda caso infatti sono proprio questi i soggetti esclusi dalla consultazione dei sindacati confederali a cui invece possono per paradosso partecipare milioni di pensionati dal futuro «garantito». Si legittima così l'accordo senza nulla chiedere a quelli che ne sono più coinvolti. E' una ferita alla democrazia e alla rappresentanza delle organizzazioni sindacali, sociali e politiche. Una nuova frattura, dopo le molte aperte in questo anno di governo, sulla base di Vicenza, sulla guerra, i diritti civili per le persone glbtq, il tema del securitarismo: troppe, per chi ancora una volta deve sentirsi escluso dalla partecipazione democratica. Troppe per chi pensa che nessuno ha il diritto di decidere escludendo e recintando. Troppe per una generazione di studenti e precari a cui è stato letteralmente rubato il futuro. Non ci vogliono far contare ma non siamo dei fantasmi e vogliamo farci sentire.
Siamo movimenti, sindacati di base, centri sociali, precari, migranti, senza casa, studenti, lavavetri, writers e senza diritti: dobbiamo trovare il coraggio di alzare la voce e di unirci ai guastafeste della Fiom. Dovremmo farlo con assemblee, azioni di denuncia della nostra condizione di precarietà ma soprattutto urlando il nostro no nella consultazione sull'accordo, e anche organizzandoci per andare a votare e per far votare laddove veniamo sfruttati, nei territori, nei Municipi, nei centri sociali, nelle scuole e nelle università, per le strade.
Organizziamo questa partecipazione dal basso partendo da noi ma con la capacita di parlare a tutti, associazioni, cooperative, intellettuali, artisti e mondo della cultura in genere, trasformando la sgrammaticata antipolitica in domanda sociale autorganizzata. Vieni a votare no dal 6 al 10 ottobre. Cerca il seggio piu' vicino su www.consultazioneprecaria.org
Cobas, Action, M. Marcelli e G. Cremaschi (Rete 28 Aprile Cgil), Csoa Corto Circuito, Factory Occupata, Csoa Spartaco, Csoa La Strada, Spazio Sociale 32, Ass. Movimenti, Comitato quartiere Alberone, Giovani Comunisti/e, Leoncavallo Spa, Csoa Depistaggio, Csoa GrottaKapovolta, Ass. Duumchatu
mariobadino | 27 Settembre, 2007 22:55
Oggi ho trovato un volantino per strada, firmato dal Partito dei Comunisti italiani, che invita a partecipare alla manifestazione del 20 ottobre a Roma. "La società", dice il volantino, è "sempre più ingiusta e pesante", soprattutto "per le grandi masse popolari che, da quando non c'è più il PCI, hanno visto progressivamente peggiorare le loro condizioni di vita". Allora ho avuto l'illuminazione. Non sto parlando di comunismo, dico solo che quando c'era un grande partito a difesa dei lavoratori, i lavoratori stavano meglio. E questo porta a considerare che cosa è diventata la sinistra, comunista o meno; che cos'è oggi il centrosinistra targato Unione... Leggo sul giornale di oggi che i radicali minacciano di votare con il centrodestra per il ripristino integrale della legge Maroni se solo la sinistra radicale otterrà qualche cambiamento al protocollo sul welfare. Di fronte alla minaccia, che potrebbe concretizzarsi in una crisi di governo, il buon Romano non avrà che una strada: accontentare ancora una volta il centro del suo schieramento, quello che lo affosserà con i suoi Dini, Di Pietro, Mastella. In questa situazione sarebbe molto bello se la manifestazione del 20 ottobre servisse perlomeno a compattare la sinistra e a spingerla un pochino dove dovrebbe stare: dalla parte di chi ha meno.mariobadino | 27 Settembre, 2007 22:26
In questo momento sto guardando Anno Zero, la trasmissione di Michele Santoro. Ha appena finito di parlare Giancarlo Gentilini, ex sindaco di Treviso, ed è un quarto d’ora che sento gente che invoca pena di morte, torture, legge del taglione. Tutti vogliono la tolleranza zero, l’ordine, la pulizia: la gente ha paura. Garantismo e diritti rischiano di andarsene a puttane, ma non importa, purché i lavavetri abbiano ciò che si meritano. L’esigenza di sicurezza, ovviamente, non è in discussione: e chi vorrebbe sentirsi in pericolo? Ma il dubbio è che l’emergenza propalata dai media sia costruita per coprire altro: l’economia sbagliata, l’ingiustizia sociale. In questo panorama tutti siamo disposti a rinunciare a un po’ di libertà per la sicurezza e a invocare pene più severe.mariobadino | 20 Settembre, 2007 22:18
mariobadino | 20 Settembre, 2007 21:19
Strage sfiorata martedì scorso in Val di Zoldo (Belluno), dove un aereo militare F16 decollato dalla base statunitense di Aviano è precipitato dopo avere sfiorato le abitazioni di Fusine e Soramaè, frazioni del comune di Zoldo Alto. L’incidente, secondo indiscrezioni, sarebbe imputabile a un’avaria del motore. Soltanto l’abilità del pilota, poi salvatosi grazie al paracadute, avrebbe permesso di evitare le case. A quanto pare, l’F16 americano stava effettuando «un’operazione di routine» e non trasportava armi. Ancora una volta la base militare di Aviano è responsabile di un incidente aereo, evenienza che rientra nell’ordine delle probabilità anche senza supporre una particolare mancanza d’attenzione da parte delle forze aeree Usa, perché una base militare è di per sé fonte di rischio per il territorio che la circonda. Il pensiero dei testimoni e degli abitanti dell’area è subito andato al 3 febbraio 1998 «quando», rileva il Comitato unitario contro Aviano 2000, «un aereo militare partito […] dalla base di Aviano tranciò il cavo della funivia del Cermis, in Val di Fiemme e provocò la morte di 20 persone». Ma se il rischio è condizione endemica in presenza di strutture militari di questo tipo, spetta alla politica compiere una valutazione del rapporto costi benefici: quale reale esigenza difensiva giustifica il pericolo che le basi militari Usaf costituiscono per la sicurezza della popolazione civile? Ad Aviano, ad esempio, sono dislocate 50 bombe termonucleari, ciò che fa della struttura friulana la più importante base nucleare d’Europa (nonostante l’Italia aderisca al Trattato di non proliferazione nucleare). I comandi americani hanno detto che l’aereo caduto era disarmato. Anche a crederci senza riserve, è normale provare una certa apprensione pensando a quell’altro bombardiere americano che, giusto qualche settimana fa, aveva sorvolato gli Usa (la Madrepatria!) armato «per errore» di testate atomiche.
Di fronte all’esistenza reale di un pericolo, cui vanno aggiunti elementi di disagio per la popolazione, come l’inquinamento prodotto dai velivoli e il loro rumore assordante, il programma elettorale dell’Unione aveva proposto di ridefinire le «servitù militari». Oggi il governo Prodi ha riconfermato tutti gli accordi del precedente esecutivo con l’amministrazione Bush, anche quelli puramente verbali, come il placet di Roma per la costruzione di una nuova base al Dal Molin di Vicenza, o l’acquisto di più di cento bombardieri F35 di nuova generazione, o ancora gli accordi di cooperazione militare con Israele. Questo atteggiamento dispiace, soprattutto perché mancano condizioni di necessità tali da giustificare gli inconvenienti e il rischio accollati alle comunità che, dal canto loro, hanno cominciato a difendersi da decisioni prese al di sopra della volontà popolare. L’esempio vicentino è uno stimolo per tutte le comunità che lottano per dire no alla strategia della guerra preventiva e permanente voluta dal presidente americano, cui l’Italia aderisce nonostante l’andamento fallimentare delle guerre in Medio Oriente ne abbia messo in discussione non solo la legittimità, ma persino la convenienza.
«È giunto il momento anche per noi di alzare la testa […] di manifestare la nostra ostilità allo scempio di territori utilizzati come servitù militari», scrive sul suo blog il Comitato unitario contro Aviano 2000. E intanto decine di consiglieri, sindaci, associazioni, sindacati, esponenti della sinistra hanno scritto al prefetto di Pordenone, chiedendo delucidazioni circa l’F16 precipitato. «Noi cittadini che da tanti anni viviamo vicino alla base Usaf di Aviano», esordisce la lettera, «con questo ennesimo incidente che fa parte di una lunga lista di altri incidenti imputabili alla presenza di questa base di guerra nel nostro territorio (jet caduti, pezzi persi per strada, bombe e serbatoi in orti e giardini) oltre alla presenza delle cinquanta testate nucleari, senza dimenticare la tragedia del Cermis, esprimiamo una forte e sentita preoccupazione per la sicurezza di tutti i cittadini della provincia di Pordenone». I firmatari chiedono inoltre spiegazioni circa la richiesta «da parte dei carabinieri italiani e dei militari americani di far firmare un documento all’uomo che ha incontrato il pilota statunitense sulla strada, perché non riveli nulla sull’accaduto». Sulla zona dell’incidente, infatti, è subito calato il «segreto militare» che, insieme allo speciale regime giuridico dei militari americani in Italia, mai perseguibili dai nostri tribunali, è un altro elemento di fastidio e preoccupazione per gli abitanti chiamati a convivere col personale delle basi.mariobadino | 15 Settembre, 2007 18:12
Ci risiamo! Probabilmente chi frequenta il blog sa già tutto dell'iniziativa chiamata Marcia Granparadiso estate. Forse qualcuno ha sentito parlare anche della prima edizione dell’omonima Aicram, la Marcia Granparadiso al contrario (leggete il nome da destra a sinistra). Dopo il tentativo agostano, incredibilmente ammutinatosi, il non-comitato organizzatore ha deciso di riprovarci. La partenza sarà domenica 14 ottobre 2007, alle 9.00, nei prati di Sant’Orso a Cogne (solito posto, vicino al parco giochi). Invece di lanciarci verso la Valnontey, cominceremo con il giro trionfale del prato (sorrisi, braccia al cielo, grida di giubilo), per volare verso Les Ors, 600 m di dislivello (mi raccomando: è vietato correre).
Alla partenza sarà distribuita la mappa della Marcia Granparadiso estate (bisognerà leggerla al contrario, però!), nonché l'itinerario, che già trovate qui sotto.
Poiché l'estate - ahinoi - non è più nel pieno del fulgore, l'iniziativa assumerà un nome nuovo, più appropriato, I Colori del Bosco. E vedrete che il bosco saprà ricompensare la fatica della marcia, mettendo l'abito nuovo...
Lo spirito della nuova competizione è assolutamente lo stesso della Marcia di luglio (confronta qui): una sfida con se stessi, nella quale non c’è bisogno dei vari orpelli delle gare ufficiali (iscrizioni, pettorali, ecc). Ci si trova nel posto e all’ora indicati e si parte; cronometraggio dei tempi e rispetto dell’itinerario sono delegati alla sportività dei partecipanti.
Il regolamento è quasi identico a quello della Marcia (ed è disponibile qui), perché è vietato correre (ecc, ecc). Contrariamente a quanto annunciato in passato, anche questa volta c’è l’obbligo, per chi vince la gara, di comprarsi la coppa.
Ma una volta di più, si tratta di riappropriarsi del proprio tempo, mettersi gli scarponi e… partire.
Parlano di noi:
la Gazzetta Matin in edicola questa settimana (lunedì 8 ottobre 2007) che ringraziamo per aver fatto miracoli per citarci: non essendovi organizzazione la notizia è giunta in redazione quando le pagine dell'Alta Valle erano già chiuse!
(il ritaglio qui a sinistra è stato scansionato da FPC);
il sito dell'espace populaire di Aosta;
un ringraziamento a Top Italia Radio Valle d'Aosta che mi ha intervistato in diretta.
PARTENZA [1]
Si parte dai prati di Sant’Orso (Cogne, 1534 m), in prossimità del campo giochi. Ci si avvia in direzione del torrente.
(Continua)
mariobadino | 13 Settembre, 2007 16:22
Alla fine è successo. Ho dovuto lasciare i miei monti per tornare in città e riprendere il lavoro. Come ricorderanno i più assidui, sono insegnante di scuola media e, porca miseria, l’anno scolastico è iniziato. Sembra che nei giorni scorsi il ministro Fioroni abbia voluto dare un’immagine di serietà; pensate: ha persino ripristinato il voto di ammissione all’esame di terza media, quello che aveva tolto lui l’anno scorso, per intenderci (forse dovrebbe mettersi d’accordo con se stesso). Ha anche detto che d’ora in poi darà la caccia ai professori fannulloni e tutto questo mi starebbe bene, se non puzzasse di pubblicità a buon mercato. In fin dei conti, io al rientro mi sono ritrovato in una classe di 26 alunni rumorosi, la III C (che per la mia generazione evoca subito un telefilm di qualche anno fa). Per i non addetti ai lavori, preciserò che 26 alunni sono tanti, ma che, purtroppo, oggi costituiscono la norma. Vorrei invitare il ministro in aula, per vedere quanto ci mette solo a imparare i nomi… Nella nostra scuola le terze sono tre, tutte numerose. Sarebbe più ovvio farne quattro: seguiresti meglio gli alunni e daresti lavoro a qualche altro insegnante. Evidentemente, però, la logica economica non corrisponde a quella didattica, come potrebbe dimostrarci alla lavagna l’alunno Padoa Schioppa.



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