Giorgio Cremaschi. Grecia: perché mi auguro che non ci sia accordo

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Traggo dal sito dell’opposizione Cgil «Il sindacato è un’altra cosa» un testo di Giorgio Cremaschi, che condivido punto per punto. L’articolo è condivisibile in base alla licenza Creative Commons 3.0, che impone di citare l’autore, non avere finalità commerciali e permettere lo stesso tipo di condivisione.

Tra la chiusura delle frontiere ai migranti e ai rifugiati, l’appoggio antirusso ai golpisti ucraini e ai loro sostenitori neonazisti e il trattamento riservato alla Grecia (importano i numeri, gli interessi di chi conta, le persone non contano) c’è un filo nero che lega i popoli all’ideologia liberista, al dio denaro, implicando il sacrificio dei diritti e dello stato sociale, conquistati attraverso decenni di lotte dei lavoratori.

Io credo che per contribuire a correggere questa deriva, in assenza di rivoluzioni prossime venture, sia necessario partire dal reperire e diffondere le informazioni, fino a far circolare una narrazione alternativa a quella dei media, che – troppo spesso – sono lo strumento del padrone e ne espongono l’ideologia. Come il caso della Grecia dimostra così bene.

Giorgio Cremaschi. Grecia: perché mi auguro che non ci sia accordo

Idioti! Pare che così commentasse il presidente del consiglio francese Deladier rivolto alle folle festanti che lo accolsero per l’accordo di Monaco del 1938, ove la grande Germania di Hitler umiliava la piccola Cecoslovacchia con il concorso di tutta l’Europa. Naturalmente tutto è diverso da allora e i paragoni son sempre forzature, se non per tre singolari coincidenze. La prima è che la piccola Grecia con un PIL inferiore al 2% della UE si trova ad una tavolo con rapporti di forza a proprio danno simili a quelli della Cecoslovacchia del 1938. La seconda è che un eventuale accordo di Bruxelles provocherebbe in Europa una euforia incosciente simile a quella di 77 anni fa. La terza è che l’accordo, almeno per la Grecia, non risolverebbe nulla, rinviando solo per un po’ di tempo la resa dei conti con il tentativo di quel paese di abbandonare le politiche di austerità. Purtroppo, in assenza di mutamenti profondi nelle politiche economiche della Germania e di tutta la UE, un eventuale compromesso di facciata che allentasse il cappio del credito sulla Grecia, servirebbe solo a logorare la credibilità ed il consenso del governo di Syriza, servirebbe a “renzizzare” Tsipras. Poi tra qualche tempo la UE e la Troika tornerebbero all’attacco, per far definitivamente fallire il solo esperimento politico di sinistra nel continente europeo colpito dalla crisi e così riproporre con ancora più arroganza la politica di austerità.

Queste considerazioni non rappresentano in alcun modo una critica al governo greco. Nessun europeo di sinistra ha diritto oggi di suggerire o proporre ai greci, di fronte al silenzio, alla complicità, alla rassegnazione che in tutto il continente ha accompagnato l’intervento della Troika verso quel paese. I grandi sindacati, i partiti socialisti son stati o complici dei creditori o passivi. La sinistra radicale non è riuscita a fare nulla di significativo. Le nuove forze indignate son troppo giovani e troppo legate alla crisi dei loro paesi per costruire una iniziativa internazionale. La destra euroscettica conservatrice e fascista ovviamente ha solo da guadagnare dal crollo delle speranze suscitate da Syriza. In sintesi la Grecia è sola e noi possiamo solo colpevolmente stare a guardare. Ciò nonostante c’è da augurarsi che il confronto impari di Bruxelles si concluda senza accordo e che l’Europa precipiti nella crisi di sistema che merita e che è necessaria perché le cose cambino.

Sgomberiamo il campo dai valori civili e morali. Questa Europa li ha sommersi nelle scogliere di Ventimiglia e nelle frontiere del Donbass ucraino ove sostiene truppe che si fregiano di simboli nazisti. Se nel passato si era potuto coprire gli interessi finanziari con i superiori valori democratici del continente, oggi questa ipocrisia mostra tutta la sua malafede. Questa Europa difende solo le sue ricchezze e i suoi ricchi, e cerca di associare i suoi sempre più numerosi poveri a questa lotta contro il testo del mondo. Non c’è nulla di progressivo e avanzato in un continente che distrugge il suo più importante risultato, lo stato sociale, e poi cerca di indirizzare la rabbia dei suoi esclusi verso quelli che stanno fuori. Se si ragionasse sul piano morale questa Europa sepolcro imbiancato meriterebbe solo di essere travolta.

Ma anche sul piano più cinicamente economico bisogna augurarsi la rottura. Il merito della cosiddetta trattativa tra il governo greco e la Troika è di aver fatto emergere due verità di fondo. La prima è che l’Unione Europea è guidata dalla Germania, è un sistema planetario con al centro il sole tedesco. Questo sistema si confronta poi con quello che ruota attorno agli USA, con il FMI, persino con i BRICS. Ma sempre secondo gli interessi e le regole dettate dal paese guida. Non c’è l’Europa, c’è la Germania. La seconda verità l’ha brutalmente ammessa il ministro delle finanze tedesco Schauble, che ha dichiarato che Euro ed austerità sono la stessa cosa. È vero, la moneta unica non è solo una moneta, ma un modello di sviluppo economico. Basta guardare i trattati che l’hanno istituita, a partire da quello che varò il serpente monetario europeo nel 1979, al quale il PCI di Enrico Berlinguer si oppose rompendo la politica di unità nazionale con la DC. Per poi passare a Maastricht, al fiscal compact e a quel mostruoso pareggio di bilancio costituzionale, che fa sì che il ministro Padoan possa rimproverare alla Corte Costituzionale di non essere compatibile. L’Euro e le politiche di austerità sono coniate dalla stessa zecca e hanno lo stesso corso legale, anzi hanno lo stesso scopo. Quello di affermare sul continente europeo un sistema di capitalismo selvaggio che travolga diritti del lavoro, contratti, servizi, pensioni e scuola pubblica. Un modello americano a trazione tedesca questa è l’economia dell’Euro. È riformabile? La vicenda greca di questi mesi dimostra di no. La questione non è il debito. Un mese di quantitative easing con cui la Banca Centrale Europea finanzia il sistema bancario perché finanzi il debito, vale 70 miliardi. La Grecia ne chiede 7, tre giorni di lavoro di Draghi. Quando nel giugno 2011 il presidente Napolitano proclamò la necessità dei più ampi sacrifici per ridurre il debito, questo era pari a 1900 miliardi. Ora siamo a 2200 miliardi, trecento in più, una cifra pari a tutto l’ammontare del debito greco. Ma l’Italia è virtuosa perché ha tagliato le pensioni e garantito la libertà di licenziamento e persino di spionaggio dei lavoratori. L’Italia è virtuosa perché fa le “riforme” chieste dalle banche e aggiunge altre privatizzazioni alle tante già disastrosamente realizzate. L’Italia è virtuosa perché il suo governo riceve gli applausi di Marchionne. La Grecia invece con il nuovo governo ha timidamente tentato di fare un’altra politica, e per questo va posta all’indice.

Questa Europa non è riformabile, così come non lo era quella dominata dalla Santa Alleanza degli imperatori del 1848. Certo, se scoppiasse una rivoluzione in Germania tutto cambierebbe. Ma in attesa che quello accada, la sola possibilità di costruire un’alternativa all’austerità sta nella rottura della macchina europea e del suo cardine monetario: l’euro. Come ha scritto Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato Sii: «Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro…». Lo stesso vale per i diritti sociali, non c’è conciliazione tra essi e l’austerità, non c’è una via di mezzo.

Per questo una rottura a Bruxelles ci porterebbe in una terra sconosciuta, come ha detto Draghi, dove le vecchie politiche di austerità non potrebbero più essere imposte e guidate con il pilota automatico. Certo non sarebbe il ritorno all’Eden, ma a quel punto le politiche pubbliche e di eguaglianza sociale avrebbero una possibilità, possibilità che viene totalmente negata dal sistema europeo attuale. La crisi della moneta unica farebbe avvicinare l’Italia alla Grecia, alla Spagna, a paesi con economie e problemi simili e forse fermerebbe anche la marcia angosciante e catastrofica verso il confronto militare con la Russia. Insomma la rottura dell’Europa dell’euro non sarebbe la soluzione, ma la premessa indispensabile per trovare una soluzione giusta alla crisi. La Grecia naturalmente all’inizio verrebbe sottoposta a tutte le minacce e rappresaglie possibili e sarebbe necessaria verso quel paese la solidarietà che finora non c’è stata. Ma alla fine, magari con opportuni accordi con i BRICS, quel paese mostrerebbe a tutto il continente che la via sconosciuta costruisce più futuro di quella nota che non porta a nulla.

Ma qui mi fermo perché è molto più probabile che alla fine un accordo finto si trovi e che tutto continui andare avanti verso il baratro. A quel punto l’opinione pubblica europea e le Borse festeggeranno lo scampato pericolo. Idioti.

>>> L’immagine di questo post è di Carlos Latuff.

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